Nel fin troppo affollato giardino della
musica "sintetica" della seconda metà degli anni ottanta, gli In The Nursery hanno rappresentato un
autentico miracolo per l'audacia concettuale della loro proposta e per
l'elevatissimo livello qualitativo raggiunto con gli stessi mezzi usati dai più
commerciali gruppi pop del periodo. Ma se i mezzi erano gli stessi dei gruppi
che si contendevano lo scettro del synth-pop a suon di singoli sempre più
patinati e vuoti, non altrettanto si può dire delle ispirazioni: gli In The
Nursery guardavano infatti al passato, ad "altri" anni Ottanta, quelli del
sinfonismo decadente di fine Ottocento, ma di certo non tenevano in poca
considerazione anche l'enorme lezione della musica cosmica e ancora di più il
misticismo etereo dei Popol Vuh.
Al momento della pubblicazione di "Köda", gli In The Nursery (ovvero i gemelli Nigel e Klive Humberstone,
supportati dal percussionista Q. e dalla cantante Dolores C.), avevano al loro
attivo, oltre a vari Ep, un album ("Twins", opera forse ancora incerta, votata a
una musica elettronica aggressiva e opprimente) e una colonna sonora
("Stormhorse") che meglio ne aveva definito le coordinate artistiche. Ed è
continuando in quella direzione, perfezionando quell'esperimento che i due
fratelli giungono al loro capolavoro: un'opera mozzafiato (e non in senso
figurato, dato che la cifra dominante della loro musica è sempre stata votata al
tumulto e alla frenesia) che porta subito alla perfezione la loro peculiarissima
idea di "orchestra elettronica": il sound degli In The Nursery è infatti in
tutto e per tutto quello di una orchestra sinfonica, gli arrangiamenti sono
sempre ricchissimi, quasi esagerati, all'insegna di un'esasperata enfasi
"eroica". Eppure tutti i suoni dell'orchestra (specie le martellanti e spesso
dissonanti sezioni di archi) sono ottenuti mediante l'elettronica: è in
definitiva il synth-pop romantico (non ci dimentichiamo mai dell'esistenza degli
Ultravox) portato alle estreme
conseguenze.
Opera quasi completamente strumentale, "Köda" è la summa
artistica del primo periodo, quello più "impetuoso", degli In The Nursery, ma è
anche l'anticipazione di quello che verrà nel futuro, ovvero del loro approdo
graduale a una sorta di new age "transglobale" che non dimenticherà mai però la
basilare idea della sinfonia elettronico-orchestrale.
Ad aprire le danze ci sono i perentori suoni in staccato (altra
loro caratteristica, forse anzi la più importante) di "Rites" (archi
sintetizzati, tamburo e declamazioni vocali): ma la musica degli In The Nursery non si ferma mai su di un solo tema ed ecco
dunque che tutto si tramuta in un incalzante bolero sempre all'insegna di un
sound apocalittico (pur con tutte le differenze di fondo, ma quanto sono vicine
al primo periodo degli Humberstone le catastrofi sonore di Foetus…). L'opera si sviluppa
fondamentalmente in forma di una lunga suite, con numerosi intermezzi: il primo,
il più sinistro e dissonante, è "Maidens", tra rumori da oltretomba e archi
stridenti. Degna introduzione al loro "Te Deum", il primo capolavoro: un
perfetto mix tra gotico (il tema d'organo poggiato sullo sfondo, ma sempre
incombente) e romantico (la splendida sinfonia in primo piano che si evolve
fluentemente da un teso tema per archi - nello stile del minimalismo di Michael Nyman - a una sezione
pastorale dominata dal flauto).
Altro intermezzo è "Triumph", ma stavolta si tratta di una
celestiale parentesi ambient, preludio alla splendida piece "Burnished Days",
con la quale gli Humberstone mettono in scena uno spettacolare adagio per
violini "pizzicati" (ma sempre rigorosamente "sintetici") e strati di
elettronica che avanzano ciclici e fluidi: un'armonia mistica e serena che i
tamburi militari tentano continuamente di spezzare, prima che la voce di Dolores
C. intoni il suo ipnotico "récit". Ed ecco che con "Ascent" si entra nel cuore
pulsante dell'opera e dell'estetica degli In The
Nursery: è questo il tema cardine dell'album, sette minuti di puro sogno
a occhi aperti, scanditi con dolcezza e malinconia dal carillon delle tastiere e
attraversati da innumerevoli acrobazie elettro-sinfoniche perfettamente
incastrate alle consuete architetture minimaliste: è una musica di una solennità
estrema, che evidenzia un'abilità straordinaria nel destreggiarsi tra
complicatissimi arrangiamenti elettronici.
Da "Ascent" ci si immerge poi senza soluzione di continuità
nell'altro lungo brano del disco, lo "Scherzo": il clima si fa gradualmente più
spettrale e claustrofobico, ma i fratelli Humberstone sono sempre abilissimi ad
evitare di impantanarsi nei cliché, che siano quelli della musica gotica, della
new age o del synth-pop: la marcia frenetica che i tamburi scandiscono,
adeguatamente supportati dalle impennate degli archi "elettronici" e dal
gorgheggio di Dolores C. che solca quasi timidamente l'impalcatura colossale del
brano, pongono lo "Scherzo" degli In The Nursery in
una dimensione a metà strada tra la paura e il sogno. Dopo "Guarded Rites", che
riprende il tema iniziale dell'album all'insegna stavolta di espliciti rimandi a
suggestioni medievali e cavalleresche, è la volta di "Suspire", un'altra breve
piece che sconfina stavolta in territori esotici, una morbida sonata new age,
una melodia trasognata tanto semplice e fragile quanto toccante. Ed ecco che
arriva "Kotow" e di rimando ecco anche che arriva la musica che qualche anno
dopo l'abile e furbo Michael Cretu (alias Enigma) con qualche accorgimento house
renderà appetibile al grande pubblico. L'idea è soltanto una, semplicissima: un
flauto "andino" disteso su un delicato tappeto ambient-new age: il tutto dura
praticamente il tempo di un respiro, eppure è una delle puntate più audaci della
fantasia sonora degli Humberstone. Il flauto continua a farsi sentire in
lontananza prima di venire sommerso dalle maestose spirali della straordinaria
sinfonia ambientale "The 17th Parallel", una sorta di impensabile anello di
congiunzione tra Verdi e Brian Eno.
A questo punto si pensa di aver raggiunto la perfetta pace
interiore, ma ecco invece che come un fulmine a ciel sereno arriva "Compulsion":
i ritmi tornano a farsi frenetici come non mai, le impennate delle tastiere si
fanno pesantissime, i tamburi e le voci scandiscono una corsa a perdifiato tra
atmosfere epiche e lugubri. Si arriva così al gran finale di "Libertaire":
ancora una volta è l'organo a gettare le solidissime fondamenta su cui si
appoggia l'ennesimo imponente castello sonoro innalzato dai "synth" dei due
gemelli, ma tutto si stempera poi in una nuova stasi ambientale, attraversata
stavolta da fugaci rintocchi pianistici e di nuovo poi si innalza in una scalata
dai toni "gloriosi" fino a chiudere l'opera in toni ascetici e astratti. Una
musica, quella degli Humberstone, che lascia letteralmente a bocca aperta, che
esplora tutte le infinite possibilità offerte dalle macchine elettroniche per
approdare a un sound che racchiude in sé la classicità più rigorosa e la
tecnologia più moderna, che evita il rischio di perdersi in inutili pomposità
grazie al continuo dialogo tra i sovratoni esasperati delle arie sinfoniche e il
minimalismo più nervoso e agitato.
Di tutto questo "Köda" è la testimonianza senza dubbio più
riuscita ed equilibrata: un'opera che dietro la sua ambizione sconfinata, la sua
complessità e ricercatezza si rivela di fruizione incredibilmente scorrevole e
che, cosa di non poco conto, contiene una miriade di idee da cui attingeranno a
piene mani altri acclamati alfieri dell'elettronica "gotica" e sinfonica (su
tutti i tedeschi Aurora, ma in parte anche
i maestri americani Black Tape
For A Blue Girl e Lycia).
"Köda" è il "passaggio nel tempo" teorizzato dai Dead Can Dance,, un ponte steso tra due
mondi, è il romanticismo wagneriano reincarnatosi nell'utopia modernista dei due
fratelli inglesi, ovviamente destinato — negli anni in cui il termine "new
romantic" era associato a gente come gli Spandau Ballet — a venire relegato in
una nicchia, dalla quale gli Humberstone proseguiranno comunque imperterriti il
loro discorso, liberi di dirigersi verso soluzioni sempre più colte e
impegnative.


