I londinesi Japan hanno tracciato uno dei percorsi più
suggestivi della new wave. Un set assortito di musicisti - con il vocalismo
struggente di David Sylvian, le
linee di basso ipnotiche di Mick Karn, le tastiere "esotiche" di Richard
Barbieri e il drumming ossessivo di Steve Jansen - già bastava a dar vita a uno
degli ensemble più spettacolari della storia del rock. In più, v’era un
altrettanto inebriante progetto sonoro: fondere gli aromi del glam con le
melodie del rock romantico-progressivo, le sonorità esotiche (soprattutto
orientali) con l’eccentricità di dandy elettronici d'oltre Manica come Brian Eno, Roxy Music e David Bowie.
All'inizio, tuttavia, il quartetto stenta a mettere a punto la
formula. Prima di riuscirvi, dovranno passare due album all'insegna di un
glam-punk chitarristico e un periodo in Giappone (non a caso…), ad assorbire
suoni e sapori, con l'aiuto di artisti come gli Ippu Do del chitarrista Masami
Tsuchiya, Akiko Yano e il tastierista della Yellow Magic Orchestra, Ryuichi Sakamoto. Già abbozzato
in "Quiet Life" e nel singolo "Life In Tokyo" (con lo zampino del mago della
disco, Giorgio Moroder), il fascino del Japan-sound prorompe dirompente sul
successivo album "Gentlemen Take Polaroids" (1980).
Il disco si avvale della collaborazione di Ryuichi Sakamoto, che
contribuisce ad arrangiare la title track e scrive a quattro mani con
Sylvian la splendida "Taking Islands in Africa". Ad accentuare la dimensione
elettronica provvede, invece, il sapiente John Punter. Il canto rallentato e le
tastiere delicate di Sylvian e Barbieri, le linee di basso "funk" di Karn, il
drumming cupo di Jansen creano un collage di sonorità esotiche e di effetti
stranianti in cui la chitarra è relegata in secondo piano. Il risultato sono
alcune delle ballate elettroniche più raffinate del decennio: la decadente
title-track, la trascinante "Methods Of Dance", che prende quota sulle ali di un
ritmo irresistibile, la malinconia fiabesca di "Nightporter", costruita attorno
a una prodigiosa melodia per pianoforte e orchestra da camera, lo strumentale
d’avanguardia di "Burning Bridges", dall’atmosfera sinistra e spettrale.
Completano lo scenario esoticamente sofisticato dei Japan la cover di un brano
di Marvin Gaye, "Ain’t That Peculiar", e la sinuosa "My New Career".
Sylvian canta con un fatalismo decadente alla Bowie, ma è al
tempo stesso lo sciamano di una liturgia orientale, capace di sdilinquirsi in
cerimoniali sfibranti e di inerpicarsi lungo sentieri di ascetismo quasi zen. Le
sue miniature sonore gettano un ponte tra la suburbia di Londra e i giardini di
loto giapponesi, tra i pub fumosi della Mitteleuropa e le risaie di Canton, in
un crescendo sempre più mistico e visionario. La band lo asseconda
instancabilmente, e ogni musicista riesce a lasciare la sua impronta, a
cominciare da quel mostro sacro del basso di nome Mick Karn.
"Gentlemen Take Polaroids" è uno scrigno di suoni puri e
rarefatti, costruiti con una cura certosina per il particolare e un'attenzione
meticolosa alla ricerca melodica. Una sequenza di squisite composizioni, che
combinano suoni orientali, ritmi funky ed eteree melodie, dimostrando come si
possa effettuare una sperimentazione d'avanguardia sulla forma-canzone pur senza
travalicarne i dogmi.
