1970: lo scenario muta drasticamente. Ormai non importa più nulla dei fallimenti, dei possibili tonfi commerciali: c'è bisogno di andare oltre, rompere tutte le barriere della forma canzone ed esplorare una dimensione veramente sconosciuta.
Già con l'album precedente, "Lorca", il cantautore californiano aveva dato un assaggio di quello straniante, nudo pasto sonoro: brani scarnificati fino all'osso, spettrali e drammatici come in un incubo. La gran voce salmodiante copriva molta parte del tessuto strumentale, affidato all'organo a canne e alla chitarra elettrica, con saltuari ricordi acustici a corredo.
"Starsailor", terzo album nell'arco di un anno, faceva sembrare quelle sinistre litanie alla stregua di innocue folk-song.
Buckley registra il suo capolavoro in poche session (10-21
settembre 1970) con una band tutta nuova. Herb Cohen, suo manager e direttore
dell'etichetta Straight (fondata con Frank Zappa) ha deciso di dargli
ancora fiducia, nonostante le scarsissime soddisfazioni di classifica. Tim
ritrova così il vecchio amico/paroliere Larry Beckett, accanto a lui fin dagli
esordi, ma poi allontanato. Conferma la presenza di Lee Underwood, altro grande
comprimario, alla chitarra elettrica, e John Balkin al contrabbasso. La perdita
dolorosa dei compagni di strada Carter C.C. Collins (percussioni) e David
Friedman (vibrafono) è bilanciata dall'entrata di Maury Baker (batteria,
timpani) e dei fratelli "Buzz" e "Bunk" Gardner (rispettivamente tromba e sax),
fiatasti di zappiana militanza.
Con poche ma chiarissime idee ben salde in mente,
l'inedita compagine di musicisti si ritrova in studio. Tim si affida, come
sempre, all'istinto e non dà alcuna indicazione scritta riguardo ad
arrangiamenti o possibili assoli. I ragazzi dovranno limitarsi ad ascoltare le
indicazioni del bandleader: improvvisare su un ostinato chitarristico, ricamare
sonorità intorno a un volo di voce. Nasce così "Come Here Woman", il primo
brano: accordi reiterati di chitarra elettrica seguiti dai virtuosismi del
basso. La batteria irrompe e scuote l'ambiente, preparando l'ingresso di
Buckley, che recita una prima strofa con teatrale istrionismo. Le vibrazioni
nell'aria sono inquiete, la marea continua a cambiare forma, infrangendosi sugli
scogli. Quando un abbozzo di melodia sembra sincronizzarsi tra chitarra e
ritmica, ecco che la voce intraprende una serie di virtuosismi sperimentali,
rallentando e velocizzando il suono delle parole, stupendo con acuti
impossibili.
Per chi ancora non l'avesse capito, Tim Buckley dimostra
al mondo di essere il più grande cantante del pianeta, capace di una estensione
e una capacità di interpretazione assolutamente fuori dal comune. Così anche "I
Woke Up" procede nella medesima ferrovia senza binari. La chitarra arpeggiata
simula il lamento delle balene arenate sulla spiaggia, la tromba e la voce una
lenta, sospesa malinconia. Tim morde e scompare, ruggisce poi fugge via.
"Monterey" è soltanto una lunga, interminabile figurazione di elettrica, con
scoppiettante basso & batteria al seguito. La voce simula grugniti e strilli
repentini, pare di essere nella giungla. Le visioni evocate provocano
inquietudine, nervosismo, tensione. Non è rock, né folk, né tantomeno pop.
Buckley in questo momento è più attratto dal free-jazz di Albert Ayler, Coleman
e Coltrane, dalla classica di alcuni coraggiosi come Pierre Buolez, Messiaen e
Pendereckji. Un'ispirazione evidente è poi rintracciabile nel lavoro di Luciano
Berio con la cantante Kathy Barberian: esplorazioni sulla vocalità e sui
rapporti tra suono e parola, timbro e movimento, semantica e psicologia della
musica.
Un sospiro di sollievo momentaneo è offerto dalla
filastrocca naif di "Moulin Rouge", compiuta stavolta come una canzone standard.
La tromba con sordina saltella in territori da music-hall, vagamente circensi o
cabarettistici. Questo brano è tuttavia inserito da Buckley in qualità di
riempitivo, quando è chiaro che il disco non è lungo abbastanza e le session
sono terminate. Discorso differente per la successiva "Song To The Siren",
scritta da Larry Beckett più di tre anni prima e poi scartata: all'originale
ballata folk acustica viene rallentato il tempo e cambiato l'arrangiamento. Tim
rimaneggia un po' il testo e ce la consegna profondamente diversa: la placida,
inoffensiva andatura è tramutata in pathos elettrico, cori glaciali e
interpretazione vocale più che mai sofferta e spettrale. Ne esce il capolavoro
dell'album, una delle misconosciute perle nascoste del canzoniere
americano.
I minuti scorrono, ma la cornice non cambia né vuole
offrire appigli all'ascoltatore: basta approcciare "Jungle Fire", arabesco
poetico diviso in due parti, una declamatoria e sospesa, l'altra spigolosa e
movimentata dai consueti ostinati di elettrica. Oppure la controversa
title-track, summa di tutta la sperimentazione d'avanguardia: costruita a
tavolino da Tim e John Balkin da una poesia di Beckett, "Starsailor" è un
temerario esercizio per sola voce. Sedici parti vocali sovraincise cambiando la
velocità dei nastri: una sinfonia in cui l'unico strumento evoca spiriti
ancestrali che sembrano possederlo. Un oceano di grida, sussurri, lamenti,
gemiti. La materia è asciugata al massimo e si rivela in tutta la sua ostica
bellezza. La nave stellare del marinaio Buckley approda finalmente a
quell'agognato punto di non ritorno, lambisce per un attimo l'ignoto, osa,
brucia, esplode. E sopravvive.
Con "The Healing Festival" si torna sulla terra cercando
di dare un seguito strumentale a quel delirio, creando nuovo caos.
Non serve
a nulla: lo zenith è stato toccato. Neppure il pur bellissimo incipit di tromba
della conclusiva "Down By The Borderline" è utile ad approfondire ulteriormente
il discorso. Il volo di Icaro è concluso: il sole ha bruciato le ali di
Tim.
"Starsailor" esce nel novembre '70 e ovviamente non
riscuote alcun successo. Si tratta dell'album più complicato e sconvolgente
della storia rock: precursore inconsapevole di certa new wave più "eterea" (4AD) che negli
anni Ottanta non mancò di pagare pegno. All'epoca molti critici scrivono
recensioni entusiaste (celebri le cinque stelle dal jazz magazine "Down Beat"),
ma tutto ciò non serve a risollevare le quotazioni di Buckley.
La
provocazione messa in scena dal ventitreenne è raccolta da pochissimi
coraggiosi. I vecchi estimatori dei suoi madrigali folk inorridiscono di fronte
a quell'orgia: chi amava brani come "Once I Was" e "Phantasmagoria In Two"
stenta a ritrovare l'angelico autore in questo marinaio delle stelle.
Buckley dal canto suo non può che tornare ai margini della
scena, frustrato e pieno di malcelato livore verso il music business.
Non
più giovane promessa, egli si ritrova a battere locali di terz'ordine, festival
in cui il suo nome un tempo glorioso è recluso ai margini del cartellone.
L'orgoglio e la testardaggine alla fine cedono al compromesso: tre album di
mediocre folk-pop, arrangiato da sessionmen senza talento. La poesia di
ieri rimpiazzata da squallidi testi impregnati di violenza o erotismo.
Un
pensiero lo fa anche al mondo del cinema: la lunga lista di sceneggiature
accantonate, adattamenti musicali naufragati e collaborazioni sfumate, però,
parla da sola. Tutto il sostegno e l'amore di una nuova compagna non bastano.
Tim Buckley non crede più nella musica, ha smesso di ambire a obiettivi
importanti. Cerca rifugio per l'ultima volta nella droga e trova la morte a casa
di un amico, vittima di un'overdose letale d'eroina e morfina. E' il 29 giugno
1975: ha 28 anni.
Il suo viaggio si dissolve nel silenzio eterno dei
pianeti.
