Eagles

Hotel California

1976 (Asylum) | country-rock, pop-rock

È uno strano destino, quello degli Eagles. Espressione rappresentativa - e certamente di maggior successo - del country-rock statunitense dei 70's, protagonista di una saga costellata di album-bestseller e concerti sold-out, la band californiana ha finito spesso col pagare, al cospetto della critica più dogmatica, l'abbraccio alla popular music, la ricerca del ritornello accattivante, delle armonie vocali calde e suadenti. Troppo ibrida, la loro ricetta, per i puristi del country, troppo morbida per gli oltranzisti del rock in servizio permanente effettivo. E poi c'è quella sfilza di cifre paurose che non può non insospettire quanti vedono ancora nelle classifiche una demoniaca proiezione del music business: sette singoli e sei album al n.1, cinque American Music Awards, 150 milioni di dischi venduti nel mondo (100 nei soli Stati Uniti).
È probabilmente per distruggere gloriose epopee come questa che è nato il punk. Eppure, nell'eterno gioco dei corsi e ricorsi storici, gli Eagles torneranno a volare alto nei cieli rock del nuovo millennio. Magari tradotti in lingua "indie" da nugoli di gruppi alt-country, oppure declinati in una nuova veste pop-rock da tutti coloro che, sotterrando l'ascia delle guerre di religione, si accosteranno senza pregiudizi alla loro musica. Musica che è calore e passione, anzitutto, ma anche intimismo e malinconia struggente, come quella ispirano le praterie sterminate e le leggende del West. Musica che troverà la sua "collocazione" ideale in altri spazi sconfinati: quelli delle grandi motorway che solcano gli States, sulle onde di innumerevoli stazioni Fm.

La storia è nota: galeotta fu Linda Ronstadt e il suo album "Silk Purse" del 1970. È l'occasione per l'incontro fatale tra i futuri membri degli Eagles, già da anni attivi come autori e turnisti nella scena californiana. Sono il batterista texano Don Henley (ex-Shiloh) e il chitarrista del Michigan Glenn Frey, amico e collaboratore di Jackson Browne, a incontrarsi per la prima volta nel 1970 al Troubadour di Los Angeles. Quando la Ronstadt li convoca, i due sono già amici. Dall'unione del duo con il chitarrista Bernie Leadon e il bassista Randy Meisner nascerà il primo nucleo della band, il cui nome - secondo la leggenda - trarrebbe origine da un "viaggio" collettivo, a base di Lsd e tequila nel deserto del Mojave.
Da qui in poi è una corsa a perdifiato verso il successo: un pugno di album fortunatissimi - "Eagles" (1972), "Desperado" (1973), "On The Border" (1974), "One Of These Nights" (1975) - con un paio di ritocchi alla line-up: l'ingresso del chitarrista Don Felder (ex-Flow) e la sostituzione di Leadon con Joe Walsh. Proprio quest'ultima mossa consente alla band di completare la sua trasformazione, affrancandosi quasi del tutto dal country delle origini per abbracciare sonorità più rock, incentrate sui virtuosismi di Felder e Walsh e su un timbro più grezzo e potente, con un occhio di riguardo a quelle melodie pop che avevano già illuminato lo splendido "One Of These Nights".

Il 20 dicembre 1976 gli Eagles pubblicano quello che è probabilmente il loro capolavoro e testamento spirituale: "Hotel California". Frutto sofferto di ben otto mesi di lavorazioni, contrassegnate dal perfezionismo maniacale della coppia Frey-Henley e dalla produzione cristallina di Bill Szymczyk, il disco esplora il tema della decadenza dell'America, sempre più corrotta dal suo crescente materialismo, attraverso una sottile vena di malinconia e disincanto.
Chiave di volta dell'intero lavoro è naturalmente la celeberrima title track, posta in apertura: un potente affresco, sull'edonismo, sul lusso e sull'autodistruzione dell'alta borghesia losangelina, mascherato da malinconica ballad a base di dodici corde. Il tutto nell'ottica di quell'epos tipicamente West Coast, da cavalcate col vento nei capelli, sublimato proprio nel verso iniziale: "On a dark desert highway, cool wind in my hair". Ma è una California oscura e ingannevole, specchio di un'America che ha smarrito la sua innocenza. Don Henley l'ha definita "una canzone sull'oscura vulnerabilità del sogno americano, che è qualcosa che conosciamo bene", con riferimento anche alla dipendenza da alcol e droghe. L'insistito arpeggio iniziale, il canto sottile, ma al contempo rauco e "desertico" di Henley, il ritornello accattivante e lo strepitoso assolo finale in cui si alternano e intrecciano le chitarre di Felder e Walsh marchiano a fuoco uno dei più clamorosi evergreen rock di tutti i tempi.

La caducità dell'amore e del successo, raccontate attraverso la vicenda di un ragazzino giunto nella città delle star a caccia di fama, sono invece al centro di "New Kid In Town", dolce canzone caratterizzata dalla pastosità dei cori, da un elegante piano elettrico e dal guitarròn mexicano di Maisner. Il principale contributo di Walsh all'album è rappresentato sia dalla stesura (in team con Henley e Frey) che dal potente riff di "Life In The Fast Lane", palpitante tour de force rock sulla vita "al limite" di una benestante coppia californiana, tra feste oltraggiose, pillole giuste e corse a tutta velocità. La bellezza struggente di "Wasted Time" chiude la prima facciata: è la fine di un amore descritta dalla sofferta voce di Henley, accompagnata prevalentemente da pianoforte e archi, con i consueti coretti d'ordinanza: un arrangiamento che rimanda direttamente alla celebre "Desperado", ma con un ulteriore tocco di angoscia in più.

Una breve ripresa strumentale di "Wasted Time" apre il lato B, fungendo da preludio all'incendiaria "Victim Of Love", in cui le chitarre distorte mascherano la vicenda di un amore violento e disperato ("What kind of love have you got?/ You should be home, but you're not/ A room full of noise and dangerous boys/ Still makes you thirsty and hot"). L'ottima ballad "Pretty Maids All In A Row", opera di Walsh (qui anche in veste di cantante), prosegue il cammino lungo il filone della malinconia, attraverso una sentita riflessione sul tempo che scorre inesorabilmente, portando via persone e cose, lasciando dietro di sé solo l'ombra di un ricordo. Maisner, invece, scrive e canta "Try And Love Again", brano di matrice vagamente country, arricchito dalle note di una slide guitar, prima della salva finale affidata alla meravigliosa "The Last Resort", oltre sette minuti per un ideale seguito di "Hotel California". Delicata e struggente, la canzone, affidata all'interpretazione di Henley, affronta il problema della distruzione delle bellezze della natura e dell'ecosistema. Un'insospettabile vena ecologista e un velato nichilismo permeano questa elegia sulla fine del sogno americano e sull'avvento di una nuova era piena di cupidigia e arrivismo. Addio, California dreamin'.
Per i patiti del satanismo nel rock, non mancheranno nuove leggende, basate su alcune interpretazioni della copertina, raffigurante uno spettrale edificio, con, sul retro, la hall deserta dell'immaginario albergo (hotel = hell?) nella quale si scorgerebbero misteriosi personaggi. Prolifererà addirittura la tesi che l'Hotel California fosse un albero di San Francisco, acquistato da Anton LaVey e convertito in sede della Chiesa di Satana. Un florilegio di fantasie che neanche le smentite ufficiali della band riuscirà mai a placare.

Nei primi mesi del 1977, mentre il punk sta mettendo a ferro e fuoco i vecchi miti del rock, "Hotel California" venderà oltre sedici milioni di copie solo negli Stati Uniti, issandosi in testa alle classifiche per ben otto settimane. I singoli estratti, "Hotel California" e "New Kid In Town", balzeranno in testa alla Billboard Hot 100, mentre “Life In The Fast Lane” raggiungerà un buon undicesimo posto. A completare lo score, diverse nomination e due Grammy vinti - nelle categorie Record Of The Year e Best Arrangement For Voices (per "New Kid In Town") - e una medaglia d'argento come Album Of The Year, dietro l'epocale "Rumours" dei Fleetwood Mac.
La storia degli Eagles proseguirà a lungo, tra le liti e riappacificazioni, ma senza più raggiungere queste vette. Quello che alla band californiana non mancherà mai, neanche nel nuovo millennio, sarà il successo: nel 2001, con "Greatest Hits, Volume II", giungerà il terzo disco di diamante della Riia per aver venduto più di dieci milioni di copie, traguardo già superato da "Hotel California" e "Their Greatest Hits: 1971-1975". A conferma di un feeling con il pubblico del rock che resiste alle stagioni e alle facili etichette.

(17/02/2013)

  • Tracklist
  1. Hotel California
  2. New Kid In Town
  3. Life In The Fast Lane
  4. Wasted Time
  5. Wasted Time (Reprise)
  6. Victim Of Love
  7. Pretty Maids All In A Row
  8. Try And Love Again
  9. The Last Resort
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