Echo & The Bunnymen

Ocean Rain

1984 (Korova / Wea) | pop-wave, dark-wave

Nascere a Liverpool e fondare una band. Difficilmente una contestualizzazione geografica potrebbe certificare incombenza più ardua, da quando la cultura collettiva è stata sconvolta da quattro caschetti sotto cui si celavano almeno tre teste pensanti, di quelle che passano una volta ogni non si sa quanto. Se però anche a un decennio dalla fine della parabola beatlesiana il fantasma dei Fab Four continua inevitabilmente a infestare il capoluogo della Merseyside, è altresì vero che il confronto con un passato recente così ingombrante dona linfa vitale a una schiera di artisti che, tra la fine dei 70 e l'inizio degli 80, permette alla città di annoverarsi tra i centri nevralgici della new wave britannica.
A calcare i palchi locali sfilano nomi come Orchestral Manouvres in the Dark, Wah!, Big in Japan, Pink Military e Teardrop Explodes, ognuno portatore di un discorso artistico talmente peculiare da rendere limitante parlare di "scuola", ma i cui tratti comuni sono comunque riconoscibili in una vena psichedelica angosciosa e visionaria.

Certo, il gruppo che meglio di chiunque altro saprà convogliare queste sonorità in una forma canzone di presa immediata sono gli Echo & The Bunnymen di Ian McCulloch. Punta di diamante del rinnovato Liverpool Sound, sono loro l'anello di congiunzione che, attraverso il ponte della new wave, collega idealmente il beat originale col fenomeno del Brit Pop anni 90. La formula dei Bunnymen filtra, attraverso le spigolosità ritmiche tipiche del periodo, una mistura avvincente fra pop e psichedelia, declinata in differenti varianti nei primi tre (capo)lavori: aspra e asciutta, segnata da taglienti chitarre jingle-jangle nell'esordio "Crocodiles", solenne e ipnotica nel secondo "Heaven Up Here", eccentrica e propensa tanto al raga sinfonico quanto a ballabili intarsi di basso e batteria in "Porcupine".

La critica, in visibilio, li consacra come band simbolo del rinascimento musicale liverpooliano e così, concluso il tour di "Porcupine", McCulloch e compagni si rendono conto che il terreno è fertile per alzare ulteriormente il tiro. Il periodo di lavorazione di quello che sarà "Ocean Rain" gravita infatti attorno alla volontà di aprirsi un varco oltre le soluzioni collaudate del movimento new-wave e imporsi non solo come sublime prodotto del proprio tempo, ma come capisaldi del pop-rock tutto.
La fase di scrittura tra gli ultimi mesi del 1983 e l'inizio dell'84 è il crocevia che porta McCulloch a lasciare che parte delle asperità degli esordi si perda per strada, mentre il lato più romantico del progetto inizia a prendere il sopravvento.

Le prime sessioni creative partoriscono "The Yo-Yo Man", "Seven Seas", "Silver" e, soprattutto, una versione demo di "The Killing Moon", registrata al Crescent Studio di Bath. È solo un embrione del capolavoro che verrà, ma già ci si rende conto che non sono i soliti Bunnymen: i consueti riff di chitarra angolari abdicano in favore di chitarre acustiche Washburn, mentre Pete De Freitas sostituirà la sua take di batteria, al solito vigorosa e geometrica, con un arrangiamento ritmico più discreto, suonato con le spazzole.
Rodati i nuovi brani su un campo d'allenamento non proprio secondario (le Peel Sessions), la band capisce che la tavola è apparecchiata per le sedute di studio definitive, programmate non in Inghilterra, ma a Parigi.

La capitale francese è infatti il luogo in cui si inscrive il romanticismo ricercato dalla band, ideale terra di mezzo tra il pop nervoso marchio di fabbrica dei Bunnymen e nuove influenze artistiche che si chiamano Jacques Brel e, soprattutto, Scott Walker. Sotto l'assistenza di Henri Lonstan presso Les Studios Des Dames, prendono forma sorprendenti partiture di archi che immergono l'impeto esecutivo della band in barocchismi finalizzati tanto a esaltare le melodie, quanto a creare una patina di languida tristezza.
Will Sergeant, chitarrista e perno fondamentale dell'estetica del gruppo, commenta a proposito delle parti orchestrali: "Volevamo creare qualcosa di concettuale con orchestrazioni sovrabbondanti; non Mantovani, qualcosa che indicasse un colpo di scena". E raramente le opere precedenti della band avevano saputo essere così fini nell'evocare un immaginario visuale.

Concepito come una decisa virata verso il lato più pop del quartetto, "Ocean Rain", come si confà alla ormai proverbiale intransigenza di McCulloch, procede più in maniera trasversale che in odore di compromesso e si presenta sul mercato come un oggetto misterioso e composito. L'unità concettuale di cui parla Sergeant è quella di un universo letterario ora fiabesco, ora sprofondante nelle minacce del gotico, rappresentazione sonora del regime notturno alla base della letteratura fantastica inglese.

E se le diavolerie elettroacustiche e le orchestrazioni bizzarre di cui l'album si compone sono tutt'altro che impenetrabili, la totalità della tracklist, nel suo alternarsi fra melodie cristalline e digressioni melodrammatiche in una notte dell'anima, vestono il tanto auspicato romanticismo di un'ambiguità ben poco rassicurante. Ogni yin ha il suo yang in "Ocean Rain": per ogni "Silver" o "Crystal Days" o "Seven Seas" rilucenti di un'immediatezza melodica degna dei Lennon/McCartney del caso, si insinuano l'anelito incuboso e ansimante verso una bellezza irraggiungibile in "Nocturnal Me" ("Do or die/ What's done is done/ True beauty lies/ On the blue horizon"), la stasi raggelante in cui paradiso e inferno si annullano in "The Yo-Yo Man" ("Froze to the bone in my igloo home/ Counting the days 'til the ice turns green/ You know when heaven and hell collide/ The are no in betweens"), lo sciamanismo doorsiano di "Thorn of Crowns", dove la chitarra di Sergeant prova a mitigare una tensione lacerante con melodie contagiose che sanno però di speranza vana.

E in questo continuo ondeggiare di emozioni ci si permette addirittura di tenere in sesta posizione "The Killing Moon", vero colpo da ko tecnico, nonché uno dei più grandi singoli del decennio. La canzone, che ha scalato la Uk Singles Chart fino alla nona posizione, è la summa del suono dei nuovi Bunnymen: basso mixato "in faccia" a tracciare il passo su un letto elettroacustico e linea vocale che si avvita su se stessa fino a liberarsi nello sfogo di un determinismo opprimente ("Fate up against your will", il primo verso del miracoloso chorus che, secondo la leggenda, sarebbe apparso in sogno a McCulloch, come un novello Keith Richards...).
Dal canto suo, il cantante, come d'abitudine, ci tiene a ricordare che il giorno in cui distribuivano la modestia lui si trovava da un'altra parte: "Spesso introduco 'The Killing Moon' come la più grande canzone che sia mai stata scritta e ne sono convinto. È diversa da qualunque altro pezzo io abbia mai sentito. È così semplice e così bella".

Al di là della consueta sparata a briglia sciolta di uno che notoriamente ha sempre avuto una certa difficoltà a contenersi, è comunque vero che il brano è il classico pezzo da novanta che consegna un grande disco all'immortalità. Ma, nell'economia di "Ocean Rain", "The Killing Moon" rappresenta anche la linea di demarcazione verso una seconda sezione in cui il viaggio fantastico si allontana dall'orbita dell'oppressione notturna e assume i connotati di una traversata oceanica.
Prima tocca a "Seven Seas" inanellare l'ennesima gemma, come se le aperture jangle-pop di "Crocodiles" fossero state solo la palestra per una perfezione di scrittura che ora disegna melodie bizzarre su un paesaggio surreale, sorta di rivisitazione della "Tempesta" shakespeariana, tra Calibani post-moderni ("Here the cavemen singing/ Good news they're bringing") e incantevoli naufragi ("Seven seas/ Swimming them so well/Glad to see/My face among them").

È però con la conclusiva title track che la splendida immagine di copertina si staglia nella mente in maniera indelebile: McCulloch si adagia sulla sua barca in un crooning dimesso, mentre l'orchestra e gli arpeggi di Sergeant tracciano lentamente il mare attorno a lui e la notte stellata in cui la sua voce si allontana, trascinando con le salite di tonalità le tempeste di una vita ("Your port in my heavy storms/ Harbours the blackest thoughts").
È la consacrazione definitiva di una scrittura la cui psichedelia si dipana essenzialmente dai simbolismi della penna del leader e che trova compimento in un pop orchestrale eccentrico e innovativo, sempre sospeso tra melodia confezionata a regola d'arte e sguardo verso l'alterità.

Purtroppo per i Bunnymen, al di là del successo di "The Killing Moon", "Ocean Rain" è portatore di una complessità che solo col tempo verrà colta a pieno. La critica inizialmente è disorientata e storce il naso, mentre l'audience fatica a riconoscersi davanti a una band ormai allontanatasi dai cliché della new wave, ma comunque troppo poco propensa al compromesso per sfondare definitivamente nel mainstream pop.
Inevitabile che una simile risposta a uno sforzo artistico di questa portata induca la band a chiudere, proprio con "Ocean Rain", il proprio apogeo. Seguiranno pubblicazioni sempre più autoreferenziali e tentativi talvolta solo prevedibili, talvolta maldestri di risplendere dei propri bagliori, senza però lo smalto e la voglia di stupire del lustro mirabile 1980-84.

Nel frattempo, però, "Ocean Rain" ha spalancato una porta tra le tendenze del pop-rock che verrà. Tra gli anni 90 e i 2000, gli album concepiti su basi acustiche e arrangiamenti di archi non si conteranno e, soprattutto, la scrittura dei Bunnymen verrà tributata a dovere da legioni di musicisti del revival brit-rock, mentre le cover di "The Killing Moon" sgorgheranno a fiumi, anche firmate da band di un certo impatto sulla storia del cosiddetto indie-rock (i Pavement, ad esempio, ne registreranno una versione live sul loro "Major Leagues Ep" del 1999).

"Screaming from beneath the waves", cantava Ian McCulloch nel 1984. E, come ogni capolavoro che si rispetti, le onde della Storia hanno fatto si che quel grido venisse recepito e trasformato in una nuova vitalità artistica. Sarà forse un caso che gli artefici fossero quattro ragazzi di Liverpool, ma la bellezza imperitura delle canzoni di "Ocean Rain" odora romanticamente di uno dei passaggi di consegne più affascinanti della storia del pop britannico.

(17/08/2014)

  • Tracklist
  1. Silver    
  2. Nocturnal Me  
  3. Crystal Days  
  4. The Yo Yo Man  
  5. Thorn Of Crowns  
  6. The Killing Moon  
  7. Seven Seas   
  8. My Kingdom  
  9. Ocean Rain 


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