Jefferson Airplane

Volunteers

1969 (Rca) | psychedelic-rock

L'aereoplano Jefferson inizio' il proprio volo nel 1965. A bordo del proprio equipaggio aveva un manipolo di giovani provenienti dalle piu' disparate esperienze musicali; Marty Balin voce solista, Paul Kantner, voce e chitarrista folk, Jorma Kaukonen, chitarra solista con radici blues, Jack Casady al basso, anch'egli con esperienze nel blues e dintorni jazzistici, Signe Toly Anderson, voce femminile solista, e Spencer Dryden alla batteria. Iniziarono a solcare il cielo con "Takes Off" del '66, all'insegna di un elementare folk rock, che aveva in se' gia' i primi germogli di quel suono psichedelico che di li' a poco avrebbe dato i propri frutti attraverso una esplosione floreale e surrealistica.

In quegli anni, furono la prima rock band a creare uno spazio adibito esclusivamente al rock, il Matrix; al n°2400 di Fulton Street acquistarono una palazzina con molte stanze e la destinarono a loro esclusivo quartier generale; in altre parole era una vera e propria comune, una delle prime del periodo. A Signe Toly Anderson, che lascio' il gruppo per intraprendere dedicarsi alla maternita', subentro' la carismatica Grace Slick, proveniente dai Great Society, che porto' con se una fortissima presenza scenica, e un enorme quantitativo di talento. Grace era bellissima, intelligente, colta, a modo suo era gia' stata sul proscenio con un passato di fotomodella, e sapeva gia' scrivere delle belle canzoni, rafforzate da un cantato esteso ed energico. I Jefferson, con la Slick, avevano trovato il proprio catalizzatore ed erano pronti a solcare i cieli piu' alti del pianeta rock.

Nella baia di San Francisco si respirava un aria densa di cambiamenti, l'Lsd a quasi tutto il 66 era ancora legale negli Stati Uniti, e i giovani ne facevano un largo uso per spiccare voli pindarici multicolori; i Jefferson si fecero fin da subito portavoce di tanti fermenti e attraverso la loro musica veicolarono quella generazione verso l'abbandono di tutte le inibizioni fin li' represse da una classe sociale ancorata a rigidi e austeri principi di dottrina morale. Il loro "Surrealistic Pillow" fu il manifesto generazionale di quel periodo.

Nel frattempo, questa sognante bolla di sapone che abbraccia un po' tutta la California viene attraversata da tanti proiettili impazziti: l'omicidio di Martin Luther King, bombe al napalm in guerre disperate, rivolte razziali, odio che scorre veloce. L'Lsd nel frattempo e' diventato illegale e il sogno lisergico si e' rivelato traditore, finendo in anguste e grigie corsie ospedaliere. Tutto questo, e altro ancora, frantuma il mondo dell'Aereoplano. Soltanto la voglia di cambiamento e' rimasta la stessa, anche se le finalita' per ottenerla sono "leggermente" diverse.

"After Bathing At Baxter's" (1967) e "Crown Of Creation" (1968) si susseguirono al famigerato cuscino, ma questi lavori appaiono gia' cosi' lontani e fuori dal proprio tempo per i messaggi che portano in seno, visto che il tempo si e' messo a correre all'impazzata verso incubi che giorno dopo giorno diventano sempre piu' tangibili. Improvvisamente i principali figli del loro tempo vengono a trovarsi in una realta' scomoda, non prevista, sono fuori posto, dei dinosauri di solo 25 anni, gia' superati da una societa' che corre piu' veloce dei loro riffs, le voci di Balin e Slick non sono piu' estese e distese, si sono trasformate in ugole nervose e incrinate da un furore fino ad allora sconosciuto, i ritmi secchi e concisi hanno preso il posto di quelli morbidi e sfumati, la chitarra ha cessato di accarezzarsi in docili accordi fingerpicking, unghiate roboanti di feedback sono la loro nuova veste.

A modo loro, il gruppo, cerca di adeguarsi ai nuovi correnti movimenti, solo qualche anno prima in Gran Bretagna "qualcun'altro" sulle note primitive della propria generazione gridava il malcontento e la frustrazione di una generazione verso il quotidiano obsoleto vivere, attraverso parole agghiaccianti che si raccontavano di quanto migliore fosse morire giovani prima di invecchiare, i Jefferson si adoperarono attraverso tematiche meno apocalittiche, affrontarono il quotidiano inveendo e incitando a ribellarsi, facendo un tentativo per creare una rivoluzione, ma tutto questo doveva essere fatto subito.

"Volunteers" e' il simbolo di quello che era, e che nessuno osava auspicare. Si comincia con "We Can Be Together": chitarra urlante di primitiva rudezza ad opera di Kaukonen che si prodiga in un riff avvolgente, prima che un cantato a due voci sovrasti il tutto, inneggiando alla ribellione contro la caotica anarchia; parole come pugnalate per un cantato subdolamente a meta' tra il trasognato e l'enfatico; la musica in sottofondo e' grintosa sempre e soprattutto ad opera della lead guitar, che scava fossati sonori e piroietta su stessa sempre in tonalita' acute. La successiva "Good Shepherd" si apre con una splendida introduzione a base di chitarra acustica (Kantner) che fa da contraltare a un gemito dissonante elettrificato (Kaukonen). Balin e' introspettivo e volutamente sottotono, coristiche tracce psichedeliche accompagnano la voce solista. E' un tipico esempio di ballata semiacustica: l'incipt e' chiaramente folk, mentre l'ossatura e' rock. A chiudere il brano, un delizioso, piccolo solo finale a base di effettistica wah wah.

Tenui colori agresti ci proiettano in "The Farm", una ballata country-folk magistralmente impreziosita dalla pedal steel guitar dell'amico Jerry Garcia e dal piano western di Nicky Hopkins. La canzone si distende in uno dei tipici duetti a due voci dei Jefferson, che si rincorrono fra loro creando un universo di vocalita' contrapposta. La Slick, soprattutto, si erge in una prova quanto mai incisiva, riuscendo a rimanere in equilibrio fra la morbidezza del suono e il suo cantato energico. "Hey Frederick" si apre con un piano e una ambigua melodia, che duellano con scariche colme di elettricita' chitarristica; Grace subito regna sovrana con quel suo cantato vibrante di emozionale coinvolgimento; il piano ricama note sognanti in un intermezzo strumentale; la Slick si erge su note piu' alte riuscendo a mantenere limpida e potente la propria voce anche nelle tonalita' piu' acute: e' una regina, e la musica si piega al suo volere, salvo nella parte centrale, dove prende il largo Kaukonen con quel suo sferragliante suono pieno di vibrato feedback, in un solismo prima sornione e poi fluido e piu' acido.

E' Kaukonen, invece, a firmare "Turn My Life Down", e si sente: arpeggi e orpelli di fingerpicking presentano un brano di stampo piu' blues, con in sottofondo un piano dalle forti tinte gospel, mentre il cantato di Balin si intreccia ai sussurri prima, e ai gemiti poi di Slick. E' un piccolo brano che si discosta per un momento dai venti politicizzati dei Jefferson, grazie proprio allo strumentista piu' preparato tecnicamente (Kaukonen), che si apparta nel suo mondo piu' amato, il blues appunto. E' nientepopodimeno che David Crosby a donare all'Aeroplano una perla di nome "Wooden Ships". La versione che ci presentano i Jefferson e' meno compatta e sinistra di quanto fosse quella di Crosby, e' una versione personalizzata ad uso e consumo di altri musicisti; ma e' stupenda la psichedelica e tenue melodia di partenza; il cantato a due, poi, e' sentito, brividi sul filo della pelle si fanno largo man mano che passano i minuti, e l'oceano ventoso di falo' all'aperto diventa evidente in questo suono multicolore e figurativo; il solismo elettrico di Jorma e' lancinante, e la sezione ritmica e' morbida, quasi timorosa di incrinare questa fisionomia melodica cristallizzata.

Sinuosi fumi lisergici avvolgono anche "Eskimo Blue Day": le melodie inizialmente si contrastano fra loro, poi procedono abbracciate attraverso note progressive e sempre piu' incisive, il piano e la chitarra, morbidezza e ruvidita' di suono che improvvisamente si placano quasi a dare il benvenuto al cantato/recitato della Slick. E' puro misticismo californiano. Un piano honky-tonk introduce negli umori bucolici di "A Song For All The Seasons": una melodia soffusa dove e' Hopkins a dominare, inanellando note civettuole, e spostando per un attimo l'attenzione dal senso di ribelle pionierismo che avvolge il disco.

"Meadowlands", piccolo brano lisergico, e' uno spartiacque: come a voler far dimenticare all'ascoltatore, o meglio ancora cancellare con un colpo netto, tutto quel suono country e forse troppo zuccheroso del brano precedente, che per un po' aveva sviato l'attenzione dalle vere prerogative di questo lavoro. Si chiude cosi' con l'inno antimilitarista di "Volunteers". E' un'autentica unghiata ribelle, il ritmo e' secco e pesante al tempo stesso, la chitarra solista ruggisce in sottofondo e il cantato e' un atto di accusa, una dichiarazione di guerra agli intenti subdoli della societa' bigotta e finto perbenista. La rilassatezza di toni e' ben lontana in queste latitudini, i Jefferson Airplane impugnano le loro armi a forma di strumenti musicali, con cattiveria sputano tutto il loro rammarico ad alto voltaggio per quei loro sogni infranti, e al tempo stesso incitano alla rivolta. Grinta a tutto rock, per una musica mai cosi lirica nelle proprie tematiche politicizzate.

(31/10/2006)

  • Tracklist
  1. We Can Be Together
  2. Good Shepherd
  3. The Farm
  4. Hey Fredrick
  5. Turn My Life Down
  6. Wooden Ships
  7. Eskimo Blue Day
  8. A Song For All Seasons
  9. Meadowlands
  10. Volunteers
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