For Carnation

For Carnation

2000 (Touch & Go) | slow-core, post-rock

Parabola breve ma estremamente densa di significati, quella dei For Carnation, progetto sorto a metà degli anni 90 per iniziativa dell’ex-Squirrel Bait Brian McMahan: due album e un Ep realizzati nell’arco di un quinquennio, inframezzati da un profondo cambiamento di formazione, intercorso proprio nei quattro anni che separano il primo “Marshmallows” da questo lavoro omonimo nel quale Brian McMahan è affiancato dal fratello Michael alla chitarra, dal bassista Todd Cook (Shipping News), dall’altro chitarrista e tastierista Bobb Bruno e da Steve Goodfriend (Radar Bros.) alla batteria.
Al nucleo centrale della band si aggiunge inoltre per l’occasione una lunga serie di collaboratori, che ne arricchiscono il suono, modellandone iterazioni e frequenze rarefatte in senso ipnotico e sostanzialmente psichedelico, anche attraverso l’utilizzo di effetti elettronici liquidi, cospicuo ma sempre molto sobrio e funzionale alle trame angosciose e indolenti dei brani. Decisivi ai fini della definizione della cifra stilistica del lavoro, sono in particolare gli apporti di John McEntire (Tortoise) ai synth e al missaggio e di Christian Fredericksson (Rachel’s), alla viola e in sede di arrangiamento degli archi.

La biografia personale e artistica dei musicisti coinvolti nella realizzazione dell’album induce facilmente a considerarlo una sorta di ponte tra due fulgide esperienze del post-rock statunitense, quella di Louisville e quella di Chicago. Se questa ne è in fondo la principale premessa, i For Carnation non si limitano a recepirne modalità espressive già incardinate negli anni precedenti, rielaborandone invece una lunga serie di spunti secondo una sensibilità propria, fino ad ottenere un risultato non ascrivibile a nessuna delle categorie del post-rock, delle quali si può considerare qui racchiusa una valida ipotesi di sviluppo e trasformazione, aperta a tante suggestioni ancorché con esso ancora concettualmente coerente.

Deposte di fatto le destrutturazioni di matrice slintiana, McMahan e soci si muovono nella direzione di un’apparente narcolessia emotiva, filtrata da un lato da cadenze sempre più diradate, dall’altro da melodie circolari ossessive, che non rinunciano a crescendo graduali, di pathos represso ma palese.
Sotto il primo aspetto, si percepiscono aderenze con lo slow-core dei Codeine, mentre sotto il secondo l’album denota una spiccata propensione verso un songwriting la cui eloquente timidezza acquista tensione attraverso malinconiche pennellate chitarristiche e un cantato dai toni smorzati, perfetto coronamento di atmosfere perennemente cupe, raccolte, notturne.

Nella concisione dei suoi sei brani per poco oltre minuti di durata, l’album sembra seguire un percorso di progressiva liberazione spirituale, che parte dalla surreale catatonia di “Emp. Man’s Blues”, per dischiudersi lentamente ma non senza sofferenza attraverso torbide istantanee in apnea, nelle quali solo a tratti penetra un raggio di luce o si percepisce un ritmo appena più definito.
Proprio il brano iniziale chiarisce a sufficienza la particolarissima formula musicale dei For Carnation, tutta incentrata su ritmiche soffuse, oscillazioni centripete e arrangiamenti d’archi che esaltano torsioni melodiche il cui desolato isolazionismo non viene alleviato dai giocosi effetti elettronici di McEntire, che anzi spesso si uniscono alla diffusa coltre psichedelica di fondo.
Toccato fin dall’inizio il fondo di un grado zero espressivo ed emozionale, l’album procede per stratificazioni graduali, mantenendo fermo il mood ma accrescendo le proprie strutture, anche attraverso una maggior presenza e definizione ritmica, pur a fronte della persistente indolenza delle chitarre e della voce aspra di McMahan. Così, se “A Tribute To” accelera appena il passo rispetto al brano d’apertura, nel successivo strumentale “Being Held” riaffiorano ritmi spezzati e persistenze dissonanti e sinistre, in uno stile riconducibile a quello di band quali June Of 44 o Shipping News, seppur smussato e diluito al rallentatore.

La seconda parte del lavoro accentua la cura del songwriting, dimostrando come l’attenzione della band non si sia concentrata sul solo suono, ma altresì su un’accurata opera di ricostruzione in chiave di canzoni di quanto da molti degli stessi musicisti già destrutturato nel loro recente passato: prendono così forma le vellutate tinte jazzy di “Snoother” – in cui il contributo di McEntire è tanto sensibile che la si potrebbe considerare la “canzone” che i Tortoise non hanno mai scritto – e le oblique volute elettriche dell’allucinata “Tales [Live From The Crypt]” (con Kim Deal alla voce), prima dell’autentico capolavoro finale “Moonbeams”.
È in questo brano che i For Carnation chiudono definitivamente il cerchio del loro percorso artistico, lasciando quale eredità nove minuti di spontanea perfezione che, tra melodie ombrose, ritmiche rallentate e crescendo carezzevoli, compendiano un’intera esperienza artistica, restituendo slow-core e post-rock a una dimensione umana ed emozionale, in cui timbriche e sperimentazioni sonore si fondono con la sensibilità di scrittura di canzoni fragili e non aliene da pregevoli componenti melodiche.
Un equilibrio tanto prezioso che vale il compimento della missione artistica di Brian McMahan, che non tornerà più sulla sua creatura For Carnation, dopo aver posato questa personalissima chiave di volta tra quanto offerto dalle fertilissime scene di Louisville e Chicago negli anni 90, con qualunque definizione la si voglia identificare.

(20/09/2009)

  • Tracklist
  1. Emp. Man's Blues
  2. A Tribute To
  3. Being Held
  4. Snoother
  5. Tales [Live From The Crypt]
  6. Moonbeams
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