High Tide

High Tide

1970 (Liberty) | progressive rock, heavy psych

La storia personale dei membri degli High Tide è avvolta nel mistero: essendo una band la cui memoria sopravvive oggi solo grazie al mercato dei collezionisti, non sono mai stati oggetto di indagini approfondite.
Quanto si sa è che il chitarrista Tony Hill, proveniente da un punto imprecisato della circostante provincia, entra a far parte della scena beat della Londra di metà anni Sessanta e si accasa in quel circolo underground che vedeva in Mick Farren, futuro cantante dei Deviants, uno dei nomi più in vista.

Fra locali di riferimento e alloggi messi a disposizione dai figli di papà, o in mancanza di questi pagati in condivisione a mo' di comunità, ben presto si crea una ragnatela che consente velocissime ascese e mette in contatto benemeriti sconosciuti con artisti che hanno già sbarcato il lunario, sgretolando completamente il conflitto di classe e la frizione fra merito e privilegio (che continuano a caratterizzare la società inglese esterna a questa bolla).
Hill ricorderà che gli High Tide erano ancora agli albori, quando gli venne concessa una sala prove accanto a quella di celebrità quali i Blind Faith, così come gli capitò di suonare insieme a un David Bowie fresco di debutto in alcuni concerti che mescolavano canzoni folk e arte del mimo.

Gli High Tide nascono dopo che Hill, passato per una trafila di band beat oggi dimenticate (fra le quali gli Answers e i transfughi americani Misunderstood), incontrò, all'interno della rete appena descritta, due giovani talenti: Simon House, studente di conservatorio poco incline al gesso dell'accademia, e Peter Pavli. Suonano entrambi il basso, ma quando Hill scopre la preparazione classica di House e la sua abilità col violino, gli propone di entrare nella nuova formazione in quella inedita veste, lasciando così spazio a Pavli. Il batterista Roger Hadden viene invece rimediato tramite le conoscenze dell'etichetta discografica Liberty, che scrittura la band praticamente al buio: sarà sufficiente la garanzia dell'amico Denny Gerrard (ex leader di alcune formazioni beat anch'esse svanite nei meandri del tempo), che in quel momento cerca di rinnovarsi in veste di manager.

Gerrard tenta anche un ultimo colpo come cantante solista, chiamando proprio i neonati High Tide come backing band: il disco che ne fuoriesce, "Sinister Morning", rappresenta di fatto il loro ingresso in sala di incisione, nella primavera del 1969 (pur essendo uscito, con grande ritardo, soltanto un anno più tardi, finendo in fretta nel dimenticatoio). Il suono è un'interessante miscela di folk rock, beat e sfumature acide, nel solco dell'Lsd: il carattere del quartetto deve tuttavia ancora emergere.
Lo fa con il primo album a nome High Tide, "Sea Shanties" (1969), furibondo coacervo di psichedelia, hard rock e proto-prog: il muro di suono – a tratti sovrapposto, a tratti armonizzato – della chitarra di Hill e del violino elettrico di House, di grande impatto e violenza, è oggi indicato con entusiasmo dai cultori più raffinati dell'heavy metal, che vedono in quegli ardenti stridori i prodromi del proprio universo.

È però il secondo album, che riscontra meno entusiasmo fra i cultori a causa di un volume leggermente più contenuto, quello in cui gli High Tide toccano il picco della propria originalità, creando una formula con pochi eguali, capace di tendere ponti improbabili e arditissimi fra diversi frangenti della musica popolare. Si intitola semplicemente "High Tide" e raggiunge i negozi nel luglio del 1970.
La band lo registra a Londra, in parte ai Morgan Studios e in parte agli Olympic, assistita da George Chkiantz, nel suo primo ruolo da produttore (era già stato tecnico del suono per molte band britanniche, fra le quali Small Faces e Soft Machine, e avrebbe di lì a breve lavorato per Family, Hawkwind e King Crimson). La sua abilità rende il suono molto più nitido e particolareggiato rispetto al rumore brado di "Sea Shanties", che al confronto sembra quasi un demo.
Le differenze con il primo album non finiscono qui: laddove quello era composto da sei brani ruotanti intorno a riff e melodie di Hill, più o meno dilatati, qui se ne contano solo tre, mai sotto gli otto minuti, e la band intera partecipa al processo creativo, in equilibrio fra suite progressiva e jam psichedelica.
Chkiantz abbassa il volume di chitarra e violino, che rimangono i protagonisti ma lasciano respiro al resto dell'arrangiamento: si possono così cogliere le pregevoli sfumature della sezione ritmica (in particolare il basso di Pavli, accordato come un violoncello), mentre il tessuto si arricchisce del saltuario apporto di chitarre acustiche e tastiere (quest'ultime suonate dai vari membri a turno).

Il nuovo suono degli High Tide non è però un solo gioco di equilibri interni alla band: assorbe bensì le vibrazioni del panorama culturale in cui è immerso, ossia la stagione in cui il cinema britannico sta dando vita al filone folk horror. A metà del 1968 sono usciti, a breve distanza, "Witchfinder General" di Michael Reeves e "The Devil Rides Out" di Terence Fisher, con Vincent Price e Christopher Lee come rispettivi nomi di punta in cartellone. Seguirà un lustro di film di culto su quel filone, culminante nel 1973 in "The Wicker Man" di Robin Hardy, dopo il quale la tendenza defluirà.
"High Tide" esce così proprio nel bel mezzo di questa corrente figurativa in cui il cristianesimo appare terrorizzato dalla sessualità, specialmente se personificata dal corpo femminile, e pronto a soffocare con la forza ogni forma di edonismo. Il genere non è però da leggersi come anticristiano, bensì o come antireligioso in toto, o semplicemente come quadro della natura umana (nel qual caso le religioni sarebbero un mero pretesto per mettere alla berlina gli istinti che ancora oggi riescono, in numerose occasioni, a prevalere sulla ragione). Difatti, di lì a poco i film del filone vengono invasi da elementi del paganesimo antecedente l'evangelizzazione della Gran Bretagna: l'antica religione ne esce anche peggio, con i suoi adepti che scadono fissi in cerimonie truculente, sacrificando esseri umani (spesso di giovane età), crapulando in onore di demoni caotici, e vivendo in ambienti igienicamente malsani (qui si potrebbe intendere una raffigurazione della cultura hippy, che stava cadendo a pezzi proprio in quel momento, sotto il peso della sua disorganizzazione e con i suoi lembi più estremisti avviati a fondare sette di fanatici e alienati).

Il folk horror mostra i villaggi rurali dell'entroterra britannico e delle piccole isole che ne compongono l'arcipelago, sfruttandone l'isolamento dalla civiltà come espediente narrativo per mettere in atto discese nell'occulto, non di rado sfruttando i simboli e la mitologia locale: proprio sul finire del 1970 esce "The Ballad Of Tam Lin", diretto da Roddy McDowall, e basato sull'omonima ballata folk (fra le altre cose riletta l'anno prima dai Fairport Convention in "Liege & Lief", una delle pietre miliari della musica britannica).
È abbastanza ovvio che i riflettori del mainstream non gradiscano più di tanto questo interscambio fra musica e cinema, alleati nel rappresentare un'umanità animale che rifiuta lo sviluppo e viene inesorabilmente erosa dalla superstizione e da pruriti in apparenza riprovevoli all'occhio civilizzato: quasi tutte le uscite in questione, sia in pellicola, sia in vinile, non supereranno i confini della propria specifica nicchia di mercato.
A ogni modo, nello stesso anno di "High Tide", i Black Widow pubblicano "Sacrifice" e gli Spirogyra "St. Radigunds", mentre poco dopo tocca ai Comus di "First Utterance" e ai Jan Dukes De Grey di "Mice And Rats In The Loft", album tutti più o meno appartenenti a questo immaginario, pur esprimendolo con sonorità differenti.

"High Tide" si apre con "Blankman Cries Again", che descrive un gruppo di persone disperso in Antartide e destinato a vagare fino alla morte per assideramento, sfociando poi in un delirio simbolista dal sottinteso spirituale: "Nati dal massacro e gettati nell'oscurità, caduti per la dualità della saggezza, profumati di fiori e mortali [per] le spine, alcuni nascono dal dolore e altri dal disprezzo".
Hill canta con una voce grave, che può rimandare al tono da cerimoniale adottato da Jim Morrison nei tratti più mistici dei Doors, trasportandolo in una inedita dimensione rurale.
Il suono della band è impostato su un oscuro folk rock, con chitarre distorte caratterizzate dal wah wah che va e viene, mentre il violino di House si trasforma in una sorta di fiddle demoniaco: viene automatico il paragone con Dave Swarbrick dei Fairport Convention, il cui stile è altrettanto frenetico, ma non ne condivide l'oscurità e sembra anzi volerla esorcizzare. Con un po' di fantasia, potremmo indicare in House il Saruman e in Swarbrick il Gandalf del violino all'interno del rock britannico.
Il finale è occupato da una jam retta su un ostinato di House, che sovraincide al violino dei martellanti accordi di pianoforte, mentre Hill si lascia andare a un bizzarro assolo che mescola ipnosi raga e lick blues.

"The Joke" ha un'introduzione strumentale divisa in piccole sezioni, in cui si possono incontrare limpide scale di chitarra trattate con l'eco, cambi di tempo, violino effettato che arriva a sembrare un flauto, e tratti più ruvidi con l'uso del distorsore. La canzone vera e propria ha una strofa dominata da accordi di organo, ma anche questa ha breve durata, sfociando prima in una jam elettrica e infine in una sezione folk per violino e chitarra acustica.
Hill si chiede – tramite strampalati giri di parole – se ridere di uno scherzo prima del dovuto sia considerabile un'eresia, e quindi un crimine, immergendo l'ascoltatore in quel medioevo severo (e spesso fittizio) che domina l'immaginario collettivo, dove persino la risata è un nemico: si noti che "Il nome della rosa" di Umberto Eco sarebbe uscito dieci anni dopo.

La prima parte del vinile termina così, mentre la seconda è occupata per intero da "Saneonymous" (per qualche motivo divenuta "Saneonimous" nei servizi di streaming), il cui titolo fonde i termini "sano" e "anonimo", benché nessuno dei due concetti venga menzionato nel testo (anche qui si mescolano simboli e introspezione spirituale, in maniera forse più fortuita rispetto al primo lato).
Si tratta di una suite di quattordici minuti e del brano più complesso mai registrato dagli High Tide. L'introduzione strumentale (i primi tre minuti circa) vede la band suonare in quattro quarti, ma con gli accenti spostati a causa di uno schema ritmico additivo, non distante da quelli del folk bulgaro. Questo potrebbe spiegare come mai suoni vicina tanto al jazz-rock quanto alla musica gitana, col violino di House a guidare le fila (l'anno successivo sarebbe arrivato Jerry Goodman della Mahavishnu Orchestra a dimostrare una volta per tutte l'utilità dello strumento in ambito jazz-rock: in questa prospettiva l'operato di House appare ancora più avveniristico).
Dopo un piccolo frammento (da 3' 05" a 3' 22" circa) con chitarra satura e glissando di basso, si entra nella forma canzone, con chitarre acustiche, pianoforte, un perpetuo assolo di violino, che si infila sotto la voce di Hill, e un andamento in 5/4 (che in rete viene talvolta spacciato per poliritmo, forse a causa di un paio di insoliti ingressi di violino e batteria). Le varie parti della composizione si alternano e ripetono fino al termine del disco.

"High Tide" è un album che non suona come nient'altro all'interno del panorama prog, tanto che molti si domandano se non sia più lecito considerarlo un ultimo vagito della stagione psichedelica. Sicuramente è accostabile a quella che viene definita "heavy psych", che tuttavia è una scuola separata dal pop rock psichedelico tipico degli anni Sessanta: ne è sì una derivazione, ma spostata in avanti nel tempo, legata inizialmente all'hard rock e in seguito, per l'appunto, al rock progressivo (tanto che in un paese come il Giappone ha finito per sovrapporcisi del tutto).
Non sussistono pertanto gli elementi per escludere l'opera dal prog: ci sono le composizioni dilatate, ci sono i tempi dispari, c'è l'atmosfera da collasso dell'estate dell'amore. Il resto lo mette la verve creativa di un quartetto sopra le righe, la cui storia sarebbe purtroppo terminata qui: Hadden infatti si perde in una grave depressione dovuta all'abuso di acidi e diventa ben presto incapace di seguire la band con costanza. Così scoraggiati e senza neanche più l'appoggio dei discografici, dopo due fiaschi commerciali consecutivi, gli High Tide si sciolgono. In verità non subito, se è vero che un paio di decenni più tardi sarebbero sbucati fuori un paio di album composti da materiale d'archivio, che all'epoca non riuscirono a trovare sbocco.

Soltanto House, fra i quattro, avrà una carriera di prestigio: dopo un breve transito nella Third Ear Band, approderà negli Hawkwind, segnando profondamente il loro sound e marchiando album classici come "Hall Of The Mountain Grill" (1974), "Warrior On The Edge Of Time" (1975) e "Quark Strangeness And Charm" (1977). In seguito suonerà, fra gli altri, per David Bowie, Japan, Thomas Dolby, e Mike Oldfield.
Hill e Pavli proveranno a sfruttare di nuovo il marchio High Tide nel corso dei decenni, ma senza mai ottenere particolare attenzione. L'ultima reunion risale al 2000.

(01/03/2020)

  • Tracklist
  1. Blankman Cries Again
  2. The Joke
  3. Saneonymous




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