Se per essere considerato degno di figurare
negli annali del rock un disco deve essere anzitutto originale, allora
"Treasure", opus n. 3 degli scozzesi Cocteau Twins, è a tutti gli effetti
un'opera memorabile.
Partiti nel 1982 da suoni tenebrosi e claustrofobici, debitori
per molti versi di Siouxsie, i Cocteau Twins (Elizabeth Fraser: voce / Robin Guthrie:
chitarra e tastiere) erano già la più rappresentativa band della pregiata
scuderia della 4AD di Ivo Watts-Russell, ma nulla dei loro pur ottimi dischi
precedenti faceva presagire sviluppi tanto folgoranti. Per merito, forse, anche
del nuovo arrivato Simon Raymonde, bassista e tastierista di raro talento, i
Cocteau azzeccarono un'opera irripetibile, sganciata da tutti gli schemi e anni
luce avanti ai loro contemporanei. È da qui che cominciano i "veri" Cocteau
Twins, i maestri di quello che proprio a partire da loro verrà definito
"dream-pop".
Benché ci abbiano provato intere generazioni di musicisti, negli
anni successivi, nessuno è mai riuscito nemmeno lontanamente a eguagliare la
magia, lo stupore, l'incanto ancestrale e irreale suscitato dal loro sound. Un
sound assolutamente unico e peculiare, quello coniato dal trio scozzese,
certamente ancora in qualche modo memore delle radici dark-wave (soprattutto nei
ritmi sintetici e nelle penetranti linee di basso), ma dagli sviluppi totalmente
inediti; un sound che scorre via fluido, libero, leggerissimo, che si libra in
voli estatici fino ad altezze irraggiungibili. Le loro sembrano a tutti gli
effetti "canzoni" regolari, accattivanti e orecchiabili; in realtà pochi gruppi
hanno compiuto sperimentazioni tanto ardite, a partire dal canto semplicemente
indescrivibile di Liz Fraser, che esplode finalmente in tutte le sue infinite
potenzialità.
I testi non esistono più, sostituiti da suoni inventati sul
momento dalla cantante, oppure giochi di parole fatti di associazioni libere,
nonsense e giochi onomatopeici (eredi in un certo senso della grande lezione di
Robert Wyatt), in modo che la
voce abbia la più totale libertà di spaziare lungo l'intero spettro di registri
raggiungibili; in ogni brano Fraser sembra "duettare" con sé stessa, alternando
al tono nervoso e agitato dei primi album, dei gorgheggi fatati, lievissimi,
inarrivabili, seguendo le orme di Kate
Bush. I due musicisti la assecondano perfettamente, costruendo per lei delle
"scenografie" fantastiche, splendenti di rara bellezza e suggestione: la
chitarra tintinnante di Robin Guthrie, il basso "liquido" di Simon Raymonde e i
loro arrangiamenti barocchi, dal sapore arcaico, irreale, quasi alieno, vanno
così a costruire una musica sofisticatissima e al tempo stesso splendidamente
spontanea, quasi naif: quella dei Cocteau Twins è una
ricerca sonora colta e preziosissima, ma è anche dominata da un impulso di fondo
di infantile, irrefrenabile anarchia.
A contare, più delle singole canzoni, è l'impatto emotivo di
suoni tanto puri, aerei e cristallini; è il trionfo della forma sulla sostanza,
forse, ma di certo non fine a sé stesso come tanto pop-rock britannico. Libertà
totale è la parola d'ordine dei Cocteau Twins,
l'obiettivo è un'opera che sia pura "bellezza" e creatività, svincolata da
qualsiasi impedimento metrico e armonico. Ogni brano ha modo così di evolversi
attraverso autentici spettacoli sonori, come "Lorelei" una filastrocca gioiosa,
una strabiliante danza visionaria, nella quale la Fraser eleva il suo gorgheggio
a livelli impensabili: la scena che viene in mente è di una bambina che
contempla stupefatta le meraviglie e le magie che si materializzano davanti ai
suoi occhi, mentre attorno a lei si affollano giostre scintillanti e giochi
pirotecnici. Ma ancora più entusiasmante è "Amelia", brano più sommesso e
inquieto, che potrebbe andare avanti all'infinto senza stancare mai, ed è anche
in un certo senso il manifesto delle intenzioni sonore del gruppo: non più una
"canzone", in quanto mancano un inizio, uno svolgimento e un finale, ma un volo
libero di Fraser lasciato fluttuare dolcemente in una bruma notturna e arcana,
che evoca paesaggi spettrali e stregati. L'incanto barocco di "Lorelei" si
ripete in "Aloysius", ma in una dimensione più rarefatta e intimista, in un'aria
dolcissima e sognante.
Non mancano comunque momenti più marcatamente "rock": l'iniziale
"Ivo", una splendida ballad cadenzata e intrigante, la drammatica, bellissima
"Persephone", unico richiamo esplicito alle sonorità dark-wave dei primi due
dischi, e infine la tenebrosa e nevrotica "Cicely". Tra i passaggi più
sperimentali spicca invece l'austero madrigale di "Beatrix", che teletrasporta
in una corte medievale popolata di eleganti dame e menestrelli, di maghi e
giocolieri: sui versanti opposti arrivano la gentile e vellutata eleganza di
"Pandora" e la minacciosa incursione ambient di "Otterley", con Fraser
travestita da ammaliante sirena che, tra languidi arpeggi di chitarra e rumori
di risacca, lancia il suo richiamo sussurrato, sensuale e mortale. Finché
l'epica "Donimo" arriva a mettere la parola fine, tra cori cavallereschi e
solenni droni elettronici, tra apoteosi chitarristiche e un tempestoso battito
elettronico, il tutto sempre solcato dal gorgheggio estatico e incantato di
Elizabeth Fraser.
"Treasure" è opera dal valore musicale ineccepibile, ma
dall'ancor più grande valore emozionale: pochi dischi possono vantare tanta
raffinatezza e tanto fascino e offrire temporanee vie di fuga dalla realtà tanto
suggestive e meravigliose. L'ascolto di "Treasure" equivale a rifugiarsi in una
dimensione totalmente "altra", equivale ad aprire uno scrigno antico e
misterioso, giunto chissà come tra di noi, prezioso e ammaliante, carico di
colori e visioni, di sogni e incantesimi. "Treasure" è esaltazione e
introspezione, è artificiosità totale e ingenua spontaneità, è un gioco
altamente intellettuale e spudoratamente semplice. In una parola "Treasure" è la
gioia di fare e ascoltare musica, al suo stato più genuino.
