Dead Boys

Young, Loud And Snotty

1977 (Sire) | punk

Prima che i Sex Pistols oltraggiassero la puritana Gran Bretagna a colpi di bestemmie sonore e non solo; prima che i Ramones  piantassero  lo stendardo del punk nella putrida polpa della Grande Mela; prima che Richard Hell, Tom Verlaine e David Byrne erigessero le fondamenta della new wave sul marciume della Bowery Street. Prima di tutto questo, precisamente nel 1974 a Cleveland, c'erano stati i leggendari Rocket From The Tombs.

Nel panorama storico del rock, oltre che una meteora, i Rocket From The Tombs sono stati un vero e proprio meteorite alieno, caduto - chissà per quale imperscrutabile scherzo del destino - nelle sperdute lande dell'Ohio. Lì gli Stooges giocavano a fare i dadaisti, mentre i Deviants se la spassavano con le Bambole depravate di New York. Troppo bello per durare e infatti non durò. Nemmeno un anno e i Rocket From The Tombs non esistevano più, ma non è il caso di recriminare con la storia perché il destino ha voluto che, morta una grande band, dai suoi resti ne nascessero altre due ancor più grandi: Pere Ubu e Dead Boys. Se i primi rappresenteranno l'ala artistoide della new wave, i secondi saranno gli alfieri del punk a stelle e strisce. David Thomas e Peter Laughner da un lato, Cheetah Chrome e Johnny Blitz (all'anagrafe, John Madansky) dall'altro.

Gli  ultimi due (rispettivamente chitarrista e batterista del gruppo), nel 1976, assoldati l'altro chitarrista Jimmy Zero, il bassista Jeff Magnum e soprattutto l'istrionico vocalist Stiv Batros, abbandonarono l'inospitale Ohio per puntare dritto verso New York. Il leggendario locale CBGB's era una tappa obbligatoria per ogni punk in erba e fu in quel buco malfamato che i cinque iniziarono a farsi conoscere in giro (e nel giro) col moniker Dead Boys.  "Ragazzi morti", un nome che non prometteva nulla di buono, ma calzava a pennello su coloro che stavano per incanalare in un solo urlo tutta la rabbia, il nichilismo e la libidine distruttiva di un anno che fa epoca a sé: il 1977. Credette in loro la Sire, che gli diede la possibilità di realizzare un Lp d'esordio, prodotto dalla riot-girl di origini polacche Genya Ravan.

"Young, Loud And Snotty" più che il titolo dell'album è il loro biglietto da visita: "Giovani, chiassosi e sprezzanti". Ma anche originali interpreti di un sound ruvido e incendiario, nato da poco e destinato a morire in fretta, per risorgere poco dopo in quella insolita Pasqua che chiameranno hardcore.
A differenza dei loro colleghi "settantasettini", i Dead Boys non bandiscono gli assoli e le parti strumentali ma - cosa inusuale per una punk band -  li esaltano, rendendoli abrasivi,  graffianti e feroci come non mai. Insomma: selvaggi e grezzi, ma con classe. Merito di Cheetah Chrome, chitarrista minimale, potente e belluino, come da copione punk, ma anche pirotecnico e fantasioso all'occorrenza, tanto da disegnare passaggi ai confini col metal più lirico. Non a caso l'apice del suo stile è rappresentato dalla superba "Not Anymore", in cui  le sue fulminanti scorribande solistiche - che marchiano a fuoco anche il fragore epico di "High Tension Wire" e il rock'n'roll tossico di "Caught With The Meat In Your Mouth" - si intrecciano ai tetri arpeggi di Jimmy Zero. 

Tuttavia, il capolavoro da consegnare agli annali è "Sonic Reducer", una delle canzoni manifesto del punk: un canto di guerra metropolitano dal testo iconoclasta ("I don't need anyone/ don't need no mom and dad/ don't need no pretty face/ don't need no human race") che in realtà  faceva già parte del repertorio dei Rocket From The Tombs, al pari dell'oscena "What Love Is". Non fatevi ingannare dal titolo, però, perché i versi della canzone sono romantici quanto i pensieri più depravati di un maniaco omicida: "Voglio scrivere sulla tua faccia col mio bel coltello; voglio giocare con la tua preziosa vita; voglio sapere che cos'è l'amore". Le indecenze non si esauriscono certo qui, dato che deve ancora arrivare "I Need Lunch", vero e proprio vilipendio alla dignità femminile. Se fosse un film, sarebbe uno dei peggiori porno. Seguiranno scandalose performance live, con un Bators sempre fuori controllo, a completare il quadro della licenziosità.

Del resto il punk è stato anche e soprattutto provocazione, gesto situazionista, espressività senza freni, estremismo di ogni sorta. I Dead Boys lo hanno incarnato in modo impeccabile, seminando granelli che, col tempo, hanno dato i loro frutti: la ferocia di "Ain't Nothin' To Do" servirà da lezione a Darby Crash, le armonie distorte di "All This And More" materializzano già "Nevermind" mentre la ferraglia elettrica in coda a "Down In Flames" prefigura dissonanze tipicamente noise.
Viene da pensare, però, che le questioni di stile non abbiano mai appassionato i Dead Boys, ai quali probabilmente interessava solo suonare, divertirsi e far casino. Continuerà su questa strada il solo Bators che, dopo aver dato seguito a quest'esordio con "We Have Come For Your Children", si unirà a Brian James dei Damned e Dave Tregunna degli Sham 69 per un nuovo progetto chiamato Lord Of New Church, interrotto poi nel 1989, poco prima che la morte gli presentasse il conto su una strada di Parigi. Dal canto loro Chrome e Blitz, dopo anni di anonimato, hanno di recente rispolverato insieme a David Thomas la storica sigla "Rocket From The Tombs": non saranno più giovani, ma sanno ancora graffiare!

(31/03/2012)

  • Tracklist
  1. Sonic Reducer
  2. All This And More
  3. What Love Is
  4. Not Anymore
  5. Ain't Nothin' To Do
  6. Caught With The Meat In Your Mouth
  7. Hey Little Girl
  8. I Need Lunch
  9. High Tension Wire
  10. Down In Flames
  11. Not Anymore / Ain't Nothin' To Do (Medley)


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