Gentle Giant

Octopus

1972 (Vertigo) | progressive rock

Quando si parla di rock progressivo gli appassionati rievocano all'istante una cornucopia di nomi, immagini e titoli che ne hanno fatto la storia: personaggi divenuti icone in virtù del loro istrionismo e della capacità di forgiare una vera e propria mitologia musicale tra la fine degli anni 60 e la metà dei 70. Un'era dominata da epopee raccontate e suonate con magniloquenza, una gara di bravura tra Yes, Genesis ed Emerson Lake & Palmer, che con le loro suite puntavano ogni volta a una summa della loro sfrenata creatività. Poi negli anni, tra scissioni e dipartite più o meno pacifiche, il sogno sfuma – o perlomeno si ridimensiona vistosamente – andando incontro a soluzioni più attuali, spesso volte a sedurre anche un pubblico meno colto.

Benché relativamente marginali rispetto ai suddetti numi tutelari del prog, i Gentle Giant sono tra le pochissime compagini inglesi rimaste fedeli alla propria vocazione sino alla fine, e sempre a livelli più che apprezzabili. Forse anche per questo hanno continuato a essere soprattutto appannaggio di una frangia più “nerd” di entusiasti, che hanno visto in loro il paradigma del gusto per l'arrangiamento barocco e le cavate ritmiche più singolari.
Nello stradominio dei concept-album e dei fluviali instrumental, sin dall'esordio omonimo i bardi inglesi hanno convintamente portato avanti una forma-canzone imprevedibile, che a parere di molti trova il suo culmine in “Octopus” (1972), opera poliedrica e inesauribile pur nella sua breve durata complessiva.

A loro modo iconici, i Gentle Giant erano un gruppo di capelloni alquanto brutti (tranne il percussionista John Weathers, anch'egli brutto ma quasi del tutto calvo), tre dei quali erano i talentuosi fratelli Shulman. E forse anche questa parentela fa parte del segreto di un'intesa così ineguagliabile: tutti i componenti si destreggiavano disinvoltamente tra più strumenti, come dimostrano anche i filmati che oggi troviamo facilmente su YouTube – live footage che è oro colato. A unirli era infatti uno spirito da antichi menestrelli cantastorie, una fascinazione autentica per la dimensione più “povera” della composizione musicale, la quale però non esclude lo sfoggio di un talento quasi strabordante. La paradigmatica “Raconteur, Troubadour” è una danza per violini gitani e piano elettrico sincopato che ben rappresenta la modesta eleganza con cui i GG intendevano proporsi al pubblico.

Gather round the village square
Come good people both wretched and fair
See the troubadour play on the drum
Hear my songs on the lute that I strum

Le loro invenzioni musicali si rifacevano a tutto un altro immaginario, popolato di miti della letteratura finzionale o scientifica, dal ciclo di romanzi di François Rabelais – ispiratore anche del nome del gruppo e del brano d'apertura dell'Lp “Acquiring The Taste”, come di questo – a grandi pensatori come Ronald Laing, psichiatra scozzese le cui asserzioni risuonano negli intrecci vocali di “Knots”, perla tra le perle che compongono “Octopus”. Exploit di questo tipo restano sempre in bilico tra l'ammiccante ironia da imbonitori e la serietà di professionisti irreprensibili: moog, archi, fiati e vibrafoni imbastiscono un botta e risposta dalle soluzioni più impensate, si rispondono come in una gustosa gag a orologeria svizzera.

I get what I deserve
I deserve what I get
I have it so I deserve it
I deserve it for I have it

Già l'iniziale “The Advent Of Panurge” era un pozzo senza fondo di incastri, richiami e impreziosimenti che per l'epoca non hanno assolutamente eguali. Ma non ci si inganni a definirli meri virtuosi, o artisti del coup de théatre: i “giganti” non esitano a trasformare in un riff tagliente le ancor più affilate parole di un nichilistico Albert Camus:

Run, why should I run away
When at the end the only truth certain
- One day everyone dies -
If only to justify life

Anche se gli episodi di “Octopus” straripano di fantasia, sembra che finiscano sempre per restare coi piedi per terra, nel raccontare le aspirazioni e le miserie della poca cosa umana. Scelte che appaiono ancor più curiose, se si pensa che in quegli anni la tendenza del prog – compreso quello nazionale – era di figurarsi altri mondi, fuggire più lontano possibile dalla realtà rifugiandosi in mitologie apocrife. I Gentle Giant invece trovano persino lo spazio per un'ode malinconica al miglior amico dell'uomo, che nei toni umili e nella preminenza del violino ricorda ancora un quadretto vagabondo; per poi cedere il passo alla commozione più sincera e sovrabbondante nella romantica fanfara di “Think Of Me With Kindness”.
Il circo itinerante ha quasi terminato la performance, ma non prima di un altro sorprendente numero: il riff sghembo e imprendibile di “River” – come anche il vorticoso strumentale “The Boys In The Band” – è un altro puro concentrato di inventiva prog, l'estrema conferma del singolare talento di questi improbabili polistrumentisti.

Così, mentre in tutta Europa si tentava di emulare i fasti del prog sinfonico più sfavillante, i Gentle Giant battevano con orgoglio una strada tutta loro. La testardaggine – e la bellezza di undici album in studio senza alcun compromesso stilistico – non ha forse pagato quanto avrebbe dovuto, ma per molti sono già da tempo entrati nella leggenda. E se a oggi ancora non conoscete questa gemma, preparatevi a essere stupiti: uno spettacolo senza eguali sta per avere inizio.

(11/05/2014)

  • Tracklist
  1. The Advent Of Panurge
  2. Raconteur, Troubadour
  3. A Cry For Everyone
  4. Knots
  5. The Boys In The Band
  6. Dog's Life
  7. Think Of Me With Kindness
  8. River


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