Gil Scott-Heron

Pieces Of A Man

1971 (Flying Dutchman) | spoken word, proto rap, funk-soul

The revolution will not be televised, will not be televised
The revolution will be no re-run brothers
The revolution will be live

Quasi cinquant’anni dopo, il motto coniato dal poeta Scott-Heron è ancora dannatamente attuale; un messaggio disarmante che non conosce epoche, e che colpisce al cuore un capitalismo e una politica associata sempre più distanti dall'uomo in quanto mero figlio della natura e dell'Universo, e non di un consumismo spicciolo e lontano dai bisogni essenziali dell'individuo. Basta sostituire la Tv con lo smartphone e i programmi televisivi con i vari social, e il gioco è fatto. Tutto diventa contemporaneo.
L’uomo che si immaginava poeta diventò ben presto uno dei musicisti più importanti della storia della musica popular; ma soprattutto il più influente attivista dei sacrosanti diritti della comunità afroamericana nei tumultuosi States dei Settanta. Una questione infinita, che continua a invadere le piazze, cinque decadi dopo nuovamente riottose per divisioni e soprusi che sembrano auto-alimentarsi al netto di un (ex)Presidente di colore, e della tanto decantata globalizzazione, de facto modello di sviluppo comunitario totale che dovrebbe cancellare qualsiasi distinzione sociale e razziale, appannaggio di un interscambio e di una interconnessione permanente e definitiva.

Gil Scott-Heron nasce a Chicago nel 1949, e con il destino segnato. Sua madre era una cantante lirica e suo padre “La freccia nera”, primo atleta di colore a vestire la maglia dei Celtic Glasgow. Da ragazzo fu spedito dalla nonna in Tennessee e scelto dalla scuola come “cavia”, insieme ad altri due bambini neri, per costituire una classe integrata con i coetanei bianchi. Fu un disastro. In quel particolare periodo della sua vita, Gil trova rifugio lenitivo nella scrittura, talento che gli fa guadagnare una borsa di studio presso la prestigiosa Fieldston School, dove è uno dei soli cinque studenti neri in tutta la scuola. Sarebbe stata proprio l'alienazione socio-economica di questo contesto a plasmare maggiormente il suo carattere, che diviene sempre più ribelle e insofferente verso le istituzioni; un'irrequietezza destinata ad accompagnarlo anche al Lincoln College, abbandonato quando avrà modo di completare il suo romanzo d'esordio "The Vulture" e la raccolta di poesie "The Nigger Factory", che gli valgono un buon posto nel panorama letterario coevo.

Dopo la morte dell’amata nonna, la madre lo riprese con sé a New York, nel Bronx. E fu proprio l’incontro con la Grande Mela a cambiargli l'esistenza, l'approccio con la vita dinanzi alle questioni del ghetto più scottanti. Gil si trova improvvisamente dentro la metropoli inter-razziale con le più alte contraddizioni del paese, ma pure con la più alta percentuale di attivisti e di pantere incazzate nere con la bianca elite al comando. Dopo aver scritto in gioventù due opere letterarie che lo consegneranno alla storia come uno dei talenti narrativi più intriganti dell’epoca - con “La fabbrica dei Negri” divenuto nel corso degli anni fonte di ispirazione assoluta per artisti illustri, su tutti Spike Lee - Scott-Heron percorrerà un tour degli Usa insieme all’amico Stevie Wonder, una serie di date emblematiche, dedicate alla grande comunità afroamericana sparsa negli States, ancora scossa dall’assassinio di Martin Luther King. Dopo tali avvenimenti, Scott-Heron incontra Bob Thiele, leggendario produttore della Flying Dutchman Records, ed è proprio quest’ultimo a convincerlo a musicare i suoi testi. Il successivo amplesso artistico con l’amico di sempre, il grandissimo musicista Brian Jackson, contribuirà a perfezionare il resto. L’epocale “The Revolution Will Not Be Televised” sarà contenuta nel primo album, “Small Talk At 125th & Lenox Ave” del 1970 - ben accolto dalla comunità nera che spinge questo giovane ragazzo a decidere di continuare a utilizzare la musica come veicolo per le sue inclinazioni letterarie - e inserita come apripista del seguente “Pieces Of A Man”, uscito l’anno dopo.

Un disco che definire miliare è riduttivo. Una di quelle opere legate alla storia di una nazione che ne finiscono per diventare un capitolo. E così, nelle vicende artistiche di Gil Scott-Heron, non si possono non menzionare i due esponenti della grande rivoluzione politico-sociale degli Stati Uniti: il sopracitato Martin Luther King Jr. e Malcolm X, entrambi assassinati nel corso degli anni Sessanta. Discriminati, segregati, spesso bersagli ingiustificati di violenza non solo da parte dei bianchi, ma anche da parte delle forze di polizia. Lentamente, i neri venivano guidati dai loro leader a ribaltare una secolare tradizione schiavistica. Se contemporaneamente a questa ribellione c’è una sorta di ritorno alle fonti, rappresentato musicalmente dalla rinascita del blues, la musica nera sin dagli anni Cinquanta attraversa invece un periodo di crisi, con la mercificazione di questo stesso loro blues che si tramuta di fatto nell'esplosione del rock and roll, con poche eccezioni nel black side (Little Richard, Chuck Berry).
Nel corso del tempo, la mutazione del rock come fenomeno sociale verrà espressa sul versante della musica nera dalla nascita dell'R&B, del soul e molti anni dopo dall’hip-hop, genere che deve praticamente quasi tutto all’esperienza di Scott-Heron come creatore di rime e di quella cosa chiamata spoken-word, antesignana del flow e di ogni Mc su questo pianeta, al pari dei versi diffusi solo un anno prima dalle bocche infuocate dei "fratelli" Last Poets nel loro primo capolavoro.

“Pieces Of A Man” è un disco di capitale importanza non solo della black music, ma di tutta la storia della musica in generale. Tra l'approccio jazz di Thiele e le modalità più rischiose di Jackson, questo capolavoro è riuscito a portare a galla i precetti di Scott-Heron in una miscela di free-jazz e folk sociale, tra alienazione, esistenzialismo e crisi d'identità: con la sua musica innovativa è diverso da tutto ciò che era stato sentito prima di allora, ma allo stesso tempo è anche estremamente accessibile ed empatico, una raccolta di fotografie senza macchie, anche grazie al lavoro del direttore Johnny Pate, di Ron Carter (contrabbasso, basso elettrico), Bernard "Pretty" Purdie (batteria), Burt Jones (chitarra elettrica) e Hubert Laws (flauto e sassofono), che seppero dare aria alle parole al vetriolo di Scott-Heron.
Tutto inizia con quella che è forse l'opera più importante e conosciuta di Scott-Heron, la prima visione rap lucida e innovativa dello zeitgeist di un'intera epoca: "The Revolution Will Not Be Televised", originariamente pubblicata sul suo album di debutto in forma di spoken-word. Si tratta fondamentalmente di un proto-rap il cui testo che vira dritto a colpire il governo degli Stati Uniti e i mass media, tra riferimenti politici, arrangiamenti disadorni, martellanti linee di basso e tamburi che ti trascinano nel baratro con una struttura ritmica che sarà riproposta più volte nel corso della storia hip-hop. Il titolo della canzone riprende quello che era originariamente uno slogan popolare tra i movimenti del Black Power negli Stati Uniti negli anni Sessanta, e viene qui evocato in uno spigoloso funky, a rimproverare i "fratelli" che guardano la Tv mentre infuria la lotta nelle strade sottostanti; ad accompagnare lo sproloquio di Gil (un Curtis Mayfield con molta meno diplomazia) ci sono in prima linea il basso elettrico di Ron Carter e il guizzante flauto di Hubert Laws.

In seguito alla veemente sentenza che “la rivoluzione non sarà teletrasmessa”, la forza con cui Gil Scott-Heron sputa fuori le sue verità è in grado di essere paradossalmente la più dolce del mondo: è questo il caso di “Save The Children“, che insiste sulla sicurezza politica ed economica per le generazioni future (portando alla mente Marvin Gaye) e della melodia contagiosa di "Lady Day And John Coltrane", scritta da Scott-Heron come un omaggio ai più influenti artisti jazz Billie Holiday e John Coltrane; il testo parla, appunto, della capacità catartica della musica di liberare la gente da problemi come l'alienazione e l'esistenzialismo nel mondo moderno, celebrando queste leggende del passato non solo con la forma metrica, ma anche con una grande performance vocale. Eppure, presto si scopre che l'elemento spietato latente di Gil non è solo orientato verso le forze esterne: con uguale accanimento, l’uomo punta la lama verso se stesso in "Home Is Where The Hatred Is" (che divenne una hit nelle corde di Esther Phillips), in una composizione cupa e pericolosa, la cui disillusione quasi prefigura le dipendenze che segneranno gran parte della vita futura di Gil.

Altrove, l'introspezione di Scott-Heron spazia continuamente dalla speranza alla disperazione, cercando di emergere dalla confusione, di conciliare la bellezza con le emozioni più dure: oltre che un buon poeta, Scott-Heron si dimostra anche un cantante particolarmente dotato in "When You Are Who You Are", che offre uno spaccato rasserenante, o nel riflessivo di "I Think I'll Call It Morning", in cui la sua voce è completamente assuefatta dalle tastiere di Brian Jackson. Forse il momento più risonante su questo album, e anche quello di Scott-Heron come paroliere, è la title track, un resoconto dal piglio cinematografico di un uomo che ha perso il suo lavoro: dietro al dramma armonizzato a mo’ di ballata pianistica, si cela la reazione straziante di un figlio che scopre il licenziamento del padre e che lo vede crollare a pezzi fino al culmine dell'agghiacciante arresto. Gil -  sorretto dal contrabbasso di Carter e dal pianoforte di Johnson -  porta l'ascoltatore così vicino alla drammatica situazione (il puzzle sparso nella stanza, la scopa di paglia della nonna, l'arrivo del postino) all'interno di una scena di vita quotidiana scossa dall'arrivo di una lettera che manda improvvisamente tutto in frantumi; un istante di tracollo emotivo descritto in termini così facili da visualizzare che diventa quasi impossibile non sentire sulla propria pelle l'angoscia familiare.
Successivamente, troviamo "A Sign Of The Ages", a estendere l'umore della title track, mentre se ne discostano schizofrenicamente "Or Down You Fall" (cullata dal flauto) e "The Needle's Eye" (con atmosfera alla James Brown), mentre la conclusiva “The Prisoner” ritrova ciclicamente l'indirizzo del brano di apertura, nella memoria di un uomo fatiscente, segnato da molti anni vissuti nel ghetto, imprigionato in una straziante lotta sociale, completata dagli effetti sonori delle catene.

La musica di “Pieces Of A Man” si caratterizza per una strumentazione morbida, una serie di accordi liberi e una voce sempre calda; espedienti che Scott-Heron avrebbe ancor più sottolineato con Brian Jackson nel loro album successivo “Winter In America”  del 1974.
Il poeta e musicista morirà a New York all’età di sessantadue anni, portandosi con sé un’ondata di profonda commozione. Un lutto inatteso, soprattutto dopo la rinascita palesata in “I’m New Here” del 2010, pochi mesi prima della sua dipartita. Il poeta tiene a precisare che la battaglia da combattere è rimasta sempre la stessa: salvaguardare la minoranza sociale, la quale non ha colore. Nonostante non incidesse da tempo e avesse avuto problemi di droga, Scott-Heron continuava ad andare in tour; un instancabile performer, uno di quei talenti immacolati, sinceri e viscerali con pochissimi eguali del mondo della musica del Novecento. Una grande anima, che con la sua musica e le sue parole ha ispirato e continuerà a ispirare intere generazioni di musicisti afroamericani e non solo.

(20/05/2018)

  • Tracklist
  1. The Revolution Will Not Be Televised 
  2. Save The Children 
  3. Lady Day And John Coltrane
  4. Home Is Where The Hatred Is
  5. When You Are Who You Are 
  6. I Think I'll Call It Morning 
  7. Pieces Of A Man 
  8. A Sign Of The Ages 
  9. Or Down You Fall 
  10. The Needle's Eye
  11. The Prisoner
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