Byrds

Younger Than Yesterday

1967 (Columbia) | folk-rock

Chi dice Byrds dice tante cose: folk-rock, raga-rock, country-rock, space-rock. Stili, intuizioni, "lampi" sonori che McGuinn e soci, in pochi anni di travolgente, continua evoluzione, lasciarono dietro di sé a beneficio di tutti i musicisti vogliosi di percorrere strade nuove. Perché, se è vero che il rock'n'roll si può suonare con tre-accordi-tre, è anche vero che questa musica, che inonda la nostra fantasia da più di cinquant'anni, ha saputo perennemente rigenerarsi, per proporsi e riproporsi ad almeno tre generazioni di appassionati ascoltatori (molti dei quali sono stati e sono anche emuli, con la chitarra in pugno, dei loro beniamini).

Passiamo al disco clou (secondo chi scrive) del gruppo americano per antonomasia dei Sixties (ma sì, è chiaro, assieme ai Beach Boys, eroi del surf e quindi diametralmente opposti alla premiata ditta McGuinn & soci). "Younger Than Yesterday" - anche se sotteso da un unico, magico sound - è tutto meno che un concept album, perché vi coabitano alla grande ritmi e stili caratteristici delle diverse anime (almeno tre) del gruppo: il tintinnio pervicace di McGuinn con la sua fida Rickenbacker 360 12 corde, il sempre occhieggiante innamoramento per il country di Hillman e i deliri onirici - splendidi, fantastici - di Crosby.

Quando incidono l'album, i Byrds sono in quattro. Oltre a quelli citati, c'è Michael Clarke alla batteria, mentre Gene Clark, portabandiera dei primi lavori targati folk-rock, ha deciso di lasciare i clamori della scena per poi rientrare, di lì a poco, come raffinato solista. I due genietti della band, McGuinn e Crosby, novelli Lennon-McCartney, nei solchi del disco mettono le rispettive anime, ponendosi a confronto senza contrasti, ma, anzi, vivificando l'insieme proprio grazie alla profonda, evidente diversità d'ispirazione che genera risultati compositivi immediatamente distinguibili. Quel confronto umano e non solo artistico, che avrebbe in breve tempo, purtroppo, portato al divorzio, qui si esplica e vive reggendosi su un miracoloso equilibrio e raccordandosi agli spruzzi di tradizione Usa firmati Hillman. Tutto è perfetto, tutto è in linea con i Byrds che già conoscevamo e che adesso toccano i vertici di una psichedelia sognante già messa a punto nel precedente "Fifth Dimension".

"So You Want To Be A R'n'R Star" apre la sfilata dei brani con un inno ironico e disincantato (punk ante litteram di una decina d'anni) che mette in guardia contro gli inganni delle luci della ribalta, dietro le quali stanno gli inutili urletti delle ammiratrici, l'avidità dell'industria discografica e i mille trabocchetti dei manager. L'assolo, anziché alla "Rick" di McGuinn, è affidato alla tromba, leggera e insinuante, di Hugh Musekela, a rendere tutto più aereo, più... levitante. Alla prima canzone fa da contrappunto la love song "Have You Seen Your Face", con un solo dirompente di chitarra fatto di note taglienti quanto mai prima. "CTA 102" paga il tributo byrdiano al mito dello spazio (i nostri sono, sì, contestatori, ma tengono pur sempre una bandiera a stelle e strisce nel cassetto): un riff ossessivo, interminabile, sembra un segnale radio inviato agli extraterrestri. La dolcezza dei Byrds emerge poi in "Renaissance Fair", sognante cronaca di una delle prime adunate rock, contrappuntata dalle note liquide della chitarra di McGuinn (Eric Burdon ne riprenderà un verso nella sua "Monterey").

Quanto al buon Chris Hillman, sono sue le bellissime "Thoughts And Words", "Time Between" e "The Girl With No Name". La prima punta a stupire (e ci riesce) col sound chitarristico registrato a rovescio (Beatles docent), mentre nelle altre due mette il suo sapiente zampino il futuro Byrd Clarence White, sciorinando piccoli assoli che scorrono sul vinile come i ruscelli sulle rocce montane a primavera.

Abbiamo lasciato per ultimo Crosby, perché il suo discorso è davvero originale, si stacca dal resto, anticipando i fasti solistici di Dave e le insuperabili performance con Stills, Nash e Young. "Everybody's Been Burned" prima di tutto, ballata incantata nella quale, alla dolcezza del sound (con un McGuinn quasi jazzistico), fa da contraltare la profezia cruda dell'olocausto nucleare. E poi, "Mind Gardens", parabola crosbyana che aleggia sostenuta dal sitar: limpida, cantata nitidamente, intelligibile nelle singole sillabe.

Ovviamente, non poteva mancare (siamo ad appena due anni da "Mr. Tambourine Man") l'omaggio al guru Dylan, con "My Back Pages", forte di un assolo di dodici corde tanto bello quanto semplice nel ripercorrere le note del cantato; una frase di questo brano (tributo dei tributi) dà addirittura il titolo all'album.

A chiudere il tutto, "Why", in una versione diversa da quella del 45 giri, con la dodici corde di McGuinn che impazza a lungo nell'inciso solista e con uno splendido finale quasi strascicato, fatto di accordi secchi e sbavature solistiche (saranno in molti, soprattutto nelle garage band, a riprendere la song in pregevoli e fedeli cover).

Volutamente, non è stata seguita esattamente la cronologia dei pezzi, preferendo enucleare le diverse anime che convivono nel disco. E' innegabile che la band avesse già dato magnifica prova di sé nei precedenti lavori discografici. Sta di fatto, però, che "Younger", assieme a "Fifth Dimension", celebra l'esplodere della fantasia creativa dei Byrds. Il folk-rock è ancora dietro l'angolo, ma, anche attraverso il filtro di suoni elettronici e di piccole invenzioni di studio (valide ancor oggi), gettando qua e là l'occhio sul country-rock prossimo venturo, sfocia in una psichedelia "non voluta", che nasce da dentro, dalla testa e dal cuore dei musicisti, trovatisi in uno di quei momenti di grazia che raramente si ripetono nel corso di una carriera artistica. Certo, i singoli componenti dei Byrds faranno ancora grandi, grandissime, cose, da soli e in compagnia (basti pensare ai trionfi che attenderanno Crosby negli anni a venire), ma questo quartetto (mettiamoci anche il buon Clarke ai tamburi) non si ripeterà più a certi livelli. Sì, arriverà l'anno seguente "Notorious", album che però suonerà un po' malinconico, sviluppando ed estremizzando concetti e suoni già cristallizzatisi nella loro perfezione in "Younger", e segnalandosi come canto del cigno di una band irripetibile, che si riformerà, sotto la sferza energica di McGuinn, con altri partner (bravissimi). Una band che, ammaliata dall'eterno mito western radicato nel Dna degli americani, saprà produrre ancora belle canzoni, ma mai come prima. Alla fine della strada, la reunion dei cinque Byrds originali, che incanteranno per forza e bravura, senza, però, più essere capaci di resuscitare il jingle-jangle sound che ci lasciò a bocca aperta 40 anni fa o giù di lì.

Un'ultima nota sull'album. "Younger" è un lavoro che fa sognare (certe canzoni si gustano molto di più standosene sdraiati sul letto con gli occhi chiusi e, magari, con un bicchierino in mano), è un insieme di pezzi che sembrano volare (levitare) a qualche metro dal suolo, con quelle voci tese all'estremo, con le chitarre che cercano le ottave più alte, con le note che "sbavano" in tutte le direzioni. Questa è psichedelia, non voluta (come già detto), ma "scaricata" addosso agli ascoltatori da chi concepiva la musica (droga o non droga, chi lo sa?) come una cavalcata fuori dal mondo di tutti i giorni, come un filo sottile ma robusto che unisce chi, nella musica cerca la vita, la realizzazione di sé, e anche di qualche sogno. Basta lasciarsi andare e crederci.

(27/10/2006)

  • Tracklist
  1. So You Want to Be a Rock & Roll Star
  2. Have You Seen Her Face
  3. C.T.A. - 102
  4. Renaissance Fair
  5. Time Between
  6. Everybody's Been Burned
  7. Thoughts and Words
  8. Mind Gardens
  9. My Back Pages
  10. Girl With No Name
  11. Why
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