Dirty Three

Ocean Songs

1998 (Bella Union) | post-rock

Gli anni Novanta hanno segnato il definitivo crepuscolo delle band "da arena", del rock dei raduni oceanici e dell'isterismo di massa. Pensionati, o comunque lasciati agli ultimi spasmi senili, i dinosauri riempistadi, il rock si è frantumato in mille rivoli, ritirandosi nel sottobosco, ma guadagnando in autonomia e varietà espressiva. A trarne beneficio è stata soprattutto la scena indipendente, con una generazione di band che, grazie anche alle nuove opportunità di comunicazione offerte da internet, sono riuscite rapidamente a imporre suoni e tendenze, quantomeno alle loro rispettive "nicchie".

Qualcosa di simile è accaduto anche con il post-rock (o rock strumentale che dir si voglia), nato quasi per caso, nelle cantine di Chicago o nei piccoli studios di Louisville, e assurto presto a genere "di culto" del decennio. Un calderone nel quale vengono spesso fatti rientrare anche i Dirty Three, ma forse più per una certa "attitudine" che per l’esito finale della loro musica. La storia del trio australiano è comunque emblematica della post-rock generation: tre musicisti senza alcuna velleità commerciale, cresciuti come globetrotter tra l'attività di strumentisti (con il connazionale Nick Cave su tutti) e quella di supporter (con Beck, John Cale, John Spencer Blues Explosion, Pavement e Henry Rollins, tra gli altri), che un giorno si tolgono lo sfizio di incidere su cd le loro session.

Così, quasi sottovoce, i Dirty Three hanno messo a fuoco uno stile tra i più significativi del decennio: un folk-rock da camera, che coniuga free-jazz, blues, country e psichedelia d'avanguardia con un'indole "post-punk" non lontana da quella del primo Cave. Ma leggere la loro musica solo all'interno di queste (o altre) coordinate sarebbe fuorviante, tanto è indefinibile il loro orizzonte sonoro.

Dopo un paio di lavori sulla lunga distanza ("Sad And Dangerous" e "Horse Stories"), i Dirty Three si imbarcano (ehm...) nel loro progetto più ambizioso: un concept album sul mare, la cui produzione viene affidata nientedimeno che a Steve Albini, guru dell'indie-rock americano. Registrato a Chicago presso gli Electrical Audio Recorders, "Ocean Songs" è una serenata marinara in dieci movimenti, per batteria (Jim White), chitarra (Mick Turner) e violino (Warren Ellis), con quest'ultimo assoluto mattatore. Analogamente a quanto compiuto da John Cale con la viola, Ellis ridisegna il senso di questo strumento nel pentagramma rock: non più sinonimo di eleganza "classica", il violino, nelle mani ossute di questo invasato performer, torna a essere semmai lo strumento del Diavolo, un'alternativa alla chitarra elettrica (il paragone con Jimi Hendrix non è così azzardato), ancor più lancinante e violenta. Partendo da frasi iniziali sommesse, infatti, Ellis scatena, assieme al batterista Jim White, spaventosi crescendo, in cui le corde della sua "vittima" paiono quasi spezzarsi, fustigate da un impeto che riporta alla mente più i sabbah degli Amon Düül che le piece romantiche dei Black Tape For A Blue Girl. Così seviziato e asservito all'indole depravata del rock, il violino perde il suo primigenio candore, ma senza rinunciare alle sue vibrazioni più meste e dolenti. Ed è proprio in quei vortici d'infinita malinconia che i Dirty Three sembrano quasi voler omaggiare un altro grande "visionario" della musica: Ennio Morricone.

Dichiaratamente "ruvido" fin dal nome, l'approccio dello "Sporco Trio" non perde mai di vista un senso d'equilibrio reminiscente della loro formazione "classica". Merito anche della chitarra ritmica di Mick Turner, che fa da collante all'impasto sonoro della band. Turner è anche l'autore delle copertine dei loro dischi, suggestive trasposizioni figurative della loro musica (che a sua volta è spesso "visiva", pittorica) in poche pennellate, dense di colore, che si mescolano fino a confondersi.

E' una sirena celeste su sfondo blu pastello a illustrare la cover di "Ocean Songs". E "Sirena" è anche il titolo della traccia iniziale, introdotta dagli arpeggi dimessi e finemente jazzati della chitarra di Turner; il violino di Ellis riesce a reggere il gioco con tre soli accordi, prima di ingaggiare un corpo a corpo con la batteria di White; da qui un primo, lieve crescendo, impreziosito dalle sovraincisioni dello stesso violino e della viola, che si rincorrono disegnando eleganti volute.

Spalancati i cancelli di quest'atlantide sommersa, Ellis cesella la melodia tristissima di "The Restless Waves", con i piatti di White a mimare il rumore delle onde che si infrangono sulla scogliera. "Distant Shore" stempera ulteriormente il clima evocando un miraggio d'orizzonti sconfinati, mentre le frasi minimali della chitarra fanno da tappeto agli arabeschi del violino. Quest'ultimo, moltiplicato dagli overdub e lasciato fluttuare in lunghi droni, è l'indiscusso dominatore dei nove minuti di "Authentic Celestial Music", tour de force del disco, in cui - come nella successiva "Backwards Voyager" - l'ospite David Grubbs si prodiga al piano e all'harmonium.

L'uso degli strumenti in chiave onomatopeica è una delle peculiarità delle "canzoni oceaniche". Così in "Black Tide" la batteria mima la risacca, il violino la brezza marina, la chitarra lo sciabordio delle acque. Le sinuose trame di "Last Horse on the Sand" e "Sky Above, Sea Below" sono invece la quiete prima della tempesta di "Deep Waters": sedici minuti di jam torrenziale, in cui il drumming "free" di White e il violino ossessivo di Ellis si sfidano a duello, finendo con l'innalzare un'imponente ondata sonora. Nella conclusiva "Ends of the Earth", infine, Ellis si divide tra il suo violino e il piano, generando una serie di sottili oscillazioni sonore, appena increspate dalle spazzole di White.

Se il post-rock americano è fondamentalmente "musica della metropoli", cervellotica e alienata, quella dei Dirty Three è la colonna sonora di spazi sterminati e deserti, come quelli d'Oceania. Ma è anche musica per stati d'animo. Navigando a bordo del loro vascello, si perde ogni contatto con la realtà e si scivola presto in una dimensione contemplativa. Le "Ocean Songs", infatti, trasudano un lirismo fatato che ha il sapore agro della salsedine e le tinte fosche degli abissi. È come se tra le note scrosciassero le onde, soffiasse il vento, cantassero i gabbiani e le sirene. Inevitabile, dunque, lasciarsi sopraffare da quella malinconia che prende chi si trova a navigare sugli oceani o a contemplare il mare dalla riva, possibilmente al tramonto. Un disco intenso e commovente, ben lontano dal virtuosismo onanista di tanti polpettoni strumentali degli anni Novanta.

(29/10/2006)



  • Tracklist
  1. Sirena
  2. The Restless Waves
  3. Distant Shore
  4. Authentic Celestial Music
  5. Backwards Voyager
  6. Last Horse on the Sand
  7. Sea Above, Sky Below
  8. Black Tide
  9. Deep Waters
  10. Ends of the Earth
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