Joy Division

Closer

1980 (Factory) | dark-punk

"This is the way, step inside": è con questo invito sibillino che Ian Curtis, che dei Joy Division era la voce e l'anima, ci accoglie nei meandri del suo malessere insanabile, del suo profondo disagio nei confronti di sé stesso e della realtà che lo circondava, ci invita a prendere parte al suo ultimo viaggio, a condividere con lui il diario delle sue ultime e definitive riflessioni. Perché "Closer", prima di essere un disco di musica "dark", "gotica" o comunque la si voglia definire, è soprattutto un testamento spirituale, il resoconto dettagliato dei pensieri che imprigionavano la mente di un ventiquattrenne che sembrava aver già perfettamente pianificato la propria fine: suicidatosi poco prima dell'uscita di questo disco, il secondo della band, Ian Curtis pronosticava già nei suoi diari adolescenziali di "non pensare di vivere molto oltre i vent'anni": e con l'agghiacciante coerenza e lucidità che caratterizzano tutti i suoi testi, avverò quella profezia appena prima di vedere la sua band consacrata tra i grandi del rock nello spazio di soli due album.

Per questi motivi non si può parlare di "Closer" come di un disco qualsiasi: la sua grandezza musicale, che pure è indiscutibile, impallidisce di fronte alle emozioni che trasudano dalle parole di Ian, cantate con quella sua inconfondibile voce robotica, monotona e sconsolata. La fantastica chitarra di Bernard Sumner, il basso minaccioso di Peter Hook e i ritmi insinuanti e ossessivi della batteria di Stephen Morris danno a ogni brano una diversa ambientazione, imbastiscono scenografie sempre più opprimenti e lugubri, ma sono le liriche e il canto di Curtis a dare al disco quella sua irripetibile compattezza e uniformità emotiva.

L'iniziale "Atrocity Exhibition", ispirata dall'omonimo romanzo di James G.Ballard, è forse quanto di più macabro e sconvolgente sia mai stato realizzato tanto dai Joy Division quanto da gran parte del movimento "dark-punk". Morris incalza con percussioni tribali, il basso di Hook si contorce fino allo spasimo e la chitarra di Sumner trafigge con una pioggia di stecche lancinanti; su tutto questo la voce di Ian declama con gelido e lucido distacco la descrizione di un mondo ormai irrimediabilmente invaso dall'indifferenza verso la violenza e la desolazione morale.

Completamente diversa è "Isolation", quasi un'anticipazione del synth-pop nevrotico che sarà il marchio di fabbrica dei New Order, il gruppo che i tre superstiti dei Joy Division avvieranno dopo la morte di Curtis: il sound sintetico e patinato della batteria e dei sintetizzatori è solcato dall'ansia di Curtis, che è perfettamente conscio della sua situazione disperata e invoca a gran voce di poter contemplare un ultimo residuo di bellezza. "Passover", è un perfetto standard di rock "gotico", con la chitarra a lanciare acuti spettrali e la sezione ritmica a tenere un groove ipnotico e minaccioso; nella calma apparente del brano, Curtis in realtà mette nero su bianco la sua decisione di farla finita, parlando di "una crisi attesa da tempo, un equilibrio distrutto, un nastro che si avvicina alla fine, tutte le difese ormai ridotte in pezzi".

La claustrofobica "Colony" torna a mostrare immagini di un mondo dominato dall'indifferenza e dalla superficialità, in cui i sentimenti sono stati spazzati via: dall'alto della sua sensibilità non comune, del suo umore lunatico, delle sofferenze fisiche e psicologiche causategli da quello che lui chiamava "il grande male" (l'epilessia), Ian Curtis si rende conto semplicemente che questo tipo di realtà non potrà mai portare gioia nella sua vita. E non bastarono il matrimonio e una figlia a cambiare la sua visione del mondo. Si arriva così a "A Means To An End", brano trascinante, con i tre musicisti perfettamente equilibrati e in sintonia tra di loro, e Ian che esprime tutta la sua definitiva sfiducia verso quel che rimane di parole come amore e amicizia.

Ma il vertice massimo dell'opera, nonché forse dell'intera epopea della musica dark, è rappresentato dal trittico "Heart And Soul"- "24 Hours" - "The Eternal". La prima è ipnosi allo stato puro, dal ritmo incalzante e soffocante, con gli echi della chitarra e della voce che sembrano provenire dal profondo di una cripta, richiamando subito alla mente la splendida e funerea immagine di copertina. È anche il brano che riassume tutti i temi già affrontati precedentemente da Curtis. Tutte le sue paranoie e le sue depressioni trovano la loro espressione ultima e conclusiva. "24 Hours" è un alternarsi mozzafiato di ritmi e toni che accelerano e implodono in continuazione, assecondando il canto sempre più dimesso e rassegnato: un destino di morte che sembra essersi già compiuto nella straordinaria "The Eternal", il capolavoro assoluto, una delle canzoni più belle e più tristi degli ultimi due decenni, una marcia funebre intonata da un pianoforte che sembra piangere lacrime di dolore e impotenza, accompagnato da battiti lontani e rumori indistinti, con lo stesso Curtis ad assistere alla processione con una partecipazione emotiva pressoché assente. Un calvario che giunge alla sua ultima stazione sfumando in "Decades", una sorta di balletto spettrale, con tanto di sintetizzatore e voce effettata. Curtis conclude il suo viaggio verso la morte osservando le giovani generazioni, categoria dalla quale lui si chiama fuori definitivamente.

Non c'è un solo raggio di luce a penetrare le maglie nerissime di questo disco: Curtis preclude alle sue canzoni ogni minimo accenno di speranza e conforto, ed è giusto che sia così: non si può pretendere di partecipare del diario intimo di una persona come lui, un giovane auto-condannatosi a una morte prematura, senza ritrovarsi con l'animo sconvolto, con le lacrime agli occhi, alla ricerca affannosa di quella via d'uscita che Ian Curtis non è mai riuscito a trovare.

(31/10/2006)

  • Tracklist
  1. Atrocity Exhibition
  2. Isolation
  3. Passover
  4. Colony
  5. A Means To An End
  6. Heart And Soul
  7. 24 Hours
  8. The Eternal
  9. Decades
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