Al di là delle moltissime band di grande
valore che hanno pubblicato i loro dischi sotto il suo marchio, la 4AD di Ivo
Watts-Russell è e sarà ricordata soprattutto per avere lanciato due dei gruppi
che più hanno suggestionato la fantasia degli appassionati del rock (soprattutto
del rock "gotico"), che più hanno rivoluzionato i concetti stessi di creazione e
fruizione della musica rock: stiamo parlando dei Cocteau Twins da un lato, e dei Dead Can Dance dall'altro. E questi
ultimi più ancora dei primi hanno rappresentato il vertice assoluto di quella
ricerca sul suono, sulle voci e sulle atmosfere che è stato il cosiddetto
"dream-pop". Etichetta in cui il duo formato da Brendan Perry e Lisa Gerrard
(inglese lui, australiana lei, entrambi cantanti, polistrumentisti, compositori
e arrangiatori) viene però fatto rientrare a forza, soltanto in virtù del suo
legame con gli effettivi "inventori" e alfieri del movimento, i Cocteau Twins
appunto, e della loro comune appartenenza alla 4AD.
In realtà è difficile immaginare un gruppo così lontano da un
qualsivoglia genere di "pop" quanto lo sono stati i Dead Can
Dance; ancor più difficile è immaginare la storia della musica gotica
senza di loro: sarebbe come cercare di immaginare il rock senza l'esistenza dei
Velvet Underground, il
pop senza i Beatles, il folk senza
Woody Guthrie e Bob Dylan. Ogni
espressione artistica ha i suoi "maestri", il suo standard di riferimento: per
quanto riguarda la musica gotica degli anni Novanta (vedi ad esempio tutte le
band che si muovono nell'area dell'etichetta americana Projekt, oppure progetti
come i tedeschi Aurora) il riferimento imprescindibile sono loro: Brendan Perry
e Lisa Gerrard. Un'influenza, quella dei Dead Can
Dance, che è profondissima e non solo a livello strettamente musicale:
l'importanza del duo anglo-australiano sta in primo luogo nell'aver introdotto
nella musica rock un approccio "colto", un modo di comporre e costruire canzoni
che nasceva da ricerche che erano non solo musicali ma anche letterarie,
etnografiche e storiche. Già il loro primo album, pur non discostandosi da un
sound ancora prettamente "dark-wave" nello stile dei Joy Division, mostrava sia i primi germi
di quel sound esoterico e medievaleggiante che sarebbe diventato il loro marchio
di fabbrica, sia stranianti divagazioni tribali (non è un caso se il simbolo
della band, la rappresentazione visuale del suo nome, è una maschera rituale
della Nuova Guinea).
Nascosti dietro una formazione che ricalcava uno degli
stereotipi più in voga negli anni Ottanta (un musicista/arrangiatore e una voce
femminile), Perry e Gerrard si complementavano tanto in fase di composizione che
di esecuzione, dividendosi più o meno equamente i brani e riuscendo a
trasformare in un'unica "anima" due personalità musicali che non potevano essere
più distanti. Se infatti Perry, voce baritonale e predilezione per arrangiamenti
ricchi e fantasiosi, era un colto e austero cantautore, Gerrard - la cui voce
era molto più vigorosa e nervosamente instabile rispetto al sussurro fatato di
Liz Fraser (Cocteau Twins) - preferiva cimentarsi in esercizi vocali liberi da
metrica e grammatica, adagiati su partiture esotiche e magiche, cantati in un
linguaggio inesistente, che mescolava svariati linguaggi "reali".
"Spleen And Ideal", secondo album della loro saga, porta subito
a livelli vicini alla perfezione tanto l'intesa tra i due, quanto la loro
ricerca: qui ci sono ancora tracce di rock, che in seguito andranno perdute del
tutto (culminando in "Aion" del 1990, che è un album di musica medievale
"pura"), c'è molta elettronica, sebbene nascosta e mascherata. Ma i tre brani
iniziali sono invece un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio. "Out of
the Depths of Sorrow" ci mostra la loro personale versione del "De Profundis",
su una partitura fatta di cori liturgici sintetizzati e tirati allo spasimo,
lunghissime frasi di organo e battiti isolati dei timpani; su tutto svetta il
canto camaleontico di Gerrard, la cui "mostruosa" estensione vocale permetteva
escursioni sempre più spettacolari, ora una litania mediorientale e ora un canto
religioso rinascimentale.
"Ascension" è un breve strumentale condotto da un coro
cavalleresco di trombe e tromboni, con un minaccioso drone elettronico in
sottofondo, all'insegna di un'atmosfera di totale rarefazione, di attesa
angosciosa, di suspence spettrale. "Circumradiant Dawn" è un altro viaggio
ipnotico di Lisa Gerrard: accompagnati da null'altro che una fisarmonica usata a
mo' di sintetizzatore "cosmico" e da scarni rintocchi di chitarra, i suoi
vocalizzi sembrano attraversare un cielo antico, stellato e freddissimo. Questi
tre brani segnano il prologo a un'epopea arcana e spirituale, che non si
concluderà in questo disco bensì continuerà a evolversi di album in album.
Il resto dell'opera è caratterizzato invece dalle ballate
filosofiche e visionarie di Brendan Perry, tra le quali svettano la ritmica
ipnotica di "The Cardinal Sin" e il carosello magico di "Enigma of the Absolute"
(quest'ultima una delle vette più alte del loro intero repertorio), entrambe
arricchite da contributi "cameristici", in particolare violoncello e timpani.
Ma i capolavori non mancano nemmeno sul versante di Gerrard, che
si riserva due numeri da fuoriclasse nei quali scatenare la sua voce sovrumana:
la turbolenta "Mesmerism", condotta da poliritmi frenetici e da un pianoforte
impazzito, salvo poi sfociare in un meraviglioso vortice di archi ed
elettronica, e la ancor più magica e trascinante "Avatar".
Ma, come già detto, la portata artistica dei Dead Can Dance non è soltanto musicale, anzi forse il lato
musicale è addirittura meno interessante rispetto a tutto quello che sta dietro
le loro canzoni, quel loro approccio metodico, scientifico, più simile alle
tecniche etnologiche della ricerca sul campo, o all'archeologia sperimentale che
alla composizione musicale. Ogni nota, ogni arrangiamento e ogni parola delle
loro canzoni è frutto di un lavoro lungo e paziente di studio, documentazione e
"sperimentazione" alla ricerca della resa perfetta dell'atmosfera e dell'epoca
che di volta in volta il duo mirava a ricreare a partire da "segni" ben precisi
e scelti con cura certosina.
"Spleen And Ideal" trasporta l'ascoltatore in un mondo e in un
tempo alieni, antichi e lontanissimi eppure al tempo stesso incredibilmente
"familiari" ed evocativi, come se le loro associazioni di armonie e sonorità
fossero iscritte nel nostro inconscio collettivo: forse anche per questo motivo
riuscì a raggiungere il secondo posto nelle charts indipendenti del Regno Unito.
Il concetto di base è ben spiegato dallo stesso Brendan Perry: "Quello che
vogliamo rappresentare è la nozione dualistica di scelta. Il nostro è un
universo alla Blake nel quale l'umanità si può riscattare solo liberandosi dalla
cecità, attraverso l'interpretazione corretta di segni ed eventi che permeano le
leggi di natura... in questo caso lo 'Spleen' è visto come legato
inestricabimente al concetto di 'Ideale'. Da una parte attende per privare
l'Ideale della sua potenzialità di esistere; dall'altra parte vorrebbe plasmare
e influenzare la natura propria dell'Ideale. Corrispondentemente, le nostre
canzoni trattavano di verità e illusione; del condizionamento e della libertà;
del dubbio e della fede; e sotto tutti questi dualismi c'è la ricerca della
perfezione, il conseguimento dell'Ideale…". La ricerca della perfezione,
appunto: e di questa ricerca "Spleen And Ideal" è il primo, fondamentale,
tassello.
