George Harrison

All Things Must Pass

1970 (Apple) | pop-rock, folk-rock

Dovevo sempre aspettare dieci delle loro prima che anche solo ascoltassero una delle mie canzoni. Questa è la ragione per cui "All Things Must Pass" aveva così tanti pezzi, perché era come se fossi costipato
(George Harrison)

È naturale partire dai Beatles per parlare del debutto solista di uno dei suoi membri, il primo disco di canzoni vere e proprie pubblicate da un Beatle, insieme a “Plastic Ono Band” di John Lennon e "McCartney" di Paul dello stesso anno (Harrison è stato anche il primo a pubblicare un disco a suo nome, ma con i brani sostanzialmente strumentali di “Wonderwall Music”, una colonna sonora).
“All Things Must Pass” non sarebbe lo stesso se non parlasse anche della liberazione interiore ed esteriore di un artista incompreso, schiacciato dai più “esuberanti” compagni. Viene da chiedersi cosa pensavano John e Paul di lui, prima dell’uscita del disco. George Harrison? Un ragazzo schivo, dal sorriso improvviso e dalla battuta pronta, ma è troppo tra le nuvole, se n’è andato in giro per il mondo a fare chissà cosa, a cercare il senso della vita, non c’è posto per questa roba nei Beatles… È forse già durante le registrazioni di “Sgt. Peppers Lonely Hearts Club”, in cui George registra “Within Me Without You” solo, con gli amici musicisti indiani (“those Indian-type tunes”, li chiamava McCartney), che si intuisce l’inevitabile – passeranno poi tre anni e almeno altrettanti capolavori, a dire il vero – conclusione di una convivenza forzata tra amici fraterni e talenti musicali forse ineguagliati nella storia della musica.

“Dovevi ascoltare almeno 59 canzoni di Paul prima che ne sentisse una tua”, dice George, che aveva accumulato durante gli anni dei Beatles centinaia di pezzi (“letteralmente”, racconta Phil Spector). Ma nel suo esordio solista, che pur racconta la fine della più grande band della storia (“Wah Wah” viene composta quando George lascia, temporaneamente, la band durante le sessioni di “Let It Be”, nel 1969: “You've given me a wah-wah/ And I'm thinking of you/ All the things that we used to do”), Harrison esprime la sua personalità totalmente, trovando corrispondenza tra le sue esplorazioni spirituali e quel “mondo materiale” che riveste comunque il ruolo primario nelle sue riflessioni, così come dovrebbe essere. E nessun aspetto del suo essere e di quel miscuglio biochimico di emozioni che provocano le cose – sempre e comunque passeggere - sfugge alla portata delle sue canzoni.
Così, la malinconia di “Isn’t It A Pity”:

Isn't it a pity
Now, isn't it a shame
How we break each other's hearts
And cause each other pain

How we take each other's love
Without thinking anymore
Forgetting to give back
Isn't it a pity

trova un contraltare nella copertina del disco, Harrison seduto in un parco insieme a quattro nani da giardino (un piccolo sberleffo che non rimarrà inavvertito da Lennon). Ma “All Things Must Pass”, questo è il messaggio che George vuole lasciare ai Beatles, e così il suo esordio solista è un’opera rock in cui la spiritualità non è più parola vacua, ma vero modo di intendere la vita, in primo luogo la perdita di tre amici fraterni.

È così che il tono del disco diventa prettamente celebrante, un’irresistibile impennata dell’animo, in cui la filosofia hindu, ormai introiettata da Harrison, si fonde con le sue nuove frequentazioni con il gospel (sua la produzione dell’ultimo disco di Delaney & Bonnie) e la musica nera in generale (sono diversi i riferimenti al filone Motown sparsi per il disco).
Ma, prima di citare la pletora di collaboratori che renderà “All Things Must Pass” una delle opere pop-rock collettive più memorabili della storia, va dato credito al personaggio che traccia le coordinate espressive del disco: Phil Spector. L’esordio di Harrison viene infatti oggi ritenuta la sua ultima grande produzione wall of sound (e già qui Harrison dovette concludere i lavori, nel finale, per i problemi di alcol di Spector): nei brani spesso sono presenti due percussioni, due batterie, quattro o cinque chitarre, due bassi, due pianoforti, oltre ai vari arrangiamenti orchestrali e ai cori. In più, le tracce venivano spesso suonate live a oltranza con tutti gli strumenti insieme, per aumentarne la risonanza. Le otto settimane preventivate all’inizio per la registrazione dell’album diventarono alla fine cinque mesi – anche per via della morte della madre di Harrison. Da leggere le note di produzione, per farsi un'idea del lavoro che fecero insieme Harrison e Spector.

Eric Clapton, Ringo Starr, Phil Collins, Billy Preston, Gary Brooker (Procol Harum) e Alan White (poi batterista degli Yes) sono i nomi più riconoscibili di una lista di musicisti che pare insieme una riunione di amici (c’è anche il vecchio amico di Amburgo Klaus Voormann) e un compendio del mondo del rock degli anni a cavallo tra Sessanta e Settanta. A partecipare alle registrazioni ci sono anche tutti i musicisti che accompagnano in tour Delaney & Bonnie, e un importante contributo (batteria, tamburello, chitarre ritmiche) verrà svolto da una band sotto contratto con la Apple, l’etichetta dei Beatles, i Badfinger.
Ma c’è anche un altro ingrediente fondamentale dello sbocciare dello Harrison solista: l’esperienza di Woodstock del novembre del ’69 (inteso come luogo fisico, non al festival che si terrà la primavera successiva). È lì che George Harrison rimane invaghito della Band (da cui vengono le parti più tradizionalmente americane di “All Things Must Pass”, ad esempio “Behind That Locked Door”, che ancora si favoleggia eseguita dalla Band stessa, e la title track) e, soprattutto, inizia un rapporto non solo artistico con Bob Dylan:

Gli stavo dicendo: "Scrivi testi incredibili", e lui diceva "Come fai a scrivere quei pezzi?". Così mi mettevo a fargli vedere accordi come se non ci fosse un domani. Accordi, perché lui tendeva a suonare un sacco di accordi di base e a muovere il capotasto su e giù. E gli dissi: "Dai, scrivimi qualche verso" e lui si mise a buttar giù qualche parola. E ci rimasi di sasso, dopo che aveva scritto tutte quei clamorosi testi impegnati... Scrisse: "All I have is yours/ All you see is mine/ And I'm glad to hold you in my arms/ I'd have you anytime." L'idea di Dylan che scriveva qualcosa del genere, voglio dire, così semplice!
George Harrison

La stessa “Behind That Locked Door” venne scritta nell’agosto del 1969 come messaggio di incoraggiamento a Dylan, che si apprestava a tornare sul palco con la Band all’isola di Wight, dopo aver saltato il festival di Woodstock di quell’anno. E, nonostante la quantità di materiale assemblata da Harrison, ci sarà posto in “All Things Must Pass” per una cover quasi contemporanea di “If Not For You”, in una irriconoscibile quanto riuscita versione acustica, che la rese forse più popolare dell’originale. In questi anni George svilupperà anche la sua conoscenza della slide guitar, componente fondamentale del disco.

Ma è la scelta del primo singolo a dare l’impronta all’esordio: non lo sfogo contro la ex-band di “Wah Wah”, non la suadente e appassionata “I’d Have You Anytime”, scritta da Bob Dylan, non la trascinante e zuccherosa “What Is Life?” (quante hit le sono debitrici!). Il primo singolo di “All Things Must Pass” è “My Sweet Lord”, un pezzo gospel chiaramente ispirato a “Oh Happy Day”, con gli “Halleluja!” del coro che poi si trasformano in “Hare Krishna” in una stramba mutazione ecumenica. È comprensibile, in realtà, che sia questo il modo scelto da Harrison per presentarsi al pubblico da solista, nonostante il timore: “Pensavo che molte persone avrebbero iniziato a odiarmi, perché la gente teme l’ignoto. Stavo mettendo la testa sul ceppo da esecuzione”.
La ricerca spirituale, il dialogo interiore è il tratto principale della personalità di Harrison, e “My Sweet Lord” parla, col semplice linguaggio della preghiera, della ricerca di Dio, non come concetto astratto, ma come visione concreta. E nella semplicità con cui utilizza gli ingredienti principali del gospel – melodia ripetitiva, ritornello in maggiore, da sentire anche la finale “Awaiting On You All” – si percepisce tutto il senso di liberazione interiore che accompagna ogni nota del disco. Una liberazione che passa anche attraverso la rinuncia alle tentazioni materiali descritta nell'intensa "Beware Of Darkness", una splendida ballata ispirata al pensiero del Radha Krishna Temple, in cui Harrison mette in guardia contro le varie influenze oscure che possono minare la ricerca spirituale, tra cui i truffatori ("soft shoe shufflers"), i politici ("greedy leaders") e gli effimeri idoli pop ("falling swingers").

È in questo senso che va intesa anche la lunghezza di “All Things Must Pass”, che uscì come triplo album, l’ultimo denominato “Apple Jam” e contenente cinque jam strumentali, un esplosivo compendio privo della maniacalità dei dischi dei Beatles. Tra i pezzi c’è infatti anche una Dylan-iana (con tanto di armonica), improvvisamente scarna “Apple Scruffs”, composta in onore dei fan accampati fuori dagli studi di registrazione.
Un vero mondo immaginario, interiore quanto materiale, meno provocatorio di quello descritto da “Imagine”, ma forse anche più profondo e comprensivo…

All things must pass
All things must pass away
All things must pass
None of life's strings can last
So, I must be on my way
And face another day

(08/06/2014)



  • Tracklist
  1. I’d Have You Anytime
  2. My Sweet Lord
  3. Wah-Wah
  4. Isn’t It A Pity
  5. What Is Life
  6. If Not For You
  7. Behind That Locked Door
  8. Let It Down
  9. Run Of The Mill
  10. Beware Of Darkness
  11. Apple Scruffs
  12. The Ballad Of Sir Frankie Crisp (Let It Roll)
  13. Awaiting On You All
  14. All Things Must Pass
  15. I Dig Love
  16. The Art Of Dying
  17. Isn’t It A Pity (Version 2)
  18. Hear Me Lord
  19. Out Of The Blue
  20. It’s Johnny’s Birthday
  21. Plug Me In
  22. I Remember Jeep
  23. Thanks For The Pepperoni


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