John Mayall

The Turning Point

1969 (Polydor) | british blues, folk, jazz-rock

John Mayall è noto come uno dei più grandi scopritori e allenatori di talenti nella storia del rock britannico. Nella sua band di accompagnamento, i Bluesbreakers, sono passati musicisti che in seguito avrebbero fondato gruppi del calibro di Cream, Fleetwood Mac e Colosseum. Tuttavia il suo operato come musicista è meno noto. Tutti sanno che chitarristi come Peter Green e Mick Taylor si sono forgiati nei suoi dischi, ma non tutti sono disposti a concedergli un ascolto. Si prende atto del prestigioso apprendistato, ma fra coloro che non amano il blues serpeggia sempre la sensazione che sia sufficiente conoscere ciò che quei nomi hanno prodotto con le proprie forze.
A dire il vero, almeno per "Blues Breakers With Eric Clapton", il celebre album del 1966, il pregiudizio è parzialmente giustificato. Documento storico d'incontestabile importanza, mostra però qualche limite e non sempre bastano le botte elettriche di Clapton e il basso massiccio di John McVie a ravvivarne l'ortodossia blues (nel 1966 la materia era già stata rivoltata come un calzino dai vari Manfred Mann, Rolling Stones e Yardbirds - questi ultimi proprio con Clapton).

Mayall è stato però molto altro. In particolare fra il 1968 e il 1972, quando pubblicò una serie di album in cui la materia blues veniva attraversata da ambizioni sperimentali, spazianti dal prurito psichedelico al tuffo nel jazz, dalla necessità di andare controcorrente (abbassando i volumi quando tutti li stavano alzando) alla volontà di stupire il pubblico con arrangiamenti bizzarri (sezioni d'ottoni, flauto e violino solisti, giochi vocali e quant'altro). Diversi titoli del periodo in questione - fra i quali "Bare Wires", "Blues From Laurel Canyon", "Jazz Blues Fusion" - sono oggi santini per ogni appassionato di blues che si rispetti. Non lo sono però fra gli ascoltatori di rock, e non sembrano esserci margini per un'inversione di tendenza.
Il pinnacolo del periodo in questione coincide probabilmente con "The Turning Point", considerato il suo capolavoro da praticamente chiunque abbia avuto la lungimiranza di non fermarsi al disco con Clapton. È uno degli album blues più avvincenti e creativi di ogni epoca, ma eccelle anche in campo folk e jazz, elementi tramite i quali Mayall cercò di ritrovare il dinamismo e il senso di eccitazione di cui erano stati capaci i grandi maestri neri che tanto stimava.

"The Turning Point" arrivò in un momento particolare per l'autore. "Bare Wires" aveva venduto meglio di qualsiasi suo disco precedente, raggiungendo addirittura il numero 3 in Gb, tuttavia "Blues From Laurel Canyon" registrò un forte calo di consensi. Alla radice ci fu probabilmente la rinuncia all'intestazione "Bluesbreakers" in copertina, che cominciava a sentire stretta (o meglio, è romantico pensare che la sentisse stretta). In realtà l'album si avvaleva ancora dei musicisti di quel giro, ma l'autore avrebbe deciso poco dopo di fare tabula rasa e voltare pagina. "The Turning Point" lo dichiarò esplicitamente, senza possibilità di equivoco.
Registrato dal vivo nel luglio del 1969 al Fillmore East di New York, è composto da sette brani inediti e mantiene soltanto il bassista Steve Thompson della precedente formazione. Due i nuovi ingressi, destinati a marcare profondamente il suono dell'opera: Jon Mark alla chitarra acustica e Johnny Almond a sassofoni e flauto.
Del tutto assente la batteria e del tutto assenti i fumanti assoli di chitarra elettrica che avevano fino a quel momento caratterizzato il suo percorso. L'album non è però acustico come viene spesso spacciato: la chitarra di Mayall è una Fender Telecaster e pure il basso è elettrico. La novità risulta nell'averli amplificati con un impianto rudimentale, rinunciando alle distorsioni e ai volumi sconquassanti tipici del blues-rock del periodo. La chitarra acustica si ritrova così in condizione paritaria, quando non dominante, durante i frequenti intrecci.
Questo suono salubre e depurato permette l'emersione di dinamiche inaspettate. La mancanza di batteria non pesa minimamente, perché Thompson svolge un lavoro eccelso, ponendo le fondamenta dell'intera scaletta con il suo timbro levigato e le sue sofisticazioni dal sapore jazz.

"The Laws Must Change" mostra da subito una verve ritmica impressionante, con il groove di Thompson spezzato dalle stilettate acustiche di Mark e dalla chiassosa armonica a bocca di Mayall, mentre Almond si dispiega in un assolo di flauto degno dei Jethro Tull. Il testo è fra i più politici mai scritti da Mayall e ammonisce i giovani che protestano contro le forze dell'ordine in maniera violenta, dando loro ragione sulla necessità di cambiamento, ma senza condividerne i metodi.
"Saw Mill Gulch Road" ha una struttura più tipicamente blues, con la superba chitarra slide piangente di Mayall, a sottolineare la storia di una ragazzina che viene abbandonata dal narratore, di cui era invaghita. Commovente il finale, misto di illusione e nostalgia: "Un mazzo di carte per il solitario, significati nascosti da mettere via, un sacco di cose per i ricordi, per quando lei sogna dei giorni a venire".
"I'm Gonna Fight For You J.B." è invece un blues militante, dove la tenerezza lascia spazio alla fierezza e Mayall dichiara grintoso l'orgoglio di proseguire la musica della sua stella polare, J.B. Lenoir, scomparso un paio d'anni prima e già protagonista della struggente "The Death Of J.B. Lenoir", dall'album "Crusade".
"So Hard To Share" è una canzone d'amore in forma espansa, con le trame che si aprono a nuove forme espressive. Il basso pulsa incessante accumulando tensione, le chitarre si inseguono forgiando geometrie a cui non serve alcuna scossa o effettistica per tagliare come lame, il sax divaga passionale e cosmico al contempo. Le etichette non servono davvero più a questo punto.

Ancora più estrema è "California", tour de force di nove minuti dove Mayall lascia massima libertà ai tre collaboratori, ognuno dei quali ha modo di sbizzarrirsi, inventare giri, sfaldarli e reimpastarli, fino a sfiorare l'anarchia. Le corde della chitarra acustica vengono quasi strappate tanta è la violenza del tocco di Mark in alcuni tratti, mentre Almond fa barrire il sax e si fa un viaggetto in Medio Oriente durante l'assolo di flauto.
"Thoughts About Roxanne" parte come un blues sentimentale per poi diventare una cavalcata boogie. L'assolo della chitarra elettrica è talmente energetico che se amplificato come al solito avrebbe fatto crollare le pareti.
La chiusura è affidata a "Room To Move", uno dei pezzi più contagiosi mai registrati da Mayall, folk d'assalto con una lunga parentesi affidata all'armonica a bocca e a un labirintico gioco di percussioni vocali. Il pubblico in delirio è l'ovvio corollario a cotanto finale.

L'album verrà accolto con convinzione dal mercato americano. Pur fermandosi inizialmente al numero 32, rimarrà in classifica per più di un anno, sancendo un successo inaspettato per musica tanto articolata. Viceversa, in patria il numero 11 iniziale si rivelerà un fuoco di paglia e ciò porterà Mayall a orientarsi sempre maggiormente verso gli Stati Uniti, fino a trasferirvisi.
Nel 1970 Mark e Almond sarebbero fuoriusciti dalla sua formazione per fondare un proprio progetto, i Mark-Almond appunto, di cui almeno l'omonimo debutto del 1970 e "Rising" del 1972 valgono l'ascolto, con il loro riuscito miscuglio di folk progressivo e jazz. Mayall avrebbe invece proseguito le proprie esplorazioni fino al tripudio elettrico e fiatistico di "Jazz Blues Fusion", altro storico album dal vivo, dopo il quale il mestiere - per quanto sempre rispettabile - avrebbe sostituito la foga, la fame e il coraggio.

(12/03/2017)

  • Tracklist
  1. The Laws Must Change
  2. Saw Mill Gulch Road
  3. I'm Gonna Fight For You J.B.
  4. So Hard To Share
  5. California
  6. Thoughts About Roxanne
  7. Room To Move


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.