cLOUDDEAD

cLOUDDEAD

2001 (Mush Records) | abstract-hip-hop, avant-hop

I wonder what my mother looked like pregnant
I've classified water damage as art
Ruining things
Trilobyte out on the town
Painting things in accordance with my weird ordinance
My style is glass cutter
Delicate
Intense
Shooting out the moonlights with my tongue depression in a vacuum.
Bizzarri, giocosi, intimisti, avanguardistici. Gli americani cLOUDDEAD sono stati uno dei progetti più personali, rivoluzionari e innovativi degli anni 2000. Sotto questo moniker si celavano Adam "Doseone" Drucker, Toni "Why?" Yoni e il produttore David "Odd Nosdam" Madson. Il nome venne scelto basandosi su di un gioco che la sorella minore di Adam Drucker gli faceva sempre quando aveva cinque anni, come a ricollegarsi al lato più fanciullesco e innocente del gruppo.
I tre, provenienti da Oakland in California, avevano già formato, assieme a vari artisti rap sperimentali e altri musicisti, un collettivo musicale poi divenuto un'etichetta vera e propria nel 1997, chiamata Anticon, che sarebbe stata addirittura definita come "l'equivalente hip-hop del post-rock". Il motivo era da riscontrarsi negli obiettivi e nell'estrazione culturale/musicale di questo collettivo, che destrutturava influenze hip-hop ed elettroniche, le ricombinava e riforgiava in piccole sperimentazioni in cui i brani ricercano accuratamente una caratterizzazione sonora oscura e atmosferica, un gusto onirico per dei testi poeticamente simbolici, e un'effettistica che implementa tanto campionamenti distorti e brucianti quanto battito rallentato e scandito con ritmi anche non convenzionali. La summa di tutto ciò fu nella compilation "Music For The Advancement Of Hip-Hop" del 1999, che fece scalpore nella scena soprattutto per il nome e per il fatto che ad arrogarsi un simile titolo e a congegnarne i pezzi furono degli artisti bianchi.
Con queste premesse il trio rilasciò a nome cLOUDDEAD sei Ep ipnagogici, eterei e psichedelici, che vennero poi riuniti in un album omonimo nel 2001, quello di cui ci apprestiamo a parlarvi; un lavoro surreale e impalpabile, che ha scardinato le precedenti concezioni di musica ambientale, del mondo hip-hop, del rap alternativo e della musica sperimentale.

Ma cos'è "cLOUDDEAD" in definitiva?
Forse per capirlo meglio dovremmo prima specificare cosa non è. Non è comune hip-hop, per cominciare. Dell'hip-hop viene presa la forma di base, ma non i contenuti essenziali e gli intenti. Gli americani stravolgono il concetto stesso di hip-hop, distaccandosene idealmente per trovare un punto d'incrocio con l'ambient e le tendenze d'avanguardia occidentali, contaminandole con un pizzico di psichedelia californiana anni 60 (l'acid-rock di gruppi come Grateful Dead o Jefferson Airplane, non a caso provenienti dalla Bay Area in cui risiede lo stesso trio) e con l'indie-rock.
L'ambito dell'hip-hop alternativo e sperimentale è vasto, la sua storia ha visto numerosi artisti sempre impegnati a spingere oltre i propri limiti i canoni del genere, dai Beastie Boys negli anni 80 a J Dilla più di recente, passando per Dj Shadow.
Se il collettivo Anticon può essere considerato il post-rock dell'hip-hop, i cLOUDDEAD sono i Faust dell'hip-hop. Soprattutto suonano più vicini ai gusti intellettuali della borghesia bianca cui appartengono, al punto che la scena "black" quasi ripudia i tre di Oakland, che vengono invece accolti con maggiore interesse dal pubblico indie. I suoni si fanno impenetrabili, i testi criptici, le atmosfere da trip onirico nello spazio.
I brani consistono in lunghe suite, ciascuna divisa in due parti a loro volta "frammentate" in più sequenze interconnesse o separate da una breve pausa. Non c'è una vera e propria identità precisa conferita singolarmente a ciascuna traccia, né esiste una qualche forma di linearità o successione logica; trattasi piuttosto di un mesmerizzante caleidoscopio di sensazioni, umori e improvvisi cambi di registro anche nello stesso passaggio. La forma-canzone è negata e l'intero disco andrebbe visto come un massiccio unicum che enfatizza le capacità visionarie e i suoni avvolgenti del trio.
La produzione, volutamente in lo-fi, rende più corposi i suoni, che sono eterei e spaziali, con beat rallentati accompagnati da tappeti atmosferi alienanti, scratching minimale, sampling schizoidi. Il contributo di Doseone, in particolare, conferisce un feeling più psichedelico e acido al tutto, diluito poi in un sottostrato di atmosfere elusive e malinconiche, capaci di picchi onirici suggestivi.

Le basi sonore di questo disco, contrariamente a quanto avviene nella tradizione dell'hip-hop, ribaltano totalmente i canoni tradizionali. Innanzitutto, l'elemento ritmico e percussivo non è al centro dell'attenzione, ma viene relegato in secondo piano. A volte svanisce del tutto, ma complessivamente funge da puro sostegno ai densi riempimenti ambientali che pervadono l'ascolto, ma soprattutto al lato vocale, bizzarro e multisfaccettato. Il rapping stesso è trasfigurato. Si tratta più di un rap sussurrato (in particolare quello di Why?, dallo stile introspettivo e malinconico) alternato a fraseggi veloci, litanie rappate con voce nasale e vocalizzi giocosi e schizoidi (qui invece è Doseone, dall'attitudine vagamente freak). È uno dei duetti rap più significativi di questi anni, ma senza seguire gran parte delle metriche nei versi e delle timbriche più canoniche nel mondo hip-hop. È un approccio molto intimista, quello del trio, che trova un soundscape malleabile su cui poggiare il suo flusso rarefatto di sonorità cosmiche vicine ai Tangerine Dream, di umori inquieti figli di Brian Eno e di futurismo à-la Boards Of Canada. Un disco intriso di una cupezza post-industriale idealmente vicina ai Throbbling Gristle. A volte barrettiano nei momenti visionari, altre volte vagamente vicino al trip-hop o all'acidità di Aphex Twin, ma in tutti i casi senza riprenderne la tensione psicologica e l'intensità, che cedono il posto a un mosaico di dilatazioni atmosferiche. Un collage sonoro minimale e soffuso, con lunghe digressioni strumentali tra ambient e downtempo, colorato da una progressione sonora affine a certo post-rock, per via del suo andare oltre i precedenti schemi, rifiutandoli e al tempo stesso rimodellandoli per creare qualcosa di nuovo.

Si tratta indubbiamente di hip-hop sperimentale e d'avanguardia, difficilmente accostabile stilisticamente ad altri lavori, ma a definirlo sono soprattutto i testi. Il giornalismo musicale aveva già da tempo coniato un termine con cui sono solitamente descritti album di questo tipo, così surreali, sfumati e destrutturati: "hip-hop astratto". È un termine che a volte viene usato come sinonimo di hip-hop sperimentale o incluso nell'avant-hip-hop, ma che in realtà prende il nome per l'appunto dai testi, che non parlano di argomenti quotidiani o concreti, ma spaziano su concetti come l'esistenzialismo, la società, il simbolismo. Le liriche (soprattutto nei cLOUDDEAD, che spaziano da momenti molto profondi ad altri fanciulleschi, ma in maniera voluta) fanno molto ricorso a metafore, giochi di parole visionari, evitando accuratamente il linguaggio più crudo e diretto tipico dell'hip-hop. Proprio per questo il termine ha coordinate a sua volta sfumate e imprecise, e può comprendere artisti anche diversi fra loro, o distanti dalle sonorità descritte (come Dälek, El-P, Quasimoto, Madvillain o Dr. Octagon, oppure i Cannibal Ox: questi ultimi, simbolicamente esordienti nello stesso anno dei cLOUDDEAD e spesso inclusi fra gli artisti rap alternativi più significativi del nuovo millennio, fanno invece capo a un'estremizzazione dell'hip-hop stesso piuttosto che a una sua decostruzione e rifondazione). Anche per questo, il lavoro del trio di Oakland vive di luce propria.
A volte l'hip-hop astratto si interseca volentieri con scene affini, di cui ritroviamo gli elementi anche nei cLOUDDEAD, come l'illbient: si tratta di una corrente che combina l'East Coast-hip-hop con un'elettronica ambient à-la Brian Eno, proiettandola verso forti "fondali sonori" atmosferici su cui vengono adagiati strati di beat e looping di sintetizzatore; il termine viene dallo slang dell'hip-hop, dove "ill", ammalato, viene usato in senso opposto, cioè "star bene".
Successivo ai cLOUDDEAD è invece il cloud-rap, che dal trio è stato molto influenzato, e che dilata i suoni e le atmosfere dell'hip-hop per generare degli effetti fortemente onirici, abbinati a testi tanto surreali da essere a volte volutamente non-sense. Ma in maniera più sistematica rispetto ai cLOUDDEAD, che qui con questa opera monumentale spalancano interi portoni e indicano numerose vie percorribili.

Odd Nosdam così descrive il progetto, sottolineando le sue influenze e il carattere ermetico dei brani: "L'elettronica mi ha certamente influenzato molto nello sviluppare un suono personale perché apprezzo molto la personalità distintiva che Aphex Twin o Daedalus mettono nella loro musica. [...] Noi facciamo semplicemente la musica che ci viene spontaneo comporre. Ogni canzone ha un vero significato, ma se a qualcuno dovessero sembrare ottuse, forse è perché sono così personali che solo noi possiamo capirle appieno". Why? aggiunge: "L'elemento psichedelico probabilmente deriva dall'uso eccessivo di acidi da parte di Doseone, comunque ogni volta che ne abbiamo parlato lui ha risposto di non avere problemi".
I cLOUDDEAD dunque si sono mostrati gli alfieri di una nuova concezione sperimentale dell'hip-hop, che ne usa il linguaggio per "raccontare" una musica nuova e diversa, fortemente connessa alla musica ambientale e all'elettronica, ma anche a cupe visioni dell'epoca post-industriale, e soprattutto a un'attitudine minimale e avanguardistica che esce dai limiti e dal pubblico dell'hip-hop per aprirne le porte ai settori più sperimentali e di confine e che segna probabilmente un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio, per l'intero hip-hop stesso, che dopo quest'album non sarà mai più lo stesso e dovrà per forza di cose ricapitolare la situazione e fare i conti con la musica surreale e astratta del trio di Oakland.
Pocket full of lightning wads
and cat calls gush,
like, I've never died from thirst
while preaching up the wrong tree
or slinking through the fence
through the posts
because you can fit.
"Apt. A" inizia con una breve sequenza ambientale di vocalizzi riverberati e leggere tastiere cosmiche che dipingono uno scenario celestiale malinconico e solitario. Dopo questa sorta di introduzione inizia un intreccio ossessivo di synth ululanti, beat meccanici e rap, a cui fa seguito una parte più raggelante con atmosfere aliene in stile Radiohead, minimalismo che si avvicina al trip-hop ambientale degli Skylab, tra bassi dub appena accennati, percussioni ovattate e rap intenso che decanta filastrocche stranianti. La seconda parte si fa più spettrale, soprattutto nell'improvviso intermezzo di puro ambient macabro e nebbioso. La lunga coda finale gioca invece sul contrasto allucinogeno fra i cupi e opprimenti droni elettronici in primo piano e i campionamenti di sottofondo, che spaziano fra rumori di motori elettrici ed effetti giocosi.
"All You Can Do Is Laugh" è anche più dolente, con riempimenti atmosferici notturni a fare da cornice al battito secco, inesorabile, macabro, al rap decadente e alle dilatazioni sonore che catapultano nelle strade più desolate di una metropoli occidentale. Piccoli inserti morbidi contrastano con le atmosfere tese dello sfondo, mentre la sezione centrale della prima parte (in cui il trio quasi si "nasconde" dalla luce esterna per lasciar calare le nuvole della copertina sull'ascolto) è fortemente minimalista. La seconda parte prosegue su questa linea tingendola con sample più retrò, distorsioni vocali e campionamenti d'archi che raggelano il sangue. Curiosa però la sequenza finale, più uptempo.

"I Promise Never To Get Paint On My Glasses" inizia in maniera soffusa e delicata, la voce bisbiglia in sottofondo, mentre le distensioni minimaliste catalizzano un senso di angoscia e solitudine di sottofondo, seguite da delay notturni soprattutto nella seconda parte, che è interamente ambient. La successiva "Jimmybreeze" si diverte ad alternare con dissonanze e contrasti un variegato cocktail di sampling di videogiochi, suoni infantili, cupissimi pad elettronici di sottofondo, rap che viene e va, così come le percussioni, imprevedibili e multisfaccettate. Ne consegue un'aura quasi nevrotica, che viene attenuata se non proprio capovolta con i tappeti onirici e i giri di note sognanti della seconda parte del brano (che comunque dopo una parentesi sporcata di drumming post-rock sfocia poi in un electro-ambient più teso). Viene ora "(Cloud Dead #5)", che contiene alcuni dei picchi più eterei e atmosferici del disco, sempre però in qualche modo distorti, annebbiati, di modo da mantenere un retrogusto d'inquietudine che emerge anche nei tappeti più densi e avvolgenti.
Infine, in chiusura, troviamo "Bike", consueto fiume di emozioni differenti, con i synth tenebrosi iniziali, i campionamenti jazz, i riempimenti quasi gospel e le infiltrazioni esotiche conclusive della prima parte; nella seconda, invece, spiccano ricche divagazioni vocali, con il trio che si sbizzarrisce nel mescolare giochi canori di botta e risposta, fraseggi melodici, sberleffi irriverenti, nenie melanconiche e nasali. Il background sonoro è ridotto all'osso, si fanno più evidenti solo l'intermezzo spettrale e il finale più acustico.

Nel 2004 invece esce il full-length vero e proprio del gruppo, intitolato "Ten"; ugualmente personale e originale, "Ten" si discosterà dai tratti più ambient del predecessore per rimescolare maggiormente elementi psichedelici, sampling e fraseggi melodici, rendendo accessibile un fluire oscuro di sensazioni, proposte usando il verbo dell'hip-hop, poco popolare verso certe schiere di ascoltatori. "Ten" si rivelerà anche più variopinto e (relativamente) assimilabile, con una maggiore linearità e ricchezza di spunti cantautorali, "pop", trip-hop ed elettronici.
E qui finisce anche la storia dei cLOUDDEAD: gli attriti personali fra Odd Nosdam e Why?, nonché la mole di lavoro impressionante, porteranno il progetto ad essere interrotto. Ciascun membro proseguirà la propria carriera personale o in collaborazione con gli altri artisti del collettivo Anticon (in questi anni verranno pubblicati anche i lavori di altri progetti, come Hymie's Basement o Themselves). I tre non perderanno la loro prolificità creativa, concentrandosi sugli elementi peculiari dei due dischi a marchio cLOUDDEAD, espandendoli e approfondendoli. Tra tutti, il più significativo sarà forse Why?, autore di diversi album, tra indie e pop-rock, molto raffinati, spontanei e melodici. Inoltre, nasceranno anche collaborazioni tra gli anticoniani e altri artisti esterni, come nel caso dei 13 & God, sorti dalla collaborazione di Doseone con i Notwist.
Physics of a bicycle, isn't it remarkable?
And turns our friends and family into cold hard cash
It was our idea first to put dead whales on the roadside
I am fresh dirt, grab your hoe and rake and shake the earth
I caught you looking like a barbed-wire fire escape
I've been an ex-president since the day i was born
What do you call a three-legged dog? lucky
Doesn't mean it's all valour and vagina
Just because I've got poet head and write all the time
You bring tears to my ever-dry eyes.

(09/04/2017)



  • Tracklist
  1. Apt. A (1)
  2. Apt. A (2)
  3. And All You Can Do Is Laugh (1)
  4. And All You Can Do Is Laugh (2)
  5. I Promise Never To Get Paint On My Glasses (1)
  6. I Promise Never To Get Paint On My Glasses (2)
  7. JimmyBreeze (1)
  8. JimmyBreeze (2)
  9. (Cloud Dead Number Five) (1)
  10. (Cloud Dead Number Five) (2)
  11. Bike (1)
  12. Bike (2)
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