Coil

Horse Rotorvator

1986 (Threshold House) | industrial, gothic

Una immensa macchina per arare il mondo, costruita con le ossa dei quattro cavalli dell'Apocalisse. L'Horse Rotorvator, gigantesco aratro che recide ogni alito di vita, preconizzando l'avvento di una nuova, agghiacciante era. Follia e orrore alle soglie dell'inferno.

Per il loro secondo full-length, i Coil ricorrono a un oscuro simbolismo apocalittico, diretta emanazione di quel debutto-shock di nome "Scatology", dato alle stampe due anni prima. Reduce dalle sedute ipnotiche degli Psychic Tv, il duo formato dallo sciamano John Balance e dal mago di synth & sampler Peter Christopherson (già nei primi Throbbing Gristle) ha già tracciato le coordinate di un sound potente e glaciale: una danse macabre propulsa da sbilenchi ritmi industriali e sprofondata in un vortice di campionamenti. Sotto la cappa di caligine, però, si annida un talento ben più rigoglioso rispetto alla concorrenza. Il germe insidioso dei Throbbing Gristle, infatti, è cresciuto attraverso incestuose contaminazioni - folk, elettronica, psichedelia, gothic, jazz - facendosi entità polimorfa e sfuggente. Tanta esuberanza stilistica troverà in "Horse Rotorvator" il suo acme, sotto forma d'un disco-manifesto, che chiuderà idealmente la prima fase dei Coil, lasciando un retaggio cruciale per le future generazioni industrial e non solo (basti pensare a tanto successivo dark-ambient). Un'opera fuori dal tempo che, a due decadi di distanza, non ha perso un grammo della sua sconvolgente modernità.

Non c'è scampo per l'ascoltatore, triturato fin dall'inizio sotto i cingoli di "The Anal Staircase", progressione-panzer al ritmo di una delirante fanfara, mitragliata da raffiche di campionamenti, in un caos di schiamazzi e rumori metallici. Alla testa del corteo, il profeta nero Balance, con il suo declamare esagitato e osceno. Sarà l'hit del disco e approderà finanche in discoteca. Ma dietro il frastuono e gli hook, si celano liriche di cupa disperazione ("Take a hollow point revolver/ Right down the rapids of your heart/ Blow the fucking thing apart") e un umore morboso, che impregnerà tutto l'album, al punto che gli unici momenti di (apparente) distensione saranno i due interludi: la filastrocca di "Babylero" e la marcetta da sagra paesana di "Herald".

Anche la carica funk di "Slur" si stempera presto in un paesaggio malsano, dove i fiati mediorientali e le percussioni puntellano i vocalizzi operistici dell'ospite e amico Marc Almond. Ed è proprio un collaboratore di Almond, Billy McGee, a firmare gli arrangiamenti d'archi in "Ostia (The Death of Pasolini)", omaggio allo scrittore e regista friulano assassinato: il cicalio dei grilli suggerisce un'afosa sera mediterranea, poi gli arpeggi di chitarra si fanno più inquieti e i violini imbruniscono attorno al requiem commosso di Balance, che sfoggia un'altra delle sue melodie funeree. È uno dei momenti più spirituali di un'opera che gioca sempre sul doppio binario, alternando sapientemente misticismo e dannazione, amore e morte.
L'altro tributo è per il più noir dei cantautori classici, Leonard Cohen, la cui "Who By Fire" si fa ancor più raggelante, con spesse coltri di synth a sostituire lo scarno arrangiamento acustico originale (e con un'altra grande prova di Almond ai cori).

A dar man forte al duo è anche l'altro bardo industriale Foetus (qui con lo pseudonimo Clint Ruin), che porta i suoi ottoni distorti nelle catacombe putrescenti di "Circles Of Mania", palcoscenico ideale per la nuova pantomima di Balance: un deliquio di rantoli e urla che culmina in un amplesso mimato al grido di "Fucking the ground, fucking the ground, the hole in the ground!". Come attitudine, non siamo molto distanti dal primitivismo pagano dei Virgin Prunes di "...If I Die, I Die" (non a caso Gavin Friday è un altro degli amici/collaboratori del duo).
L'industrial più "canonico" è rappresentato da "Penetralia", marcia dei dannati al tempo opprimente d'una drum-machine. L'arsenale è al completo: chitarre ulceranti, fiati ossessivi, piogge di rumori, scariche elettriche e, ad aggiungere un decisivo tocco straniante, l'assolo di clarino free di Stephen Thrower, sorta di terzo membro aggiunto della band in tutto il disco.

Altrove, è l'afflato gotico a prendere il sopravvento. In "The Golden Section" l'attore Paul Vaughan narra i travestimenti dell'Angelo della Morte su cadenze da marcia funebre medievale à-la In The Nursery, scandita da sconnessi ritmi elettronici. La litania satanica di "Blood From The Air" ("Death, he is my friend/ He promised me a quick end") è intonata da Balance su fondali oscuri e rumorosi, in cui i sample e le tastiere subdole di Christopherson giocano ancora un ruolo-chiave. Chiude il disco, tra tamburi marziali, cori di morti e inserti di fiati, il lied maligno di "The First Five Minutes After Death": l'apocalisse è terminata, e il recitato asettico ci giunge già dall'oltretomba.
Nelle successive ristampe è stato aggiunto lo strumentale "Ravenous", una pièce lunare ricamata dalle tastiere in un gorgo di suoni, rumori, versi di animali.

Ideale summa di tre anni di sperimentazioni, "Horse Rotorvator" è l'opera più compiuta del primo periodo dei Coil. Balance e Christopherson si dividono i ruoli: il primo è l'istrione, il mattatore assoluto, il secondo è il regista, che, campionatore Fairlight alla mano, pianifica le sequenze e sceglie i set più appropriati. Anche i testi, dietro la morbosità omoerotica e il gusto per il kitsch, rivelano un'ampia gamma di riferimenti: dall'Antico Testamento alla filosofia di Jean Genet, dalla storia dell'antica Roma alla narrativa gotica (Poe, Lovecraft), dall'esoterismo alla fantascienza cyberpunk di Ballard e Burroughs. E a scongiurare ogni sospetto di pretenziosità, c'è uno humour nero, sempre pronto a beffarde ghignate.

I Coil proseguiranno il loro cammino con coraggio, reinventandosi costantemente e sfoderando altri capolavori, fino al 13 novembre 2004, quando John Balance, tradito dai suoi abusi alcolici, morirà in seguito a una caduta dalle scale della propria abitazione, lasciando sgomenti amici e fan.

(23/02/2008)



  • Tracklist
  1. The Anal Staircase
  2. Slur
  3. Babylero
  4. Ostia (The Death Of Pasolini)
  5. Herald
  6. Penetralia
  7. Ravenous
  8. Circles Of Mania
  9. Blood From The Air
  10. Who By Fire
  11. The Golden Section
  12. The First Five Minutes After Death
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