Jacques Brel

Jacques Brel N 4

1959 (Philips) | chanson

Benché il pubblico lo avesse già notato due anni prima, con “Quand on n'a que l'amour”, fu l’album del 1959 a imporre definitivamente Jacques Brel sulla scena musicale francese, e con lui il modello di chansonnier musicalmente ricercato, dai testi caustici e poetici, ancora oggi seguito da molti.
Dopo aver tentato alleanze con gli arrangiatori più disparati, l’artista trova in François Rauber, direttore d’orchestra fresco di diploma, la sua perfetta controparte. Il risultato è una sfilata di canzoni in cui ogni strumento viene dosato con puntigliosa dovizia, riuscendo sempre a rimarcare la ricchezza melodica e interpretativa della voce.

“La valse à mille temps” è una di quelle canzoni che fanno rimpiangere all’appassionato di musica di non averne vissuto l’uscita. A ogni ascolto ci si domanda cosa potesse significare impattare in diretta un simile shock. Il valzer di Brel e Rauber parte lento e accelera gradualmente. L’arrangiamento e la distribuzione dei suoni sono puro genio: un canale lascia pulsare fisarmonica e legni, nell’altro un pianoforte ricama vivace ma a volume contenuto, senza mai sopraffare il resto. Sullo sfondo contrabasso, chitarra e piatti accompagnano con garbo.
Brel intona un testo che è inno alla giovinezza e alla gioia di vivere, e tanto aumenta la velocità, tanto aumenta la sua foga, fino alla catarsi finale, quando entrano gli ottoni e lui srotola una valanga di parole nello spazio di pochi secondi.
“Un valzer a mille tempi, un valzer a mille tempi, un valzer ha messo il tempo di pazientar vent’anni, perché tu abbia vent’anni, perché io abbia vent’anni […] Un valzer a mille tempi, offre solo agli amanti, trecentotrentatré volte il tempo, di costruire un romanzo”.

Dopo i già numerosi tentativi avvenuti nei precedenti lavori in studio, “Seul” certifica una volta per tutte il crescendo drammatico fra i marchi di fabbrica di Brel. Nonostante la mole, l’arrangiamento non risulta eccessivo: chitarra classica e flauti, cornetta e tromboni, archi e metallofoni, tutti trovano il proprio spazio e lasciano spazio al resto. Rauber fa pieno ricorso ai suoi studi, è infatti impossibile non notare le affinità fra la questa orchestrazione e quelle dei musicisti classici che si sono confrontati con il folclore spagnolo, Ravel e Falla su tutti.
Il testo fa i conti con una delle condizioni più temute dall’autore, la solitudine, partendo dalla noia della vita di coppia sino ad arrivare alla condizione universale dell’essere umano. 
“Siamo un milione a ridere, del milione di fronte, ma due milioni di risa, non impediscono che allo specchio, ci si ritrovi soli”.

“La dame patronesse” è una vignetta sarcastica che attacca in maniera aperta i valori cattolici con cui Brel era stato educato, ma che la vita parigina gli aveva ormai reso intollerabili. 
“Per essere una buona dama di beneficenza, signore mie fate sempre le maglie in colore cacca d'oca, questo permette alla messa della domenica, di riconoscere subito i vostri poveri. Un punto per diritto, un punto per rovescio, un punto per San Giuseppe, un punto per San Tommaso”.
La musica in sottofondo, praticamente una sonata seicentesca, esalta la vena satirica del brano.

Non avendo più alcun freno, Brel non può farsi mancare una caricatura dei suoi connazionali. In “Les Flamandes” descrive i belgi come persone prive di qualsiasi ambizione, con una vita prestabilita e senza respiro (è a ogni modo evidente come i belgi siano solo un pretesto e il messaggio sia riferibile ai borghesi di ogni dove). 
“Le fiamminghe danzano senza dir niente, le fiamminghe non sono loquaci, se danzano è perché hanno vent'anni, e a vent'anni bisogna fidanzarsi, fidanzarsi per potersi sposare, e sposarsi per avere dei bambini”.
Anche qui l’arrangiamento burlone – una marcetta da sagra paesana – è cucito su misura.

“Isabelle”, un jazz che a tratti rimanda alle serenate di Glenn Miller, è il brano più delicato del lotto, una tenera dedica alla seconda figlia di Jacques, nata l’anno precedente. È quanto meno un po’ inquietante che il brano successivo in scaletta sia “La mort”. Con una padronanza delle parole ormai assoluta, piazza un paio di simboli azzeccati e ci ricopre uno spettro impressionante di significati e stati d’animo. La morte di Jacques è un’entità sfuggente che l’artista vede a più riprese con le sembianze di una vecchietta, di una principessa, di Carabosse (l’originaria fata maligna de “La bella addormentata”), delle ultime foglie dell’albero da cui verrà ricavata la sua bara. In questa tempesta di immagini Brel non appare tuttavia spaventato, anzi in coda a ognuna tiene a precisare che il tempo scorrerà in maniera più leggera, proprio grazie alla consapevolezza della fine.
“La morte mi aspetta nelle tue mani chiare, che chiuderanno i miei occhi, per meglio lasciar passare il tempo”.
Coerentemente alla sua atmosfera visionaria, il brano non è lugubre, si poggia bensì su uno sferzante tango, solcato dai frenetici disegni della sezione fiati.

Il disco si chiude con “La colombe”, testo molto sentito da Brel sulla all’epoca incandescente questione algerina. Oggi appare un filo retorico, ma il risultato è comunque toccante, per l’interpretazione, per l’ostinato d’archi reminiscente molta classica novecentesca e per i lontani colpi dei timpani, che rendono palpabile la sensazione di minaccia incombente da sempre portata con sé dalla guerra.

Se tutti i brani in scaletta sono a loro modo straordinari, “N° 4” è però legato a uno di questi in particolare, il quinto del primo lato. La straziante “Ne me quitte pas”, supplica terminale per un amore ormai fallito, è una delle canzoni più famose di tutti i tempi. In francese o in inglese, cantata da Brel o da uno dei tanti artisti di caratura internazionale che ci si sono cimentati, è praticamente impossibile non averla ascoltata almeno una volta nella vita. Non è facile capire perché proprio questa fra le tante. È poetica ma non è l’unico brano poetico di Brel, è struggente ma non è il suo unico brano struggente, è arrangiata divinamente ma anche questa non è una novità. Anzi, ascoltandola con attenzione, suona addirittura un po’ ostica, col suo tono deprimente e la totale assenza di un elemento ritmico. È però proprio questa esatta combinazione di note, suoni e parole che continua imperterrita da decenni a toccare il cuore di milioni di persone, in barba alle logiche commerciali e a chi vuole sempre trovare una ragione per tutto. 

(25/05/2014)

  • Tracklist
  1. La valse à mille temps
  2. Seul 
  3. La dame patronesse 
  4. Je t'aime 
  5. Ne me quitte pas 
  6. Les Flamandes 
  7. Isabelle 
  8. La mort 
  9. La tendresse 
  10. La colombe
Jacques Brel su OndaRock


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