Verso la metà degli anni 80, la musica pop
sembra essere giunta a un iperbolico crocevia. Le direzioni naturalmente
riflettono l'intramontabile bipartizione del conservatorismo contro la
pruriginosa necessità di cambiare qualcosa. La musica elettropop (ma sarebbe più
appropriato parlare di synth-pop) sembra oscillare tra le algide melodie
teutoniche dei Kraftwerk e i mood
genuini e ammiccanti di formazioni come Soft Cell, Yazoo e Human League.
In questa scena in
perpetuo movimento, contrassegnata da un immediato, irrefrenabile, meraviglioso
disordine creativo, i Depeche Mode attraversano un momento cruciale della loro
musica. Nel 1985, a un anno da "Some Great Reward" e dal tour omonimo, Martin
Lee Gore comincia a intravedere l'epilogo dell'era dei sintetizzatori e di gran
parte degli elementi fino ad allora imprescindibili dell'universo della band.
L'uscita della prima raccolta di singoli, il logico compimento di un'epoca, è il
pretesto ideale per la svolta dei Mode, che si riassume in "Black Celebration",
da molti considerato a ragione l'emblema della maturazione artistica dei ragazzi
di Basildon, e il loro secondo punto di partenza. La fase elettropop in verità
andrà avanti sotto nuove sembianze nei due album successivi (fino al
sorprendente rock di "Songs Of Faith And Devotion" del 1993), tuttavia il
distacco con i primi quattro dischi appare irreversibile.
"Black Celebration", autentica chiave di volta dell'intera
produzione della band inglese, si colloca nel cupo intermezzo temporale che
presto traghetterà i Mode presso territori maggiormente inquietanti e
malinconici. Risulta difficile credere che si tratti dei medesimi autori di
brani come "Boys Say Go!", "Just Can't Get Enough" e "Get The Balance Right".
Alla spudorata spensieratezza degli esordi, inizia a subentrare quella visione
pessimistica e fatalistica del mondo che raggiungerà l'apice nei primi anni 90.
La complicata realizzazione dell'album (Gore rivelerà in seguito
le grandi tensioni e la malcelata volontà di sciogliere il gruppo durante le
estenuanti registrazioni del disco), verrà ulteriormente minata dalle pressioni
della casa discografica (che, in conflitto con la band, preferirà "But Not
Tonight" a "Stripped" come primo singolo per gli States), e dall'ostinata
ricerca di un suono "sempre diverso" (come spiegherà Andrew Fletcher) da parte
di Gore e Alan Wilder, esemplificata dalle tre settimane di lavoro per il
perfezionamento della stessa "Stripped". Invischiati nella prima delle diverse
crisi che marcheranno gli anni a venire (lo stress provocato dal mastodontico
"Devotional Tour" del 1993, l'abbandono di Alan Wilder che lascerà nel giugno
1995 "a causa di condizioni lavorative non soddisfacenti", i problemi di droga
di Dave Gahan che culmineranno nel tentativo di suicidio del 1996), i Depeche
Mode riescono a consegnare nel gennaio del 1986, con oltre quattro mesi di
ritardo rispetto i tempi previsti, "Black Celebration" ai due co-produttori
Daniel Miller e Gareth Jones. Tuttavia, ci vorranno ancora due mesi, durante
cui, si dice, Gore avrebbe addirittura pensato di cambiare nuovamente tutto,
prima dell'uscita ufficiale.
Con un parto tanto laborioso (e che verrà bissato da un ambiente
di altrettanto scetticismo nel 1997 alla vigilia di "Ultra"), pochi in effetti
scommettevano sulla qualità di un album che lo stesso Gahan considerava "quasi
maledetto". In realtà però, come insegna la storia della musica, i requisiti per
un capolavoro (cenni di una crisi di nervi, disunità di vedute, tentativo di
rinnegare il passato, alterazione improvvisa d'identità, sperimentazione)
perfino eccedono.
Che qualcosa sia cambiato nella musica, nell'anima dei Depeche
Mode, non tarda a manifestarsi. La title track che apre le stanze nere
dell'opera (unico esempio di un titolo assunto anche a nome dell'album nella
discografia della band), in qualche modo premonitrice delle torbide tematiche
che predomineranno il periodo rock, abbozza il manifesto dell'imminente nuova
epoca dei Mode. Una lugubre suggestione elettronica, contaminata da ghigni
mefistofelici in background, è il tappeto sonoro su cui Gahan convoca gli
astanti a una celebrazione nera, avvalendosi di sintetizzatori a due canali come
l'ARP 2600 per le linee di basso, l'Obhereim e il Roland Jupiter 8. Nei primi
due minuti del disco (dove compare campionata la famosa frase di Winston
Churchill "a brief period of rejoicing", ad opera di Daniel Miller), i punti
cardinali sono già minuziosamente definiti: atmosfere fosche, synth-pop
rimodellato in chiave dark, predilezione del suono analogico rispetto quello
digitale, predestinazione ascetica, amori nostalgici o impossibili, assoluta
sfiducia nel futuro dell'umanità, decadimento strutturale di ogni speranza.
I sussurri demoniaci precorrono anche il secondo brano, "Fly On
The Windscreen". Un altro attacco disfattistico ("death is everywhere"),
un'ambientazione similare e soprattutto un tetro corredo genetico rendono il
brano teoricamente complementare a "Black Celebration". Le accidentalità, il
destino, la possibilità di essere separati anche domani da forze immanenti si
rincorrono tra il desiderio del momento (come una filastrocca, il coro intona
con ossessione "touch me"), e l'eventualità che tutto finisca in un istante,
come una mosca che impatta sul parabrezza. La canzone vivrà una seconda
giovinezza durante le esibizioni live del "Devotional Tour" del 1993.
Conclude la trilogia preliminare (i brani sono infatti legati tra loro) il
primo pezzo cantato da Gore, "A Question Of Lust", l'episodio che con "Here In
The House" è il nesso più esplicito con il recente passato della band. Una
ballata intensa e cinematografica, cadenzata da scampanellii sintetici e
sorretta da un altro testo struggente. Parallelamente all'evoluzione sonora,
infatti, il disco rivela un lato della poetica di Gore completamente diverso
dalle prove precedenti. Alle liriche giovanili e leggere ("Puppets", My Secret
Garden" o "Pipeline"), l'autore riesce a contrappore in "Black Celebration"
quelle amarezze universali che saranno le basi di "Violator" e "Songs Of Faith
And Devotion". Il retaggio degli anni 80 viene ulteriormente puntellato dal
videoclip di Clive Richardson.
La breve "Sometimes" (meno di due minuti) è un anticlimax dal
sapore vagamente natalizio che riprende, nel testo, le tematiche di "A Question
Of Lust". Un momento intimistico (esaltato, in seguito, da brani come "Judas" e
"Sister Of Night") con Gore ancora in qualità di cantante e Wilder al
pianoforte. L'ossessivo e a tratti arcadico coro di "It Doesn't Matter Two"
introduce lungo pendii crepuscolari lastricati di amara rassegnazione ("Though
it fell good now/I know it's only for now").
Il 1986 è anche l'anno dell'incontro con Anton Corbijn, il
fotografo e regista che diventerà presto un personaggio centrale nell'opera dei
Mode. Il nervoso pop di "A Question Of Time", un autentico classico della band,
è l'occasione per Corbijn di gettare i semi dell'immaginario visivo che intende
implementare con il gruppo. Il brano riverbera luci e ombre del primo periodo
synth-pop, mediante toni però diametralmente opposti. La potente, carismatica
voce di Gahan (notevoli i progressi rispetto alle altalenanti prove di "A Broken
Frame") svela l'attitudine pseudo-rock del cantante. Alan Wilder, a proprio agio
nel nuovo ruolo di tecnico del suono assieme a Gareth Jones, confeziona mood
singolari e possenti, che vivono di una strana, tenebrosa simbiosi.
La famosa "Stripped", brano numero sette, conferma la
straordinarietà di un album scritto con estremo perfezionismo. "Stripped"
potrebbe figurare nel manuale della canzone pop perfetta grazie al suo maestoso
crescendo e all'infallibile ritornello. Gli anni 80 per i Mode sembrano davvero
essere già finiti. Salvo alcune parentesi (varie canzoni del successivo "Music
For The Masses"), il sound del gruppo verterà alla volta di paesaggi oscuri e
vespertini. Il motore di un'auto che si avvia sul loop meccanico quasi
industrial è l'incipit di uno dei tanti brani immortali dei Mode, che
ripeteranno il loro talento nel costruire favolose macchine sonore
nell'immediato futuro ("Enjoy The Silence", "World In My Eyes", "Walking In My
Shoes", "It's No Good").
La duttilità della band e il prezzo da pagare al periodo storico
dentro cui "Black Celebration" ha preso vita sono riassunti in "Here In The
House", un pezzo influenzato pesantemente dalle sonorità dei Duran Duran. Per un
attimo, il siderale pessimismo di Gore trova motivo di stemperarsi nel focolare
domestico (tesi che il cantautore recupererà in "Home" del 1997). Tuttavia, non
è che un'illusione e le successive "World Full Of Nothing" e "Dressed In Black"
riportano i sogni diligentemente nei propri cassetti.
L'epilogo, con "New
Dress", sembra preludere ai polverosi ritmi di "Personal Jesus". Chiudono
l'album (nella versione compact disc) un remix di "Stripped" ("Breathing in
Fumes"), una versione alternativa di "But Not Tonight" (brano incluso nella
soundtrack di un misconosciuto film americano, "Modern Girl") e la bellissima
"Black Day".
L'idillio creativo di Gore e compagni, iniziato proprio con
"Black Celebration", proseguirà magicamente (e dolorosamente) per molto tempo.
Dopo il grande successo di critica e pubblico e le enormi vendite dell'album, i
Mode ritorneranno l'anno dopo con "Music For The Masses", che non si discosterà
troppo dal disco precedente, e soprattutto, all'alba degli anni 90, con un altro
capolavoro, "Violator". Le crisi del decennio appena concluso eleveranno al cubo
i problemi in seno al gruppo trasportando gli eventi su piani ben più gravi
(l'autodistruzione di Dave Gahan su tutti). Tuttavia, nessuna speculazione di
carattere esterno priva "Black Celebration" del merito di aver contribuito in
maniera alquanto incisiva all'evoluzione della musica pop.
