Codeine

Frigid Stars

1991 (Sub Pop) | slowcore

"Noi sogniamo di viaggi per l'universo: ma l'universo non è forse in noi?"
(Novalis)

24 settembre 1991: esce "Nevermind" dei Nirvana. Seattle diventa il centro dell'universo rock. Esplode la bomba a orologeria del grunge. I riff fulminanti del punk, la ritmica imperiosa dell'hardcore, le deflagrazioni del miglior hard-rock e una vena melodica che ammansisce la disperazione urlata da Kurt Cobain. Il rock - il suo sacro spirito di ribellione (con e senza causa) - è ancora vivo. La voce di Cobain inaspettatamente diventa quella di una generazione di ragazzi incazzati non tanto e non solo con un mondo sempre più ingiusto, ma soprattutto con se stessi e la vita in generale.  "Caricate le pistole e portate i vostri amici, perdere è divertente". "Nevermind" era questo: un enorme e disilluso vaffanculo che ti faceva stare meglio rendendoti parte di una piccola, grande comunità. In tal senso, esso coincide col canto del cigno della musica rock così come la si è conosciuta fino al 1991. Dopo quell'anno niente più mitologia (se non spicciola), niente più inni generazionali, niente più ecumenismo.

Nel 1991, con "Nevermind", il rock tradizionalmente inteso ha emesso una delle sue luci più abbaglianti e poi si è spento definitivamente, come una supernova. Nello stesso anno, pochi giorni prima, altri tipi di stelle, le "stelle frigide", preparavano l'assalto al firmamento di una musica che continuava ad essere definita "rock" solo per via della strumentazione: il particolare non sfociava più nell'universale ma ripiegava sempre più in se stesso fino a rinchiudersi in un guscio impenetrabile, abitato da narcolessia e solipsismo. Con i Codeine da New York e gli Slint da Louisville irrompeva silenziosamente  la poetica dell'implosione dei sentimenti, di un'incomunicabilità senza valvola di sfogo.

"Frigid Stars" dei primi e "Spiderland" dei secondi, entrambi usciti per il mercato statunitense prima del capolavoro dei Nirvana, sono diventati i vessilli di un nuovo modo di fare rock che non si riconosceva più in se stesso, pur non tagliando completamente tutti i ponti col passato. Già negli anni Settanta, infatti, veri movimenti musicali come il kraut-rock, la scuola di Canterbury e parte della new wave avevano messo in crisi, del rock, sia la forma canzone che la sua dimensione epica. Stavolta, però, il superamento dei canoni classici delle rock song non era programmato come avvenuto in passato: ad animare Codeine e Slint non fu una volontà artistica predeterminata; si trattò piuttosto della manifestazione spontanea  di un sentire latente che albergava anche in altri gruppi dell'epoca come Galaxie 500 e Red House Painters. Se negli anni Settanta la contaminazione con l'avanguardia "colta", l'elettronica e l'improvvisazione jazz rese la musica rock anche qualcos'altro, nel 1991 il rock morì definitivamente, più che per ragioni estetiche, per impellenti esigenze espressive: bisognava trovare un modo meno "spettacolare" di manifestare un umore triste e malinconico, spesso anche depresso. Le contemporanee innovazioni stilistiche di Codeine e Slint, sostanzialmente diverse ma comunque affini, furono la risposta perfetta. La loro è una musica glaciale e intima, sottilmente poetica, in cui l'incedere ritmico è rallentato e frammentato, gli assoli sono sostituiti da fugaci epifanie distorsive, le armonie fatte da tenui scampanellii e il canto ridotto a sussurro.

"Frigid Stars" e "Spiderland", dischi gemelli dunque. Due lavori per cui si parlerà di post-rock (definizione che mette in risalto la capacità di superare i limiti canonici delle composizioni propriamente rock) e di slowcore (termine usato invece per indicare più specificamente una musica dalla ritmica rallentata fino all'esasperazione). Quest'ultima etichetta diventerà proprio il marchio di fabbrica della breve carriera dei Codeine.

La band newyorkese - formata dal cantante e bassista Stephen Immerwahr, dal batterista Chris Brokaw e dal chitarrista John Engle - nel 1989 si affacciava timidamente sui circuiti underground della Grande Mela sotto la "protezione" dei più esperti Bitch Magnet, i quali, proponendo nel loro "Valmead" del 1990 il gioiellino "Pea", scritto da Immerwahr (all'epoca loro fonico), attirarono sui Codeine le attenzioni dell'etichetta  tedesca Glitterhouse, che invitò il gruppo a registrare un vero e proprio LP. Detto fatto e "Frigid Stars" faceva la sua comparsa nei negozi europei già nell'agosto del 1990. Il primo settembre dell'anno successivo la Sub Pop lo farà uscire finalmente anche per il mercato statunitense.

Prodotto da Mike McMackin, il cui lavoro esemplare sulla timbrica degli strumenti rende il sound di "Frigid Stars" ancora attuale, il disco si apre con la magnifica "D", il prototipo dello stile slowcore: soffusi arpeggi di chitarra si intrecciano alle plumbee pulsazioni del basso, con la batteria a scandire tempi al ralenti. Il canto, quasi una litania, accenna una melodia svogliata. L'atarassia, la stasi dei sentimenti, è a un passo. Poi, improvvisa, arriva un'esplosione di chitarre accompagnata da un'apertura melodica da lacrime agli occhi. È un calcio in culo al torpore esistenziale, una fremente scossa di vita. Questa stessa struttura formale viene utilizzata anche nella superba "Cave-in", dove la dialettica sonora tra brevi detonazioni distorsive e improvvise pause genera stavolta una tensione costante.

Il basso di Immerwahr è lo strumento portante di queste ballate della desolazione e dello sconforto: i suoi groove appassiti trascinano la batteria in un deliquio infinito, come avviene nella narcotica "Gravel Bed", nell'ermetica "Old Things" e nell'ipnosi continua di "3 Angels".  E allora sono le distorsioni della chitarra di John Engle a restituire a queste canzoni  almeno un simulacro del leggendario vigore perduto, prima nel bozzetto autunnale di "Pickup Song" e poi nella marziale "Cigarette Machine", l'unico brano a manifestare qualche residuo di violenza sonora.

"New Years" è pura meraviglia onirica. Se accelerata potrebbe diventare un power-pop dalla vena malinconica e invece resta un uovo che non vuole schiudersi, la vita che fatica ad essere vissuta. Struggente. Le fa da contraltare la claustrofobica "Second Chance",  un incubo plasmato dai rantoli del basso e dal lavorio sinistro della chitarra. Così, alla fine, non resta che appellarsi a un raggio di sole che venga a dissipare le tenebre, a riscaldare l'anima. Se ne fa carico la conclusiva "Pea": "When I see the sun I hope it shines on me and gives me everything". L'apologia della lentezza stavolta si presenta sotto mentite spoglie, quelle di un folk metafisico ricamato su fragili accordi di chitarra acustica, solenni rintocchi di piano e cascate di flanger. Non poteva chiudersi altrimenti il disco che celebra il rock ipotrofico. I Low, dal 1994 signori indiscussi dello slowcore, stanno ancora ringraziando. E non solo loro.

(04/03/2012)

  • Tracklist
  1. D
  2. GravelBed
  3. Pickup Song
  4. New Year's
  5. Second Chance
  6. Cave-in
  7. Cigarette Machine
  8. Old Things
  9. 3 Angels
  10. Pea
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