"Fare forward/ O voyagers, O seamen/ You who
come to port, and you whose bodies/ Will suffer the trial and judgement of the
sea, Or whatever event, this is your real destination/ So Krishna, as when he
admonished Arjuna/ On the field of the battle/ Not fare well/ But fare forward
voyagers". ("Andate avanti/ O viaggiatori, O naviganti/ Voi che giungete al
porto, e voi il cui corpo/ Soffrirà la prova e il giudizio del mare/ O qualsiasi
altra fine, questa è la vera vostra destinazione/ Così Krishna, come quando
ammoniva Arjuna/ Sul campo di battaglia/ Non buon viaggio/ Ma avanti,
viaggiatori") E, ancora: "All manner of thing shall be well/ Into the crowned
knot of fire/ And the fire and the rose are one" ("Ogni sorta di cose sarà bene/
Quando lingue di fuoco s'incurvino/ Nel nodo di fuoco in corona/ E il fuoco e la
rosa sian uno"). Sono questi i versi (tratti dai "Quattro Quartetti" del poeta
anglo-americano Thomas Stearns Eliot) sui quali John Fahey ha edificato, in
musica, il suo secondo, superbo capolavoro. Ma se "America" (1971) mostrava ancora
la volontà di restare ancorati a una struttura narrativa, "Fare Forward
Voyagers" è, invece, marchiata a fuoco dalla nuova infatuazione di Fahey per il
guru Swami Satchidananda, che aveva installato una sorta di comunità spirituale
nella California del Nord, e, per la precisione, a Lake County.
Questo nuovo rapporto con la psiche (per il tramite dello
spiritualismo di matrice indiana) esorta Fahey a spingersi ancora più oltre
nella sua visionaria rivisitazione del folk(-lore) americano. La scelta dei
versi di Eliot, infatti, evidenzia come il Nostro avesse ormai intenzione di
affidare le sue peregrinazioni all'ignoto, stabilendo un rapporto con la sua
chitarra acustica che fa capo a una dizione irrazionale, profondamente intaccata
da fantasmi interiori, tutti risolti, però, in puro scintillio sonoro, in pura
evocazione di forme mutanti ma protese verso l'assoluto. Ma questo viaggio
dentro se stessi - e dentro la coscienza stessa del mondo - ha una progressione
inversa: Fahey parte, infatti, dalla già acquisita consapevolezza dell'unione
trascendente tra il fuoco (simbolo dell'amore divino) e la rosa (immagine della
bellezza e del desiderio). In questa unione, Eliot - e, di riflesso, lo stesso
Fahey - intravedono il momento supremo della tensione verso l'alto
dell'uomo-viaggiatore (l'"uomo-tartaruga", elevato dal chitarrista di Takoma
Park a riflesso speculare dell'umano genere).
Così, in "When The Fire And The Rose Are One" (13'54"), dopo un
solenne caleidoscopio di accordi, riverberati da una profondità glaciale
(straordinario il lavoro del produttore Jim Hobson), la perfezione di
quell'unione viene resa dal contrasto vertiginoso tra attimi di soliloquio quasi
ascetico e improvvise accelerazioni, dense ora di timor panico, ora di estatica
calma. Dopodiché, a 3'55", il suono si distende in un delicato acquerello
onirico. La dita di Fahey scivolano sulla tastiera, e quel rumore entra a far
parte della sua musica, così come una pennellata violenta riesce a immobilizzare
sulla tela, e nel tempo, l'atto del pittore. Seguite l'imperioso gioco di linee
trasversali (narrazione e digressione; meditazione e contrappunto) che da 7'42"
inizia a spingere verso il finale, anch'esso in equilibrio tra quiete e
tempesta, scale impavide e note abbandonate al loro destino.
"Thus Krishna On The Battlefield" (6'36") - sul tema della
necessità dell'azione disinteressata come antidoto alla colpevolezza innata di
ogni azione umana - ha un andamento meno convulso: quattro minuti circa di
accordi liberi, ma incanalati verso un tema di base, che finisce, poi, per
svanire in una sofferta ascesa armonico-melodica: da un lato, scintille
nitidissime; dall'altro, la cupa austerità delle note basse. Entrambe venate di
furia. I 23 minuti e oltre della incredibile title-track rappresentano l'ultimo
invito ad "andare" verso la nostra "vera destinazione". Insieme con "Voice Of
The Turtle" (su "America"), questo è certamente il punto più alto del
"primitivismo" di Fahey. Ovvero, della sua fondamentale lezione (soprattutto per
la new-age a venire) su come, da un semplice tema, si possano travalicare
confini su confini, anche con una semplice chitarra.
Se il fanatismo di Fahey per le origini della musica popolare
americana e per i "raga" indiani è la matrice da cui scaturiscono le sue
visioni, allora con "Fare Forward Voyagers" (il brano) la sua ricerca può dirsi
compiuta. Fin dai primissimi secondi si capisce che siamo di fronte a una
meditazione assoluta, definitiva (così come lo era "Voice Of The Turtle", ma da
un punto di vista più pacato, più "narrativo"): vibrare sconsolato delle corde
più basse, stratificazioni diamantine, reminiscenze "astratte" del vecchio caro
blues, armonici luminosissimi, divagazioni sottilissime. Questo per circa sette
minuti. Poi, rifrazioni di scale indiane e frammenti di old-America in festa
frullano un girotondo d'altri tempi. Intorno al tredicesimo minuto, la chitarra
si alza in un volo spaventoso. E' come se Fahey fosse ormai in balia della sua
stessa musica. Sembra, insomma, sperimentare su se stesso, e in maniera
spaventosamente "concreta", il "rasa", il piacere estetico che, sempre secondo
la tradizione indiana, scaturisce dalla perfetta esecuzione (e da un corretto
ascolto) del "raga". Seguendo i dettami della stessa tradizione, inoltre, Fahey
dispone le note per sequenze melodiche, che, a loro volta, si succedono in
maniera ascendente o discendente. E, ancora, cercando di mantenere una
"gerarchia modale", di tanto in tanto, accentua determinate note. Ecco, quindi,
spiegati gli improvvisi turbamenti del tessuto sonoro mediante sbalzi vigorosi,
che sembrano voler far precipitare la linea (già di per sé "pericolante")
dell'improvvisazione. Ma, tuttavia, il suo non è un chitarrismo virtuoso, al
pari, per esempio, di quello di un Leo Kottke. E', invece, come dire?, più
impressionista, meno strutturato, anche se magari si ha l'impressione opposta in
certi momenti. Verso il diciannovesimo minuto, la tensione si placa nuovamente.
I soliti accordi riflessivi si dilatano nello spazio e nel tempo. Piccole
schegge armoniche vibrano solitarie. Fahey ritorna, come già nei due brani
precedenti, sui suoi passi, ma questa volta citando, di sfuggita, anche alcuni
accenti della sua "Dalhart, Texas, 1967" (su "America"). Mantenendo fede ai
versi di Eliot, egli sa, insomma, che "principio" e "fine" sono pur sempre la
stessa cosa.


