Smaltita l'ubriacatura glam di inizio
decennio e accantonata l'esperienza "plastic soul" di "Young Americans", alla
metà degli anni 70 David Bowie
sprofonda in una crisi apparentemente senza via d'uscita. Vive a Los Angeles in
pieno caos narcotico, devastato dalla cocaina e ossessionato dalla magia nera.
Il suo matrimonio è in dissoluzione, i rapporti con i manager sono burrascosi,
la sua esistenza sembra sul punto di implodere. Scheletrico ed emaciato come un
vampiro metropolitano, si ritira nel suo appartamento, prigioniero delle sue
fobie. Visitandolo, gli amici John
Lennon ed Elton John si convincono che sia prossimo alla morte.
Cionondimeno, il genio musicale ch'è in lui riesce a tirar fuori
dal cilindro un disco rivoluzionario come "Station To Station", che fonde
mirabilmente il calore del rhythm and blues con la raggelante elettronica
tedesca di Kraftwerk e Neu! (sulle superstrade della California,
Bowie viaggiava con "Autobahn" come colonna
sonora permanente, sognando il ritorno nella sua Europa). "Non sono gli effetti
collaterali della cocaina/ penso che sia amore", e ancora: "Il cannone europeo è
qui", urla nella title track. Con la mente proiettata al futuro, Bowie scrive liriche incomprensibili, ispirate a cervelli
elettronici, sistemi fantatelevisivi e altri meccanismi di comunicazione. E' il
preludio alla svolta di Berlino, dove l'ex Ziggy Stardust troverà la strada per
la redenzione. Per l'occasione, indosserà un'altra delle sue maschere: quella
del "Duca Bianco", vestito con pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia
bianca, coi capelli rosso-biondi tirati all'indietro. Un essere algido e
robotico, angosciato dalla paranoia urbana e isolato nel suo mondo di musica
metallica.
Bowie si trasferisce a Berlino,
attratto dalla sua atmosfera tetramente mitteleuropea, ma anche dai suoi
fermenti culturali: le sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk, il cinema
espressionista di Pabst, il teatro di Brecht, la nuova pittura tedesca (la
scuola espressionista Die Brucke ispirerà le copertine di album di Bowie - "Low" e "Heroes" - e dell'amico Iggy Pop - "The Idiot" e "Lust for
Life"). Durante un tour, l'incontro con Brian Eno getta le basi per un
progetto in comune. Comincia così il viaggio più avventuroso di Bowie: una
discesa negli abissi della propria mente distrutta. Ne scaturirà la celebre
trilogia berlinese "Low- Heroes-Lodger", pietra angolare del rock che verrà.
"Heroes" è il secondo capitolo della saga, anche se viene
registrato quasi parallelamente al "gemello" "Low" (1976-'77). Per l'occasione,
negli studi Hansa by the Wall di Berlino si costituisce un team stellare: oltre
a Bowie, alle prese con voce, tastiere, chitarre,
sassofono e koto, ci sono Brian Eno (fresco reduce dalle sperimentazioni
elettroniche di "Another Green World"), Robert Fripp (chitarrista e leader dei
King Crimson, nonché autore
con lo stesso Eno di due album che possono definirsi vere "macchine del tempo")
e Carlos Alomar, impeccabile chitarrista ritmico già da tempo nell'entourage del
"Duca Bianco"; Dennis Davis alle percussioni e George Murray al basso completano
il set.
Inebriante allucinazione, tra onirismi, sonorità ambient,
sintetizzatori e vibrazioni visionarie, "Heroes" lascia trapelare qua e là anche
qualche raggio di luce, laddove "Low" era solo nera tragedia. Ma restano le
atmosfere d'avanguardia - tese, claustrofobiche, glaciali - e la bipartizione
della scaletta che, come nel disco precedente, pone quasi tutti i brani cantati
sul primo lato e gli strumentali sul secondo. L'anello di congiunzione con il
successivo "Lodger" (1978) è invece la conclusiva "The Secret Life Of Arabia",
in cui si colgono le prime avvisaglie del sound che Bowie proporrà due anni più tardi: accenni di sapore
mediorientale e suoni "africani".
La voce di Bowie taglia il disco in
profondità come una lama, supportata da chitarre altrettanto lancinanti e da
raggelanti esplosioni di synth. L'inizio sommesso della prima traccia, "Beauty
And The Beast", non deve ingannare: dopo poco, infatti, si erge un muro sonoro
imponente, e il ritmo prende a correre come una locomotiva. Le essenze "glam"
dei Roxy Music si combinano con
un riff di chitarra di stampo hardcore (opera di Fripp) e con un ritmo "beat"
trafitto dalla voce scanzonata di Bowie, che come sempre, riesce a rendere
suggestivo anche il più innocuo dei ritornelli. Lo stile di canto, aspro e
dissonante, non è molto difforme da quello su cui Bowie stava lavorando con Iggy
Pop in quel periodo e segna un elemento di rottura con il clima fiabesco della
storia (e dell'omonimo film di Jean Cocteau). La successiva "Joe The Lion" è
un'altra sferzata chitarristica di Fripp, con Bowie a "sceneggiare" i deliri del
protagonista: "Nail me to my car/ and I'll tell you who you are", "Inchiodami
alla mia auto e ti dirò chi sei"(!).
Un clima surreale, dunque, che sembra quasi voler distrarre
l'ascoltatore dall'arrivo di quell'uragano di emozioni che è la title track.
Perfettamente costruita sull'intreccio tra i magici ricami della chitarra di
Fripp e le monotone, ossessive armonie di Eno, "Heroes" è soprattutto uno dei
saggi più illuminanti del melodismo bowiano. La voce del "Duca Bianco" raggiunge
vette d'intensità straziante. E' il grido disperato dell'ultimo romantico sulla
Terra che, tra le macerie di un mondo in sfacelo, implora la sua donna di non
andarsene, di non scegliere la via d'uscita più facile, perché "We can be
heroes, just for one day"... Lo sfondo è il Muro di Berlino, ostacolo tra i due
amanti e monumento all'Europa disgregata dalla Guerra Fredda. "Heroes" non è
solo il brano portante dell'album e uno dei cavalli di battaglia di Bowie: forse è la più bella "rock song" mai scritta.
Che il disco abbia raggiunto ormai il suo climax emotivo lo si
deduce anche dalla successiva "Sons Of The Silent Age": una ballata struggente,
gonfia di disperata malinconia. L'attacco mozzafiato, con il sassofono usato da
Bowie in modo "straniante", quasi a mo' di sirena,
lascia presto spazio a un ritornello incalzante, in una sorta di rhythm'n'blues
distorto, mentre sullo sfondo si leva un coro spettrale. Miracolo d'equilibrio
tra astrazione sonora e pulsione emotiva, "Sons Of The Silent Age" è un gioiello
troppo spesso trascurato del canzoniere bowiano.
Ma Bowie resta anche compositore
preveggente: nell'aspra "Blackout", forte di insolite armonie vocali e di
acrobazie chitarristiche degne del miglior repertorio di Fripp, si possono
cogliere i semi di tanta new wave
a venire. Il fischio del synth e un giro di basso introducono "V-2 Schneider"
(dedicata da Bowie a Florian Schneider dei Kraftwerk), in cui il Duca Bianco
sfodera una straordinaria performance "dissonante" al sax. Il pezzo, costruito
su basso e batteria con un andamento robotico alla Booker T. & the MG's,
riflette da un lato l'ossessione di Bowie per la pop-dance, dall’altro gli studi
di Eno sul rhythm'n'blues. Quasi interamente strumentale (la voce si limita a
ripetere meccanicamente il titolo) "V-2 Schneider" fa da spartiacque tra le due
sezioni del disco, traghettando l'ascoltatore negli scenari ancor più gelidi e
nebbiosi della seconda parte. Deliri di sintetizzatori, armonie inusuali,
vortici sonori spalancano le porte a un nuovo universo musicale.
Le tastiere funeree di Eno cesellano la stupenda "Sense Of
Doubt", che fluttua con la pesantezza di una tragedia teutonica, in un clima
sinistro e minaccioso. Le atmosfere si fanno via via più astratte, lambendo
l'ambient music e la new age di molti anni dopo. La delicata "Moss Garden" vede
Bowie alle prese con un duetto tra koto (strumento
tradizionale giapponese a corda) e sintetizzatore, in un acquarello zen di
colori e luce, che effonde profumi d'Oriente con estatica sensualità. Il
risultato non è molto distante dalle sperimentazioni elettroniche degli Autechre
di vent'anni dopo. "Neukoln" - il cui nome deriva da un quartiere di Berlino
dove lavoratori turchi abitavano orribili casermoni costruiti di fronte al Muro
- è un affresco espressionista a tinte fosche, sfigurato dagli acuti lancinanti
di un sax alla Ornette Coleman.
Lo scenario si modifica bruscamente per il finale: dalle brume
mitteleuropee al deserto di "The Secret Life Of Arabia". Ma a cambiare è
soprattutto la musica: l'elettronica atmosferica degli episodi precedenti lascia
spazio a un bizzarro ritmo dance-rock, venato di sfumature kitsch e decadenti.
E' al tempo stesso il brano più convenzionale e più "spiazzante" dell'intero
album.
Combinando la sensibilità romantico-decadente di Bowie, il genio obliquo di Eno e il chitarrismo spericolato
di Fripp, "Heroes" segna un traguardo formale del processo di ibridazione di
rock ed elettronica d'avanguardia. Tutto è finalizzato alla costruzione di
un'architettura sonora tanto (apparentemente) eterogenea quanto compatta. Anche
la stessa voce di Bowie, al massimo delle sue potenzialità espressive, diviene
strumento, al servizio di questo progetto. E sullo sfondo resta la gelida
Berlino, ideale "tela" dello psicodramma curativo di Bowie ("E’ stata la mia
clinica", ricorderà), ma anche metafora del suo insopprimibile senso di angoscia
e di alienazione.
