Inspiral Carpets

The Beast Inside

1991 (Mute) | madchester

Il 1990 era stato l'anno trionfale degli Inspiral Carpets: un album capace di debuttare al secondo posto della classifica britannica, il concerto al festival di Reading davanti a una folla in delirio, l'impressione di aver scavato un solco indelebile nella storia del pop alternativo britannico, piazzandosi fra le punte di diamante del Madchester sound.

L'approccio al secondo album fu quindi all'insegna dell'ottimismo e dell'ambizione. Non ci sono aneddoti particolari legati alle sue sessioni, per quanto la musica misteriosa e complessa che ne fuoriuscì possa far presagire il contrario. "The Beast Inside" fu il parto di cinque ragazzi provenienti dalla working class, esaltati dai risultati fino a lì ottenuti e pronti a stupire il mondo, con l'incoscienza propria della giovinezza e dal far parte di una scena che, nel bene e nel male, ruotava intorno all'ecstasy. 

"The Beast Inside" giunge nei negozi nell'aprile del 1991. Si tratta di un album molto meno abbordabile rispetto a qualsiasi cosa registrata dalla band fino a quel momento e caratterizzato da una grande ricerca su suoni e timbri. Rimane tuttavia difficile spiegarne la performance commerciale un po' anemica, se si considera che almeno il singolo di lancio, "Caravan", con tanto di pianoforte house, è di un'orecchiabilità assoluta e sfugge alle dinamiche del resto della scaletta. Il disco entra al numero 5 della classifica britannica, ma tre settimane dopo già non ve n'è più traccia.
L'improvviso calo di popolarità a distanza di neanche un anno non verrà mai del tutto digerito dalla band, e ancora oggi la sensazione è che Clint Boon e soci lo considerino l'album con cui si diedero la zappa sui piedi. 
Indicarlo come l'apice della band potrebbe sembrare provocatorio, se si considera che la stessa ha pubblicato un album come "Life", contenente classici del calibro di "This Is How It Feels" e "She Comes In The Fall", tuttavia a dispetto di quanto ne possano pensare gli stessi autori, la concentrazione di idee e suoni contenuti in "The Beast Inside" è stupefacente. Si tratta senza mezzi termini di uno dei capolavori dimenticati della musica britannica.

Dopo il sopra citato singolo e la piacevole "Please Be Cruel", sulla falsariga del precedente album, arriva il primo shock. Introdotta dai suoni spettrali delle tastiere di Boon, "Born Yesterday" cala il garage-pop degli Inspirals nelle atmosfere del rock gotico. Il testo, altrettanto rarefatto, mescola schegge e fotogrammi da cui traspaiono le incomprensioni della vita di coppia.

Won't lie about these things you say,
now this gets easier every day,
can't give you the child you so badly want,
or even mend your wounded love


La title track è il loro apice incontrastato per quanto riguarda l'elaborazione di suggestioni celtiche, territorio che avevano del resto già visitato in passato. Una marcia poderosa che si dispiega fra suoni di campane, assoli d'organo, arpeggi folk, linee di basso dal sapore progressivo, armonie vocali vecchie quanto i dolmen e una diffusa atmosfera da rito pagano.
La mistura pop-ambient di "Niagara" abbatte gli steccati, rinunciando alla batteria e distendendo tastiere angeliche per sette minuti. La voce di Tom Hingley, novello Julian Cope, si perde in un mare di eco mentre affronta un testo sulla solitudine tutt'altro che incoraggiante:

Winter's warmth brings sadness,
comfort Kathy through madness,
see the beauty of the falls,
Tony never saw it all.
 
"Mermaid" torna al pianoforte house e alle giravolte della sezione ritmica, mentre "Further Away" prende il suono psichedelico che ha reso celebre il quintetto e lo sfalda in una jam di quasi quattordici minuti, attraversandone ogni sfumatura possibile (dall'intermezzo minimalista al finale furibondo). Chiude in bellezza un numero ambient strumentale, "Dreams Are All We Have".

Nonostante gli Inspiral Carpets si siano riuniti da tempo, gli intricati brani di questo album - il più vicino al rock progressivo di quell'epoca dell'indie-pop britannico - continuano a latitare dai loro concerti. Si potrebbe indicarlo come una sorta di "Dog Man Star" (Suede) che non è ancora stato rivalutato, e le speranze che la cosa avvenga in futuro sono alquanto flebili, visto che più passa il tempo, più il pubblico della band sembra ridursi a un gruppetto di nostalgici. A riprova di quanto, senza l'isteria generata da un'insistita campagna mediatica, come quella che ad esempio ha interessato i pur meritevoli Stone Roses, anche inventarsi un intero universo e metterlo in musica con una cura maniacale possa risultare insufficiente.

(24/05/2015)

  • Tracklist
  1. Caravan
  2. Please Be Cruel
  3. Born Yesterday
  4. Sleep Well Tonight
  5. Grip
  6. Beast Inside
  7. Niagara
  8. Mermaid
  9. Further Away
  10. Dreams Are All We Have


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