Blondie

Parallel Lines

1978 (Chrysalis) | new wave, disco-punk, pop-rock

"Parallel Lines" appartiene a quella ristretta cerchia di dischi che hanno segnato un'epoca, uno di quei classici immancabili nelle discografie degli appassionati. Con vendite stimate tra i 10 e i 20 milioni di copie e oltre due anni di permanenza nella classifica americana, è stato il principale bestseller della prima ondata punk & new wave e ha reso i Blondie delle superstar di fama mondiale, consacrando Debbie Harry come una delle massime icone femminili di bellezza e stile. Con brani come "Heart Of Glass" la band newyorkese ha rivoluzionato la musica pop, influenzando un numero incalcolabile di artisti venuti in seguito. Ma il cammino dei Blondie prima di arrivare alla meritata consacrazione è stato lungo e impervio, irto di ostacoli.

Nel 1974, quando esordirono al Cbgb, in pochi avrebbero scommesso su di loro. Le cose cominciarono a cambiare due anni più tardi, con l'uscita del loro album d'esordio, riuscito mix di melodie a tinte sixties che strizzavano l'occhio ai girl group, ritmi garage rock e attitudine punk; ma l'anno chiave fu il 1978, quando i Blondie dimostrarono di essere molto più di una semplice band guidata da un'avvenente biondina. Un primo momento di svolta arrivò già con la pubblicazione del loro secondo lavoro, "Plastic Letters", trainato nelle classifiche europee dai singoli "Denis" e "(I'm Always Touched by Your) Presence, Dear". In Inghilterra, oltre ai media e al pubblico, anche l'industria discografica cominciò a interessarsi a Debbie Harry & C.: la Chrysalis, per assicurarsi i Blondie (in precedenza vicini ad essere prodotti da Phil Spector in persona), sborsò mezzo milione di dollari.
Per la produzione la scelta ricadde sull'hitmaker Mike Chapman, un australiano che in Uk aveva trovato l'Eldorado, facendo la fortuna di artisti glam quali Suzi Quatro e gli Sweet. "Fui io a propormi ai Blondie - ricorda Chapman - Li vidi per la prima volta al Whisky a Go Go, nel '77, e non potevo credere ai miei occhi: erano divertenti, suonavano con un'intensità incredibile e facevano musica nuova, pur senza rinnegare il passato. Intravidi subito in loro un potenziale enorme. Circa un anno dopo andai a trovarli a New York, ma non venni accolto benissimo: mi guardavano con aria sospetta, si erano convinti che la casa discografica mi avesse mandato lì per manovrarli. Per allentare la tensione, chiesi a Chris Stein di farmi ascoltare del materiale inedito. Non erano ancora canzoni fatte e finite, ma ebbi la fortuna di assistere a una vera e propria esplosione di creatività, mi mostrò un'idea originale dietro l'altra. Immediatamente capii che si trattava dell'embrione di un capolavoro".
La sensazione diffusa raccolta dalle varie testimonianze è che a quel tempo i Blondie fossero come un diamante grezzo, un gruppo sul punto di esplodere, ma a cui mancava ancora qualcosa per fare il definitivo salto di qualità. E quel qualcosa era la disciplina: prima di conoscere Mike, non erano infatti abituati a lavorare professionalmente, suonavano e registravano in modo spontaneo, senza un filo conduttore. Chapman, ancor più che per la cura maniacale degli arrangiamenti, fu determinante nel processo che portò la band a ottenere un'invidiabile maturità in studio. Con un perfezionista come il produttore australiano le sessioni furono intense, ma tanto duro lavoro - per giunta realizzato in una torrida estate newyorkese - venne poi ripagato. "Parallel Lines" arrivò al primo posto in Gran Bretagna, al secondo in Australia e Canada, al sesto negli Stati Uniti e dal disco vennero estratti ben sei singoli, cinque dei quali di enorme successo. Altrettanto celebre è la foto di copertina, imposta dal discusso manager Peter Leeds e odiata da tutti i membri della band (e da Debbie in particolare), ma destinata a diventare una di quelle cover che segnano in profondità l'immaginario collettivo.

"Parallel Lines" si apre con un telefono che squilla e a sollevare la cornetta è nientemeno che Deborah Harry: la contagiosissima "Hanging On The Telephone" è il miglior preambolo possibile all'ascolto. Si tratta di una cover dei Nerves, gruppo di culto californiano guidato da Jack Lee, che Debbie e Chris scoprirono grazie alla segnalazione di un loro grande ammiratore: Jeffrey Lee Pierce, presidente del Blondie Fan Club di LA e futuro leader dei Gun Club. Neanche il tempo di riprendere il fiato ed ecco materializzarsi il famoso riff di "One Way Or Another", ideato dal bassista Nigel Harrison e suonato dall'altro chitarrista, Frank "The Freak" Infante. Con un'interpretazione frenetica e sopra le righe (ben esemplificata dallo sfrontato "I'm gonna getcha getcha getcha getcha"), la Harry ci racconta di essere stata vittima di stalking da parte di un suo ex-fidanzato. Il pezzo si fa apprezzare anche per il concitato e folle finale, che spiazza l'ascoltatore. Si prosegue con l'anthemica "Picture This", unico brano che porta la firma del prolifico trio Harry-Stein-Destri, impreziosito da uno splendido assolo di Infante. Il testo, scritto dall'iconica frontwoman, è particolarmente allusivo ed esplicito, troppo per le radio americane dell'epoca. In particolare il verso "I will give you my finest hour/ The one I spent watching you shower" è un capovolgimento dei ruoli che ha del clamoroso: è la donna ora a guardare l'uomo, che diventa così l'oggetto sessuale. 

Ma sarebbe un madornale errore ritenere "Parallel Lines" soltanto un micidiale juke-box sforna-singoli, perché - anche tra i brani meno noti - si nascondono diverse perle di valore assoluto. È il caso della suadente "Fade Away And Radiate", una delle prime composizioni della coppia Harry-Stein, rimasta a lungo chiusa in un cassetto. La platinata cantante mette a tacere i critici con una sorprendente prova canora, delicata e intensa al tempo stesso, ammaliante e dai toni decadenti. Interessante anche il testo, che contiene quello che per il critico americano Rob Sheffield è il miglior verso nella storia del rock 'n' roll ("dusty frames that still arrive/ die in 1955", un omaggio a James Dean) e che parla dell'infatuazione per le star scomparse del cinema. Un tema molto caro alla Harry: adottata quando aveva pochi mesi da una famiglia del New Jersey, da bambina si era autoconvinta che Marilyn Monroe fosse la sua vera madre. Al resto ci pensa la glaciale chitarra di Robert Fripp, amico e sostenitore della band, con cui suonò più volte in concerto in quegli anni, che eleva il pezzo trasportandolo in una dimensione onirica. Dopo un brano così oscuro, l'atmosfera torna subito a farsi più gioiosa e serena con "Pretty Baby", deliziosa gemma pop dal gusto retrò dedicata alla giovanissima (e controversa) attrice Brooke Shields; nel breve intermezzo recitato la voce di Debbie appare all'apice della sua sensualità.

I Blondie continuano a saltare di palo in frasca da una canzone all'altra, ed eccoci dunque all'energica "I Know But I Don't Know", che vede i chitarristi Stein e Infante sugli scudi e sembra anticipare molto alternative rock del decennio successivo. "11:59" e "Will Anything Happen?", due irresistibili ganci power pop da ko immediato in puro stile Blondie, avrebbero potuto tranquillamente essere dei singoli.  Poco male, dato che la scelta ricadde poi su "Sunday Girl", una delle maggiori hit inglesi del 1979, tuttora uno dei classici più amati dai fan, che si apre con una quasi impercettibile citazione di "Be My Baby" delle Ronettes e prosegue con una memorabile melodia tutta da canticchiare. La leggenda vuole che Chris Stein l'abbia scritta per rincuorare una rattristata Debbie in seguito alla scomparsa del loro gatto (che si chiamava Sunday Man); Jimmy Destri fatica tuttavia a credere a questa versione e non ha dubbi sul fatto che si tratti molto più semplicemente di una dichiarazione d'amore ("I know a girl from a lonely street/ Cold as ice cream but still as sweet").

Merita, inevitabilmente, un discorso a parte "Heart Of Glass", il crossover disco/new wave che rese i Blondie un fenomeno globale e Debbie Harry il sogno proibito di un'intera generazione di adolescenti, una sorta di risposta musicale a Marilyn Monroe. Allo stesso tempo è anche il pezzo più innovativo e - perché no - sperimentale dell'album, nonché quello che ha avuto la più lunga gestazione. "Heart Of Glass" nasce infatti nel 1975 con il provvisorio titolo di "Once I Had A Love (Aka The Disco Song)", ma al contrario di quello che si possa immaginare in origine l'elemento disco è assente. Quando, durante le registrazioni di "Parallel Lines", Mike Chapman chiese alla band se avesse un altro brano da proporre, Debbie e Chris si ricordarono di quella loro antica composizione che ammiccava alla black music. Fu proprio il produttore australiano a consigliare loro di rendere la canzone più elettronica, regalando al tastierista Jimmy Destri una Roland Rhythm Machine appena comprata in Giappone.
Influenzati dai Kraftwerk e da "I Feel Love" di Donna Summer e Giorgio Moroder, i Blondie stravolsero completamente l'antica versione di "Heart Of Glass", a partire dalla contemporanea e inconsueta presenza della batteria e della drum machine. Clem Burke, che si riteneva una reincarnazione di Keith Moon, fu il più insofferente: cocciutamente, non ne voleva proprio sapere di suonare un pezzo disco e ci volle del tempo prima che si convincesse. Ma il lavoro certosino svolto da Burke è impressionante e, insieme al gommosissimo basso di Nigel Harrison e al "battito" pulsante scaturito dai sintetizzatori di Destri, costituisce un impianto ritmico stupefacente. Non è da meno il suono straniante della chitarra di Frank Infante, che sembra provenire da un'altra galassia. La parte vocale venne aggiunta all'ultimo: a metà fra il canto di una sirena e una ninna nanna, la voce della Harry si incastra a meraviglia e rappresenta la classica ciliegina sulla torta. In definitiva, una canzone minuziosamente curata nei minimi dettagli, nella quale ogni tassello risulta essere al posto giusto; il risultato finale è uno dei massimi vertici mai raggiunti dalla pop music. Una smash hit capace di raggiungere la posizione #1 in oltre dieci paesi, tra cui Uk, Australia, Canada, Germania e soprattutto Usa (in Italia si fermò invece al numero 3).
È entrato nel mito anche lo storico video realizzato per "Heart Of Glass", nel quale bastano dei semplici sguardi ammiccanti a un'incantevole e luminosissima Debbie Harry per sprigionare tutta la sua carica erotica, mentre gli altri membri della band si divertono a giocare con una mirror ball. Mtv non era ancora nata, ma non ci sono dubbi sul fatto che i Blondie furono tra i primi a intuire le potenzialità dei video musicali.

Il disco, a questo punto, avrebbe potuto anche concludersi qui. Difficile, infatti, aggiungere qualcosa dopo un brano di tale portata. E l'unico difetto di "Parallel Lines" è proprio il finale leggermente sottotono. "I'm Gonna Love You Too" è una cover di Buddy Holly della quale forse si sarebbe potuto fare anche a meno, che aggiunge poco alla versione originale. Imposto strategicamente dalla casa discografica come singolo di lancio dell'album negli States (dato che in quel periodo veniva ristampato parecchio materiale dello sfortunato rock'n'roller), fallì nelle chart americane nell'autunno del '78. "Just Go Away", uno dei primissimi brani scritti da Deborah Harry, risalente addirittura a quattro anni prima, conclude l'album con la consueta autoironia, elemento essenziale nella musica dei Blondie. Un finale divertente e scanzonato, ben riassunto dalle parole di Clem Burke: "It was just like - bye bye - we'll se ya!".
L'accoglienza di pubblico e critica fu unanime e subito ci si rese conto di trovarsi dinanzi a un album che sarebbe entrato di diritto nella storia del rock. Il New York Rocker lo incoronò come "l'album più ispirato degli ultimi cinque anni", mentre il celebre critico Robert Christgau, che era stato piuttosto tiepido sui primi due lavori del gruppo, scrisse a tal proposito: "‘Parallel Lines’ è più vicino a Dio di quanto non sia mai stato un album pop-rock, uscito prima o dopo di esso". Non mancarono tuttavia i contestatori dell'opera: puristi punk che non perdonarono ai Blondie il presunto "tradimento" e molti amici della prima ora che li accusarono di essersi venduti. Insomma, la solita vecchia storia, trita e ritrita. La realtà è che i Blondie, incuranti dei dogmi del punk, si erano posti l'obiettivo di non avere uno stile rigidamente definito, ma in continua evoluzione e libero di spaziare in qualsiasi settore musicale.

In ogni caso, per apprezzare appieno la musica dei Blondie e per addentrarsi nel loro mondo fatto di linee parallele, è fondamentale comprendere la stretta connessione che lega la band di Debbie Harry alla città dalla quale proviene: New York City. Perché tutto nei Blondie, dalla variegata proposta musicale allo stile d'abbigliamento, sempre così cool, è dannatamente newyorkese. "Parallel Lines" riesce nella difficile impresa di incorporare al suo interno buona parte delle istanze musicali che avevano caratterizzato la Grande Mela negli anni 70. C'è spazio per la raffinata disco-music di "Heart Of Glass", ovviamente, ma anche per i musical da Broadway di "Picture This" e "Pretty Baby", per certe atmosfere jazzy di "Fade Away And Radiate", per l'irruenza punk di brani come "Hanging On The Telephone" e "One Way Or Another", per l'alienazione metropolitana di "I Know But I Don't Know" e "11:59". Un processo eclettico che i Blondie porteranno a compimento due anni più tardi con "Rapture", con l'aggiunta di una nuova rivoluzione culturale agli albori, guarda caso sempre newyorkese: l'hip-hop. Non c'è quindi da sorprendersi se, in un popolare sondaggio del 2012 indetto dal Village Voice, i Blondie sono stati eletti gruppo simbolo della città di NYC (insieme a John Coltrane, ai Velvet Underground e ai Wu-Tang Clan), né se una rivista come Rolling Stone ha recentemente affermato che "nessun'altra band è riuscita a distillare l'essenza di Downtown New York come i Blondie". "Parallel Lines" si può quindi considerare come una luna di miele con una città che i Blondie non hanno mai smesso di chiamare "casa".

(21/06/2015)



  • Tracklist
  1. Hanging On The Telephone
  2. One Way Or Another
  3. Picture This
  4. Fade Away (And Radiate)
  5. Pretty Baby
  6. I Know But I Don't Know
  7. 11:59
  8. Will Anything Happen
  9. Sunday Girl
  10. Heart Of Glass
  11. I'm Gonna Love You Too
  12. Just Go Away




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