Bon Iver

For Emma, Forever Ago

2007 (Self-released/Jagjaguwar) | alt-folk

Da allora, continuo a cercare di mettermi in pari con lui.  Provo a entrarci in sintonia, a sentirmi convinto di questa cosa, almeno un po’, ma questo probabilmente è positivo, in realtà. In questo modo, lo sto ancora comprendendo, tipo. Se sapessi del tutto cosa sta succedendo e capissi queste canzoni, non avrebbe più senso suonarle dal vivo. Sono ancora un enigma, per me. Sto ancora cercando l’essenza delle canzoni. Questa è stata la cosa più divertente di suonare in tour, che ci sono ancora tante caverne nelle canzoni dove puoi andare a nasconderti in serate diverse.
(Justin Vernon)

Questo è un po’ anche il motivo per cui scrivere per la terza (o quarta, o quinta) volta di “For Emma, Forever Ago” non è uno spreco di tempo. L’otto luglio 2017 saranno passati dieci anni da quando il primo cd fu venduto alla House of Rock di Eau Claire, Wisconsin. Non ho timore a dire che, se fossi naufragato su un’isola deserta dieci anni fa, con la sola compagnia di questo disco, non avrei avuto molti rimpianti (musicali, s’intende). Quanti sono i dischi che riuscite ad ascoltare ore di fila senza stancarvi? Scommetto che non sono molti più di uno.
“For Emma, Forever Ago”, prima ancora della sua “rilevanza storica”, è questo: un disco da isola deserta. Ci sono tanti dischi nella storia della musica, molti anche più belli e importanti di questo, ma pochi sono da isola deserta. Ogni canzone, con le sue rifrazioni, i suoi echi, le sue ondulazioni sonore, rappresenta come mai fatto fino a quel momento il succo fondamentale da cui nasce il mito della caverna: il mistero come caratteristica fondamentale dell’esperienza umana.

Tutta la mitologia legata al disco, così prosaica e umana (e anche parecchio frutto di travisamenti e, appunto, di mistificazioni), accresce la trasfigurazione presente nelle sue canzoni: per riassumere, diciamo che la vita di Justin Vernon era stata, fino a questa pubblicazione, una serie di fallimenti e smarrimenti artistici, mesi passati come addetto alla griglia in un diner di provincia e surfando i divani di amici e conoscenti, fino a una polmonite che l’aveva costretto ad abbandonare il lavoro (che peraltro odiava, naturalmente). Poi, l’inverno passato nella capanna del padre, nel Wisconsin, dopo aver lasciato ragazza e band.
Il perfetto anticlimax per una sceneggiatura da Oscar (e chissà che non si avveri questa facile predizione), perché in quella capanna Justin non finisce per spararsi un colpo in bocca, ma, dopo qualche settimana di alcol e televisione, torna a scrivere e suonare musica (oltre a tagliare legna e cacciare). La prima che ne risulta probabilmente non era ancora quella giusta, perché il suo laptop smette improvvisamente di funzionare, cancellando tutto quel primo materiale (nuova scena da questa storia vera: Vernon che seppellisce il portatile nella neve). Qui inizia “For Emma, Forever Ago”.

Le condizioni in cui si realizza il disco non sono certo secondarie: Vernon crede di stare registrando una serie di demo, che forse non vedranno mai neanche la luce del sole. Soltanto in seguito un amico dei Rosebuds, con cui era in tour, gli disse: “Questo è il tuo disco”. Le canzoni di quest’ultimo non hanno niente di non finito, in effetti: possiedono il silenzio di una vita ibernata, sia letteralmente (uno dei dischi più invernali della storia) che in senso figurato per la “posizione” esistenziale che rappresentano. Una chitarra acustica mezza ammaccata, una batteria: sono più o meno tutti qui i credits strumentali del disco. L’orchestrazione “in sottofondo” e formicolante degli arrangiamenti gli viene suggerita da una band di nicchia delle sue preferite, i Collections Of Colonies Of Bees, e corteggia un po’ anche i maestri del minimalismo compositivo (l’allucinata marcia boyscout “Team”), punti di riferimento fin dai tempi del college. A identificare lo spirito del disco ci pensa l'accordo centrale di molte canzoni, il Do, col suo suono sornione, di fusa feline, ma anche un accordo fragilmente in maggiore, l'accordo di un'ovattata speranza.

Vernon lavora febbrilmente, per dodici-quattordici ore di fila al giorno, perdendo coscienza del tempo e di sé, arrivando così a spingersi oltre il terreno “sicuro” della consapevolezza, registrando anche otto tracce vocali per una sola canzone, facendo concludere i brani in un bailamme sonoro (“The Wolves (Act I & II)”), o più semplicemente interrompendoli improvvisamente (“Creature Fear”). Un po’ come un ragazzino alle prime armi nella sua cameretta, nel senso artisticamente positivo del termine (così si ricorda lui stesso in quei mesi, peraltro, e così va interpretato anche l’uso dell’AutoTune per uno che non è certo un cantante nato). Si tratta, anzi, di un primitivismo espressivo radicato nello studio compiuto nei DeYarmond Edison, di musica appalachiana, di spiritual (evidente nello spirito “di protesta” di “Skinny Love”, e nella nettezza essenziale delle linee di chitarra, come se fossero studiate per essere riproducibili da altri). Anche il falsetto un po' improvvisato ma inconfondibile del disco tradisce tutto il Justin Vernon del tempo, a metà tra il ragazzino smanettatore e il musicista navigato che tenta nuove strade per cercare di scacciare l'idea del fallimento: un registro naturale che usi quando vuoi sperimentare melodie senza urlare, in modo imbarazzante, nel silenzio.

Molti (o almeno quelli che si sono fermati al titolo) hanno da sempre identificato “For Emma, Forever Ago” come il break-up record per eccellenza: “giovane uomo viene lasciato dalla ragazza e si rinchiude in una capanna a piangere: ascolta il disco” strilla qualche rivista. È invece, probabilmente, “il” disco dell’introspezione: ogni traccia, ogni nota suona come qualcosa che acquisisce senso solo nel rapporto con sé stessi, e più difficilmente con gli altri (se non nelle sue parti più di confessione, ad esempio in “Re: Stacks”). A parte nella più evidente “Flume” (unico brano che esisteva già prima di quei mesi), disseminata di segnali d’autopsicanalisi, che sembra scritta sui muri di casa (pratica millantata da Vernon che sicuramente comparirà nel suo biopic), questa è una qualità più sottile, che si manifesta nella sua estetica, più che nella sua espressione superficiale.
Si trova nelle sue pause meditative, nelle sue cadenze “elettroniche” (“Lump Sum”, “Blindsided”), ma anche nelle sue pienezze sornione (“For Emma”), e soprattutto nella sua costruzione che sembra simulare l’attività cerebrale, fatta di attività cosciente e non, di pensieri ossessivi e distrazioni: una serie di stati d’animo che riflette un dialogo interiore, o più plasticamente l’accendersi e spegnersi di aree del cervello, di sinapsi, tanto che sembra un suono che viene da dentro di sé, puramente immaginato. Così acquisiscono profondità e significato anche gli spike di autocommiserazione che si accendono qua e là (“Blindsided”).

“For Emma, Forever Ago”, soprattutto grazie alla sua infilata di grandi canzoni, diventa il disco-simbolo della rinascita del cantautorato, e la storia alla Walden del suo concepimento (insieme al riferimento alla poetica consuetudine di una piccola cittadina dell’Alaska che dà il nome al progetto) risuona alla perfezione con il “ritorno alla natura” un po’ velleitario dello zeitgeist giovanile contemporaneo. In molti proveranno a rifare quel disco, a prenderne in prestito lo stile, per intero o in parte: il primo a volersene distanziare sarà, naturalmente, proprio Vernon, il primo a essere cosciente della sua irripetibilità, non solo per le condizioni esistenziali in cui è stato composto, ma soprattutto per quella componente di casualità o destino che ha trasformato nove demo in uno dei dischi più importanti del suo tempo.
Un anno dopo, nel 2008, “For Emma, Forever Ago” esce ufficialmente per la Jagjaguwar e insieme a “Fleet Foxes” pare rappresentare il capostipite del revival folk - pur essendogli del tutto estraneo nella sostanza. E infatti Vernon diventerà poi tutt’altro, il vero deus ex machina del sound “che conta” almeno in terra statunitense.
Nessun altro disco, per quanto ci provi, potrà riprodurre il suono di quella chitarra, riparata a un certo punto in cambio di cacciagione, e qualsiasi riproduzione di quel coro solipsistico di voci in falsetto o naturali che si contrappuntano non potrà che suonare posticcio. Per questo è un po’ come se un pezzo del mondo della musica fosse finito in quel luglio di dieci anni fa: “For Emma, Forever Ago” è uno di quei dischi che, invece di aprire un’era, l’ha uccisa sul nascere.

(01/07/2017)



  • Tracklist
  1. Flume
  2. Lump Sum
  3. Skinny Love
  4. The Wolves (Act I And II)
  5. Blindsided
  6. Creature Fear
  7. Team
  8. For Emma
  9. Re: Stacks
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