John Foxx

Metamatic

1980 (Virgin) | synth-pop

Tra le miriadi di band che hanno cavalcato la new wave inglese, gli Ultravox! di John Foxx furono indubbiamente una delle più originali e talentuose: guidati da un leader e cantante di grande carisma e cultura, da sempre innamorato del futurismo, e da un musicista eccelso quale il tastierista/violinista Billy Currie, diedero alle stampe tre dischi straordinari per ispirazione e innovazione, prima che, nel 1979, il loro leader decidesse di lasciare il gruppo per dedicarsi alla carriera solista.

Via gli orpelli che facevano (e faranno, anche nella veste più "pop" del nuovo corso post-Foxx, capeggiato dallo scozzese Midge Ure) unico, ricco e bellissimo il sound degli Ultravox, tanto quelli più "barocchi" quanto quelli più rock, Foxx (al secolo Dennis Leigh) si rinchiude in una sorta di programmatico isolamento, con la sola "compagnia" musicale dei suoi sintetizzatori, portando alle estreme conseguenze quella che già era stata l’evoluzione verso la quale aveva condotto il suo gruppo, dalle ceneri del punk e della new wave verso una musica a forte componente elettronica e "sintetica". Foxx abbraccia ora senza mezzi termini il synth-pop, allora non ancora moda imperante di un decennio come sarebbe diventata nelle sue derive più banalmente commerciali, bensì moda "intellettuale" alla quale si convertivano, con risultati più o meno validi, artisti provenienti sia dal punk, come Gary Numan (oltre allo stesso Foxx), sia dall’avanguardia, come gli Orchestral Manoeuvres In The Dark o gli Human League.

Foxx rifugge la ricerca del facile successo, non è questo il motivo per il quale si serve del synth-pop: l’obiettivo è semmai mettere in scena raggelanti psicodrammi nei quali la voce è lasciata sola ad aggirarsi in un labirinto dalle pareti di metallo, avvolto nella penombra. Figlio "naturale" dei Kraftwerk e di Brian Eno, Foxx mette in scena quella stessa "land of technology" che nutriva gli incubi e i pensieri della new wave e della musica industriale, della quale si comincia a nutrire anche la nascente cultura cyberpunk. Ma se le tematiche sono spesso comuni, l’approccio distaccato e aristocratico dell’ex leader degli Ultravox lo rende fin da subito un caso pressoché unico. Il suo non è più un disco che mette in scena la "paura" della tecnologia e il relativo tentato "esorcismo" di quella paura come da manuale della new wave, è piuttosto il quaderno di appunti di un osservatore che si aggira attraverso gli scenari ultra-moderni della metropoli, della quale si limita a osservare, ascoltare e catturare lo spirito.

La pionieristica e immensa opera dei Kraftwerk, che teorizzarono e dimostrarono le potenzialità degli strumenti elettronici applicati al "pop", oltre che riuscire nell’impresa impossibile di dare "calore" a una musica per sua stessa natura "fredda" e anti-emozionale quale l’elettronica, è un tesoro del quale Foxx si serve per creare sfondi e scenografie nelle quali ambientare i suoi canti desolati, freddi e robotici proprio come la sua musica eppure frementi di vita e di espressività. È il "Metal Beat" che scandisce i ritmi e i tempi della narrazione, come della vita della metropoli, una vita nella quale dietro una superficie in cui tutto appare geometricamente perfetto, lineare, organizzato e preciso al millimetro, si nasconde la disgregazione, lo smarrimento. "Metal Beat" (che è anche il nome dell’etichetta personale di Foxx) è il brano robotizzato e meccanico per eccellenza, il manifesto del modernismo paranoico di Foxx, nel quale il vuoto è riempito unicamente dalla voce impersonale e rifratta dall’eco e da sparuti clangori metallici.

"A New Kind of Man" è quello che si aggira in questo scenario, immerso nei ritmi e negli spazi della modernità e della tecnologia, parte integrante di un meccanismo rigorosamente controllato e privo di emotività: racconto cinematico, grondante di immagini sconnesse e visionarie, è per molti versi il brano più rappresentativo del disco, autentico inno all’alienazione e alla spersonalizzazione.

Ma non finiscono qui i capolavori del disco: l’omogeneità dell’arrangiamento è bilanciata da melodie memorabili che si insinuano tra gli angoli e gli spigoli del labirinto. Su tutte la straordinaria "No-One Driving", altra carrellata di immagini in movimento, di figure indistinte che scivolano via nel grigiore e nell’anonimato, ma soprattutto melodia disperata di presa immediata, di bellezza superba, di enorme impatto emotivo. La quantità di dettagli e particolari che compongono ognuno dei brani è infinita: ogni pezzo è un mix densissimo costruito con cura certosina. Tutto è all’insegna di una gelida e compassata nevrosi di fondo che solo a tratti diventa vera tensione, come un brivido che corre per un attimo lungo la schiena, in una calma solo apparente: Brian Eno è dietro l’angolo nel canto neutro e impassibile con il quale viene recitato "Plaza", una sorta di studio "architettonico", simbolo del modernismo e dell’approccio intellettuale di Foxx.

Ma oltre che da base i synth fanno anche da controcanto con impennate spettrali, che si fanno quasi "gotiche", tanto qui quanto, e soprattutto, nella stasi pulsante di "He’s A Liquid". Altra melodia indimenticabile è quella di "Blurred Girl", sconsolata e romantica poesia sull’amore, sulla solitudine, sulla distanza, carica di quel sapore decadente e "mitteleuropeo" che da Bowie è transitato alla nuova generazione dei più raffinati rappresentanti della synth-wave (oltre a Foxx e agli Ultravox come dimenticare i grandissimi Japan di David Sylvian).

Capolavoro assoluto dell’opera è probabilmente "Underpass", che è anche il brano più cupo e angoscioso. Canzone che richiama alla mente la splendida immagine di copertina: con i synth che dipingono arabeschi nevrotici e folate dal sapore "ambientale", a portare spiragli di luce che sembrano riflettersi sulle fredde lastre di metallo, sulle superfici cromate che compongono l’ambiente nel quale si muove Foxx. E la sua mano si allunga per toccare quella luce, una luce però solo riflessa.

In chiusura Foxx piazza i due episodi più sperimentali, la straniante "Tidal Wave", lanciata al passo di ossessivi ritmi esotici, e soprattutto la lunga "Touch And Go", nella quale le ritmiche sintetiche si fanno più affannose, fino a lambire il battito metronimico e implacabile della musica industriale; ma gli spunti che si accavallano sono innumerevoli e rendono questo brano sì il più sperimentale, ma anche forse il più orecchiabile. Dal mix non mancano infatti anche lievi rifiniture ambientali, scintillanti aperture "spaziali" e motivetti pop quasi infantili. La voce è essa stessa parte del mix "sintetizzato", la melodia è raggelata e robotica in puro stile kraftwerkiano. E la coda strumentale in lenta e graduale dissolvenza è chiusura perfetta per un cammino come quello intrapreso da questo disco.

Disco-manifesto di uno stile e di un genere che saranno cifra inconfondibile, nel bene e nel male, di tutto un decennio, "Metamatic" ha anche il non indifferente valore simbolico di averlo inaugurato quel decennio. John Foxx, non solo erede e prosecutore dell’inestimabile lezione di Kraftwerk, di Eno, di Bowie. John Foxx prima di tutto genio sopraffino, artista di caratura "superiore", capace di rendere unica la sua arte, di trasfigurare secondo la sua personalissima visione e il suo personalissimo songwriting uno stile che per quasi tutti gli altri pionieri e alfieri del synth-pop negli anni diventerà solo routine. Per gli altri, non per lui.

(29/10/2006)

  • Tracklist
  1. Plaza
  2. He’s A Liquid
  3. Underpass
  4. Metal Beat
  5. No-One Driving
  6. A New Kind Of Man
  7. Blurred Girl
  8. 030
  9. Tidal Wave
  10. Touch And Go
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