Un ensemble country-rock-blues, quello che
Jerry Garcia (chitarra e voce), Ron "Pigpen" McKernan (tastiere e voce) e Robert
"Bob" Weir (chitarra e voce) misero insieme nei pressi di San Francisco, anno
1963. Poteva bastare? Naaa. Troppo forte il richiamo della "quinta dimensione",
e così - ingaggiati Phil Lesh al basso e Bill Kreutzmann alla batteria - ebbe
inizio il viaggio ai limiti (e spesso ben al di là) di ciò che usualmente
intendiamo per visione. Venne il tempo di Haight Ashbury, degli happening a base
di LSD, di un nome che sapeva di antico, di lontano, di irriverente: è il 1965,
nascono i Grateful Dead. Più
che un gruppo, una comune: nel giro di un paio d'anni vengono reclutati un
secondo batterista (Mickey Hart), un inafferrabile paroliere (Robert Hunter) e
un estroso tastierista (Tom Constanten). Il primo colpo ("Grateful Dead", 1967)
è irrisolto e fuori fuoco, ma le due pennellate successive ("Anthem Of The Sun"
del 1968 e "Aoxomoxoa" del 1969) cambiano le coordinate del quadro spalancando
prospettive da pelle d'oca, nel solco di una attitudine psych incalcolabile e
sbrigliata. Ma è soprattutto l'attività live a sottolineare la presenza dei
Grateful Dead nell'ambito del "flower power": si narra di concerti immaginifici,
densi come sogni e lunghi come fiumi. Ed è "Live Dead", del 1969, il disco che
ci racconta questo lato della faccenda. Come meglio non si potrebbe.
Un delicato incrocio di corde (quelle sordide e soffuse del
basso di Lesh e quelle sottili, liquide e volatili di Garcia) germoglia dal
nulla e si intreccia attorno a un antico giro di blues, le percussioni
svolazzano friabili, l'organo di Constanten imbastisce un crinale frastagliato e
misterioso, la chitarra di Weir dissemina spiazzanti fraseggi atonali: quasi
senza accorgerci, siamo in viaggio verso il cuore di "Dark Star". Poi,
improvvisa, la voce agra di Jerry sparpaglia sperduti dadi di senso, come una
collisione muta, come un taglio nell'anima: il suono pare scosso, collassa e
rincula in una risacca sospesa, sembra rintanarsi in una dimensione che non ha
bisogno di (anzi teme le) parole, la ritmica, sincopata e farraginosa, ci
riporta sulle tracce del tema iniziale, dove infine – celebrata un'autentica
epifania per organo e chitarre – si consuma un rituale defilato, dove tutto si
ferma, come in contemplazione, sotto una pioggia notturna di diamanti celesti.
Segue a ruota un medley (?!) torrenziale: si parte col country
raggelato di "Saint Stephen", che l'ars visionaria dei morti riconoscenti
trasforma in festa di sensi e orgasmo acido, con quel miracoloso intermezzo (una
specie di carola sospesa) a diffondere ulteriori spore di mito e dissacrazione.
Quindi, eccoci sul tapis roulant di "The Eleven": frenesie latine contagiano il
sapiente gioco percussivo di Hart e Kreutzmann, la chitarra di Weir gracchia
incattivita, Lesh tiene botta col suo quattro corde gibboso e instancabile,
l'organo è un bordone defilato mentre Garcia scatta per tangenti incontenibili e
policromie favolose, in un crescendo che conduce sull'orlo di estasi e amnesia,
sradicando le residue impalcature che separa(va)no corpo e anima. Il suono
mostra le unghie, il profilo capriccioso, uno splendore diffuso e accecante: ed
è già tempo di tornare sulla terra con una straripante "Turn On Your Love Light"
(standard errebì di J. Scott e D. Malone), dove canto e refrain tornano a
occupare uno spazio centrale, seppur sforacchiati dalle raffiche impazzite dei
due scellerati percussionisti, con le dilatazioni/deviazioni di chitarre, cori e
tastiere che impongono vestigia boogie, funky, garage e gospel all' irrequieto
dipanarsi della melodia. E' un urlo distillato, l'esplosione del caleidoscopio:
fa-vo-lo-so!
Come un fosco risveglio, come se la visione non potesse evitarsi
il lato oscuro delle cose, l'ebbrezza dei sensi cede il passo alla tetra "Death
Don't Have No Mercy" (classicone a firma rev. Gary Davis), blues in cui la
lentezza raggiunge quasi uno stato solido, dove ogni voce e ogni strumento è un
passo verso l'abbraccio fatale della rassegnazione. L'organo di Pigpen si
impenna nell'anima come una lacrima al contrario, il basso di Lesh è un
carnefice implacabile e pietoso, le due percussioni spandono foschi peana, Weir
come al solito lavora su registri ruvidi e obliqui, Garcia è semplicemente
impagabile sia al canto (un velo di rabbia, un vagone di tristezza su una rotaia
di dolore) che – naturalmente – al lancinante stillare di plettro.
Seguono i quasi otto minuti di "Feedback": un ascolto tanto
scontroso quanto affascinante, il sovrapporsi onirico di distorsioni affilate,
di panneggi sfregolanti e gelide globosità, la risposta del suono rock
"germinale" ai viaggi interstellari di floydiana memoria. Quindi, così come
accadeva per i concerti, il disco termina con il brevissimo traditional "And We
Bid You Goodnight", un afflato di leggerezza voci e cuore, la nudità di un sogno
che, seppur Americano, sa di poter veleggiare a ogni altezza e – quindi - oltre
ogni confine.


