Grant Lee Buffalo

Fuzzy

1993 (Slash) | rock psichedelico, americana, folk-rock

Sarebbe ora di finirla con la farsa dei gruppi di culto. Con la divinizzazione di personaggi, dal discutibile talento e dalle proposte musicali artificiose, solo perché sconosciuti ai più. Spesso la mitizzazione è una devianza, una vera e propria malattia. Questo per dire che i grandi musicisti non necessitano di astruse bizzarrie e che composizioni gradevolmente accessibili nella loro perfetta semplicità vengono abbandonate nei cassetti della memoria solo per colpa dell'ignoranza (non solo musicale) dilagante. In un mondo non perfetto ma semplicemente "giusto", insomma, i Grant Lee Buffalo avrebbero avuto tutte le qualità per raggiungere il top delle classifiche di vendita e per venire contemporaneamente idolatrati dalla critica più cinica. Perché la loro musica sgorga dall'anima con un'immediatezza ammirevole che cela, in realtà, una visione artistica sofisticatamente articolata.

"Fuzzy" (Slash, 1993) è il loro esordio e, forse anche per questo, l'opera più riuscita e definita. Se esiste una rappresentazione perfettamente a fuoco dell'American Music (o "Americana", secondo la terminologia più trendy), questa si identifica nel luminoso gioiello di undici gemme incastonate dal power-trio più potente degli anni Novanta capitanato da quel piccolo grande genio che risponde al nome di Grant Lee Phillips.
Le visioni di quest'ultimo, tuttavia, non esprimono certamente la boriosa "grandeur" statunitense, ma tutte le contraddizioni di una terra tanto bella quanto (a volte) atroce. Il grande sogno americano si trasforma a tratti in un incubo, e la bandiera a stelle e strisce viene ridotta a lurida dimora per i vermi.
Qui trovate tutto lo struggimento dell'alienazione metropolitana e la speranza messianica adagiata sulle grandi pianure dell'Ovest. Luce e buio, aria pura e fetore, speranze e disperazione, utopie e disincanto, rappresentate armonicamente in un crogiuolo di stili che spazia abilmente dal country al blues, dalla psichedelia al pop, dal folk all'hard-rock.

Phillips è uno scaltro illusionista che fa capolino da una carovana di imbonitori di fine Ottocento. Si presenta in maniera ingannevole, con abiti sdruciti, solitario e schivo, intento a strimpellare una vecchia dodici corde seduto in un angolino. Poi la magia. Il vortice sonoro si moltiplica istantaneamente, la strumentazione si sublima in un variopinto arcobaleno e laggiù, oltre l'arcobaleno, ecco brillare un tesoro nascosto di inestimabile valore. Uno scrigno di antica memoria da cui fuoriescono incanti sonori e fascinose melodie. Ancor più sconvolgenti se inquadrate in un periodo storico (l'inizio degli anni 90) imbrigliato tra melliflui residui di stampo eighties e i primi rumorosi vagiti del grunge. Una vera e propria Arcadia celata nel caos cosmico.
Che il ruolo di Grant Lee sia centrale nell'economia del nuovo gruppo nato dalle ceneri degli Shiva Burlesque lo si capisce perfettamente da più di un indizio. Oltre naturalmente al nome stesso del gruppo, che riprende lo pseudonimo già precedentemente utilizzato in concerto dal leader negli stessi Shiva, il più evidente è il primo piano che lo immortala sulla copertina del disco e che ne prefigura il primo piano dal punto di vista non solo canoro ma altresì compositivo e strumentale. Non appena si inizia ad ascoltare l'album, si scopre, inoltre, che ci si trova di fronte a un vero e proprio lavoro cantautoriale che non solo ha come caposaldo la sei corde (ma soprattutto la dodici) del leader nell'ambito del processo compositivo, ma esprime pensieri e idee profondamente radicate nella sua personalità. Certamente, comunque, la tavolozza musicale viene arricchita, attraverso sviluppi repentini e spiazzanti, dall'innegabile professionalità degli altri due componenti, Paul Kimble (basso e tastiere) e Joey Peters (batteria), anch'essi ex-SB.

È il folk a tirare le fila di tutte le composizioni, ma il pregio essenziale dell'album è quello di rivitalizzare la tradizione da un punto di vista estremamente moderno, con una musicalità cristallina che illumina schemi classici di un'espressività pura e innocente. La registrazione presso i Brilliant Studios, collocati in un'ex-fonderia, infonde apertura e vigore ai suoni, che paiono uscire, per l'appunto, dalle mani esperte di un artigiano capace di cesellare pregiati intarsi da masse informi di metallo ribollente.
È musica che fin dall'inizio (dell'album e di ogni brano) trascina e avvolge affabilmente grazie a ritmiche mai scontate. Che si tratti del pianismo jazzato di "The Shining Hour" o della spazzola altezzosa di "Jupiter and Teardrop" o ancora della cadenza ciondolante di "Fuzzy" o della intro arpeggiata di "The Hook". Ciò che muta quasi sistematicamente, come la pelle di un serpente, è l'approccio, che da soft diviene hard, con l'entrata della strumentazione elettrica ("Jupiter and Teardrop"), assoli spericolati sulla sei corde ("Fuzzy"), la variazione di timbro del leader ("The Hook").
A segnare il cambio di passo è sempre un elemento inaspettato, che sbuca come un furetto dalla sua tana e disegna un repentino mutamento di rotta, induce un trauma, sbilancia un equilibrio effimero: lo stop and go di "Jupiter and Teardrop", il falsetto di "Fuzzy", lo stacco sognante che funge da ritornello in "Wish You Well", l'ipnotica ripetizione di "Stars 'n' Stripes". In quest'ultima, la voce, impostata su un'insistente ritmica ad orologeria, rimanda ad ancestrali danze indiane intorno al fuoco sotto la magia della luna piena. Come uno sciamano, Grant Lee Philips officia un rito magico che ripropone, a mo' di mantra, le stesse sequenze vocali per poi rallentare e stopparsi nel finale, lasciando emergere dal buio voci e strumenti sognanti dai colori tenui.

La maestria strumentale dei tre GLB impregna di sostanza ogni pezzo, e la raffinata ricercatezza degli arrangiamenti ne esalta ulteriormente l'unicità. Suoni corposi, luminosi, limpidi su cui il leader può tranquillamente adagiare il fardello delle proprie inquietudini interiori senza appesantire il risultato. L'innata ispirazione pop dà vita a ritornelli facilmente riconoscibili e memorizzabili, ma di grande spessore emotivo. Da ogni singola nota fuoriescono a fiotti la passione, l'emotività, la spiritualità del "mezzosangue" indiano Phillips, che illumina ogni cosa in una visione del mondo perennemente intrisa della magia della vita e del mistero cosmico. Una bellezza profonda, che si apprezza pienamente solo col tempo.
Se il suono è essenzialmente pulito, lucido (ma può farsi oscuro come in "Grace"), i testi scorrono perfettamente levigati, adattati su misura (come in "The Hook") in un certosino lavoro artigianale che richiede talento ma anche impegno e misura. Il genio a disposizione della massa.
"The Hook", con l'intro country arpeggiata su una soffice nuvola, è di una bellezza senza tempo, fatta di cambi, di pause, di arrangiamenti soffusi che si scoprono solo con ripetuti ascolti. La grande anima indiana del leader è qui pregnante ed evidente nella profondità di cui riesce ad ammantare ogni suono e ogni parola.

Il maggior pregio di Phillips e compagni è quello di riuscire a spremere pathos ed emozioni da strutture compositive prevalentemente pop. Questo avviene grazie alle abilità strumentali sopra la media, al sacro fuoco che trasuda da ogni nota, alle capacità comunicative e di coinvolgimento emotivo del leader, che proclama esplicitamente la propria "diversità", la ricerca di un distacco non snobistico ma sostanziale dallo star system musicale. Ecco allora il breve ma intenso assolo di piano, il muro di chitarre e le distorsioni vocali con tanto di eco di "The Shining Hour", con il suo ritornello devastante così come il (controllato) delirio finale con falsetto, ritmica incalzante, assoli distorti della title track, i pieni e vuoti di "Wish You Well"; e ancora la declamazione da lacrime in tasca della ninna nanna country finale di "You Just Have To Be Crazy", opposta al lungo delirio psichedelico del pezzo più ambizioso, "Grace". La quiete dopo la tempesta, un classico che non passa di moda nemmeno nell'alt-rock.
Rispetto all'altrettanto valido successore "Mighty Joe Moon", "Fuzzy" è più fresco e immediato, in contrasto con le cupe atmosfere dell'opera seconda. Verranno poi "Copperopolis" e "Jubilee" a decretare, non tanto il declino, ma l'incapacità, peraltro comprensibile, di replicare cotanta bellezza.

Citando un famoso koan zen, in riferimento all'emozionante semplicità di questo capolavoro, "Battendo le mani l'una contro l'altra si produce un suono. Qual è il suono di una sola mano?". Beh, non abbiamo timori nel sostenere che certamente non saranno nemmeno le sonorità di "Fuzzy" a risolvere un enigma che deve per forza rimanere sospeso nel vuoto in eterno... ma forse potrebbero essere quanto di più vicino a una possibile risposta si sia mai ascoltato.

(20/12/2015)



  • Tracklist
  1. The Shining Hour
  2. Jupiter And Teardrop
  3. Fuzzy
  4. Wish You Well
  5. The Hook
  6. Soft Wolf Tread
  7. Stars 'n' Stripes
  8. Dixie Drug Store
  9. America Snoring
  10. Grace
  11. You Just Have To Be Crazy
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