Depeche Mode

Black Celebration

1986 (Mute) | synth-pop

Verso la metà degli anni Ottanta la musica pop sembra essere giunta a un iperbolico crocevia. Le direzioni naturalmente riflettono l'intramontabile bipartizione del conservatorismo contro la pruriginosa necessità di cambiare qualcosa. La musica elettropop (ma sarebbe più appropriato parlare di synth-pop) sembra oscillare tra le algide melodie teutoniche dei Kraftwerk e i mood genuini e ammiccanti di formazioni come Soft Cell, Yazoo e Human League.
In questa scena in perpetuo movimento, contrassegnata da un immediato, irrefrenabile, meraviglioso disordine creativo, i Depeche Mode attraversano un momento cruciale della loro musica. Nel 1985, a un anno da "Some Great Reward" e dal tour omonimo, Martin Lee Gore comincia a intravedere l'epilogo dell'era dei sintetizzatori e di gran parte degli elementi fino ad allora imprescindibili dell'universo della band. L'uscita della prima raccolta di singoli, il logico compimento di un'epoca, è il pretesto ideale per la svolta dei Mode, che si riassume in "Black Celebration", da molti considerato a ragione l'emblema della maturazione artistica dei ragazzi di Basildon, e il loro secondo punto di partenza. La fase elettropop in verità andrà avanti sotto nuove sembianze nei due album successivi (fino al sorprendente rock di "Songs Of Faith And Devotion" del 1993), tuttavia il distacco con i primi quattro dischi appare irreversibile.

"Black Celebration", autentica chiave di volta dell'intera produzione della band inglese, si colloca nel cupo intermezzo temporale che presto traghetterà i Mode presso territori maggiormente inquietanti e malinconici. Risulta difficile credere che si tratti dei medesimi autori di brani come "Boys Say Go!", "Just Can't Get Enough" e "Get The Balance Right". Alla spudorata spensieratezza degli esordi, inizia a subentrare quella visione pessimistica e fatalistica del mondo che raggiungerà l'apice nei primi anni 90.

La complicata realizzazione dell'album (Gore rivelerà in seguito le grandi tensioni e la malcelata volontà di sciogliere il gruppo durante le estenuanti registrazioni del disco), verrà ulteriormente minata dalle pressioni della casa discografica (che, in conflitto con la band, preferirà "But Not Tonight" a "Stripped" come primo singolo per gli States), e dall'ostinata ricerca di un suono "sempre diverso" (come spiegherà Andrew Fletcher) da parte di Gore e Alan Wilder, esemplificata dalle tre settimane di lavoro per il perfezionamento della stessa "Stripped". Invischiati nella prima delle diverse crisi che marcheranno gli anni a venire (lo stress provocato dal mastodontico "Devotional Tour" del 1993, l'abbandono di Alan Wilder che lascerà nel giugno 1995 "a causa di condizioni lavorative non soddisfacenti", i problemi di droga di Dave Gahan che culmineranno nel tentativo di suicidio del 1996), i Depeche Mode riescono a consegnare nel gennaio del 1986, con oltre quattro mesi di ritardo rispetto i tempi previsti, "Black Celebration" ai due co-produttori Daniel Miller e Gareth Jones. Tuttavia, ci vorranno ancora due mesi, durante cui, si dice, Gore avrebbe addirittura pensato di cambiare nuovamente tutto, prima dell'uscita ufficiale.
Con un parto tanto laborioso (e che verrà bissato da un ambiente di altrettanto scetticismo nel 1997 alla vigilia di "Ultra"), pochi in effetti scommettevano sulla qualità di un album che lo stesso Gahan considerava "quasi maledetto". In realtà però, come insegna la storia della musica, i requisiti per un capolavoro (cenni di una crisi di nervi, disunità di vedute, tentativo di rinnegare il passato, alterazione improvvisa d'identità, sperimentazione) perfino eccedono.

Che qualcosa sia cambiato nella musica, nell'anima dei Depeche Mode, non tarda a manifestarsi. La title track che apre le stanze nere dell'opera (unico esempio di un titolo assunto anche a nome dell'album nella discografia della band), in qualche modo premonitrice delle torbide tematiche che predomineranno il periodo rock, abbozza il manifesto dell'imminente nuova epoca dei Mode. Una lugubre suggestione elettronica, contaminata da ghigni mefistofelici in background, è il tappeto sonoro su cui Gahan convoca gli astanti a una celebrazione nera, avvalendosi di sintetizzatori a due canali come l'ARP 2600 per le linee di basso, l'Obhereim e il Roland Jupiter 8. Nei primi due minuti del disco (dove compare campionata la famosa frase di Winston Churchill "a brief period of rejoicing", ad opera di Daniel Miller), i punti cardinali sono già minuziosamente definiti: atmosfere fosche, synth-pop rimodellato in chiave dark, predilezione del suono analogico rispetto quello digitale, predestinazione ascetica, amori nostalgici o impossibili, assoluta sfiducia nel futuro dell'umanità, decadimento strutturale di ogni speranza.

I sussurri demoniaci precorrono anche il secondo brano, "Fly On The Windscreen". Un altro attacco disfattistico ("death is everywhere"), un'ambientazione similare e soprattutto un tetro corredo genetico rendono il brano teoricamente complementare a "Black Celebration". Le accidentalità, il destino, la possibilità di essere separati anche domani da forze immanenti si rincorrono tra il desiderio del momento (come una filastrocca, il coro intona con ossessione "touch me"), e l'eventualità che tutto finisca in un istante, come una mosca che impatta sul parabrezza. La canzone vivrà una seconda giovinezza durante le esibizioni live del "Devotional Tour" del 1993.
Conclude la trilogia preliminare (i brani sono infatti legati tra loro) il primo pezzo cantato da Gore, "A Question Of Lust", l'episodio che con "Here Is The House" è il nesso più esplicito con il recente passato della band. Una ballata intensa e cinematografica, cadenzata da scampanellii sintetici e sorretta da un altro testo struggente. Parallelamente all'evoluzione sonora, infatti, il disco rivela un lato della poetica di Gore completamente diverso dalle prove precedenti. Alle liriche giovanili e leggere ("Puppets", My Secret Garden" o "Pipeline"), l'autore riesce a contrappore in "Black Celebration" quelle amarezze universali che saranno le basi di "Violator" e "Songs Of Faith And Devotion". Il retaggio degli anni 80 viene ulteriormente puntellato dal videoclip di Clive Richardson.
La breve "Sometimes" (meno di due minuti) è un anti-climax dal sapore vagamente natalizio che riprende, nel testo, le tematiche di "A Question Of Lust". Un momento intimistico (esaltato, in seguito, da brani come "Judas" e "Sister Of Night") con Gore ancora in qualità di cantante e Wilder al pianoforte. L'ossessivo e a tratti arcadico coro di "It Doesn't Matter Two" introduce lungo pendii crepuscolari lastricati di amara rassegnazione ("Though it fell good now/I know it's only for now").

Il 1986 è anche l'anno dell'incontro con Anton Corbijn, il fotografo e regista che diventerà presto un personaggio centrale nell'opera dei Mode. Il nervoso pop di "A Question Of Time", un autentico classico della band, è l'occasione per Corbijn di gettare i semi dell'immaginario visivo che intende implementare con il gruppo. Il brano riverbera luci e ombre del primo periodo synth-pop, mediante toni però diametralmente opposti. La potente, carismatica voce di Gahan (notevoli i progressi rispetto alle altalenanti prove di "A Broken Frame") svela l'attitudine pseudo-rock del cantante. Alan Wilder, a proprio agio nel nuovo ruolo di tecnico del suono assieme a Gareth Jones, confeziona mood singolari e possenti, che vivono di una strana, tenebrosa simbiosi.
La famosa "Stripped", brano numero sette, conferma la straordinarietà di un album scritto con estremo perfezionismo. "Stripped" potrebbe figurare nel manuale della canzone pop perfetta grazie al suo maestoso crescendo e all'infallibile ritornello. Gli anni 80 per i Mode sembrano davvero essere già finiti. Salvo alcune parentesi (varie canzoni del successivo "Music For The Masses"), il sound del gruppo verterà alla volta di paesaggi oscuri e vespertini. Il motore di un'auto che si avvia sul loop meccanico quasi industrial è l'incipit di uno dei tanti brani immortali dei Mode, che ripeteranno il loro talento nel costruire favolose macchine sonore nell'immediato futuro ("Enjoy The Silence", "World In My Eyes", "Walking In My Shoes", "It's No Good").

La duttilità della band e il prezzo da pagare al periodo storico dentro cui "Black Celebration" ha preso vita sono riassunti in "Here Is The House", un pezzo influenzato pesantemente dalle sonorità dei Duran Duran. Per un attimo, il siderale pessimismo di Gore trova motivo di stemperarsi nel focolare domestico (tesi che il cantautore recupererà in "Home" del 1997). Tuttavia, non è che un'illusione e le successive "World Full Of Nothing" e "Dressed In Black" riportano i sogni diligentemente nei propri cassetti.
L'epilogo, con "New Dress", sembra preludere ai polverosi ritmi di "Personal Jesus". Chiudono l'album (nella versione compact disc) un remix di "Stripped" ("Breathing in Fumes"), una versione alternativa di "But Not Tonight" (brano incluso nella soundtrack di un misconosciuto film americano, "Modern Girl") e la bellissima "Black Day".

L'idillio creativo di Gore e compagni, iniziato proprio con "Black Celebration", proseguirà magicamente (e dolorosamente) per molto tempo. Dopo il grande successo di critica e pubblico e le enormi vendite dell'album, i Mode ritorneranno l'anno dopo con "Music For The Masses", che non si discosterà troppo dal disco precedente, e soprattutto, all'alba degli anni Novanta, con un altro capolavoro, "Violator". Le crisi del decennio appena concluso eleveranno al cubo i problemi in seno al gruppo trasportando gli eventi su piani ben più gravi (l'autodistruzione di Dave Gahan su tutti). Tuttavia, nessuna speculazione di carattere esterno priva "Black Celebration" del merito di aver contribuito in maniera alquanto incisiva all'evoluzione della musica pop.

(29/10/2006)

  • Tracklist
  1. Black Celebration
  2. Fly On The Windscreen - Final
  3. A Question Of Lust
  4. Sometimes
  5. It Doesn't Matter Two
  6. A Question Of Time
  7. Stripped
  8. Here Is The House
  9. World Full Of Nothing
  10. Dressed In Black
  11. New Dress

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