Kaleidoscope

A Beacon From Mars

1968 (Epic Records) | etno-psichedelia

Basterebbe il citatissimo giudizio perentorio di Jimmy Page (non proprio uno qualunque, in ambito musicale) per giustificare l’inserimento tra le pietre miliari dell’opera omnia dei Kaleidoscope: “My favourite band of all time, my ideal band”.
In ogni caso, oltre al giudizio soggettivo, per quanto rilevante, del chitarrista dei Led Zeppelin, è la realtà dei fatti a testimoniare l’epocale rilevanza del capolavoro in oggetto della band statunitense (da non confondere con gli omonimi britannici di "Tangerine Dream", parimenti attivi all’epoca), vale a dire “A Beacon From Mars”. Lo si può infatti considerare, a buon diritto, non tanto l’antesignano in toto della world music - come erroneamente sbandierato da più parti - giacché lo precedono esperienze rilevanti sia in ambito jazz (basti citare il “Villaggio Globale” di Don Cherry) sia nel campo della popular music (il calypso di Harry Belafonte, la “Mama Africa” Miriam Makeba) quanto, più precisamente, il primo tentativo strutturato (e perfettamente riuscito) di contaminare il rock con sonorità etniche extra-occidentali (medio/estremo Oriente e, più in generale, il “sud” del mondo).

Per quanto la band fosse democraticamente priva di un leader istituzionale, non si può non riconoscere la funzione di guida al virtuoso polistrumentista (chitarra, banjo, mandolino, tra le sue eccellenze) David Lindley (1944, San Marino, California), in seguito sublime sessionman nei dischi di Jackson Browne, Warren Zevon, Linda Ronstadt, Ry Cooder e altri, fino alla collaborazione con Bruce Springsteen per “The Promise”.
È lui, infatti, a costituire il nucleo catalizzatore, fin da quando, nel 1964, fonda la Dry City Scat Band insieme al bassista Chris Darrow (1944, Sioux Falls, South Dakota). Quest’ultimo lascia ben presto (ma rientrerà a breve) per formare un nuovo gruppo, The Floggs, e Lindley comincia a esibirsi in duo con l’eclettico cantante Solomon Feldthouse (1940, Pingree, Idaho), reduce da esperienze artistiche in Turchia e impegnato in settori di nicchia come il flamenco e l’accompagnamento di danzatrici del ventre. In seguito all’incontro con il violinista/tastierista Chester Crill, negli anni ridenominatosi Max Budda, Max Buda, Fenrus Epp, Templeton Parcely (1940, Oklahoma City, Oklahoma), e all’inclusione del batterista John Vidican (1944, Los Angeles, California), nel 1966 nascono ufficialmente i Kaleidoscope.

Già dall’esordio di “Side Trips” (Epic, 1967) risulta evidente il grande eclettismo del gruppo statunitense e la volontà di ricercare un punto di incontro tra tradizione e innovazione. La prima è ancora rappresentata in gran parte dal folklore occidentale (il country di “Hesitation Blues” e il ragtime di “Minnie The Moocher”, cover di Cab Calloway). Tuttavia, altre sonorità meno usuali si affacciano, seppur timidamente, sulla scena: sono rintracciabili nel sitar introduttivo e nel canto sacro pakistano di “Egyptian Gardens”, così come nelle atmosfere orientali di “Why Try”.
L’impulso iniziale è di chiara matrice pop (nell’accezione migliore del termine), dal ritornello a più voci di “If The Night” all’andamento ritmico del singolo “Please”. La pietra d’angolo è “Pulsating Dream”, nemmeno due minuti di godimento estremo trasportati da ruscelli di chitarre tintinnanti alla Byrds.
Se, al primo approccio, si potrebbe semplicisticamente etichettare i Kaleidoscope alla stregua di cugini (meno boriosi e più cazzoni) dei Grateful Dead (vedi l’oscura acidità di “Keep Your Mind Open”, ma anche la baldoria da saloon di “Come On In” e l’andamento balzellante di “Oh Death” di Dock Boggs), è nel secondo album, grazie all’introduzione di strumenti esotici, alla complessità delle ritmiche in tempi dispari, all’improvvisazione e all’ampliamento della ricerca armonica verso terre lontane, che la band di Lindley prende nettamente le distanze da qualsiasi altra proposta musicale di fine anni Sessanta.

Infatti, con “A Beacon From Mars” (Epic, 1968) - che una scherzosa leggenda, fomentata dalla rivista musicale inglese Zig Zag, narra dovesse intitolarsi “Bacon From Mars” - i Kaleidoscope si ergono come gruppo tra i più originali non solo del periodo ma dell’intera storia del rock. Oltre a ciò, va naturalmente considerata l’elevata qualità della loro proposta, dacché l’originalità di per se stessa non sempre è una virtù.
I piedistalli dell’opera sono due lunghe composizioni: “Taxim” (11:23) e la title track (12:32). Se la prima rappresenta l’anima etnica dei Kaleidoscope, la seconda ne incarna l’afflato psichedelico. L’una è un viaggio reale, oggettivo, tangibile, nella tradizione musicale orientale mentre l’altra è un trip interiore, al tempo stesso spirituale e mentale.

Gli iniziali sussurri di sitar introducono le tematiche di “Taxim” in un crescendo che si consuma in un lento rientro tra le fila. L’atmosfera si fa rarefatta e misteriosa quando entra il violino a dialogare con lo strumento indiano. Poi le percussioni fanno da sottofondo a ripide e intrepide scalate sulle sei corde, che visualizzano, in quadretti ben definiti, una serie di visioni estatiche.
L’estasi trova, infine, sbocco in una volteggiante danza derviscia senza confini, con violino e sitar a rincorrersi in un vortice irrefrenabile di note sulle scale raga indiane. È questo l’epicentro, non solo della composizione, ma dell’intero album. Oltre cinque minuti di libertà “infantile” allo stato puro, gioia di vivere e danzare senza fermarsi, come se il mondo non dovesse finire mai.
Difficile trovare, nella storia del rock, uno strumentale di tale durata che non induca nemmeno uno sbadiglio, che non conceda una minima distrazione. Non si potrà certo essere accusati di eccessivo entusiasmo nell’indicarlo come capolavoro nel capolavoro e tra i primi dieci pezzi degli anni Sessanta.

“A Beacon From Mars” è, invece, una jam acidissima, in cui i Kaleidoscope danno prova di grandi virtuosismi tecnici, comunque mai fini a se stessi, ma imbevuti di una partecipazione emotiva sempre palpabile. Nota di colore l’archetto per violino utilizzato da Lindley per il suo assolo sull’elettrica, che quasi certamente costituisce lo spunto per l’impiego “istituzionalizzato” in seguito da Jimmy Page.
Un campanello in lontananza preannuncia l’entrata in un mondo fantasmatico accompagnati da sinistri cigolii da brividi. La ritmica si anima con un pregnante organo bluesy alla Doors, mentre il basso emerge sempre più forte; poi la chitarra ritmica si fa strada con ostinazione preannunciando l’entrata in scena baldanzosa della solista acida e distorta. Quando l’armonica si prende il primo piano della scena con prepotenza, si assiste a un vero e proprio dialogo serrato tra strumenti. Fin qui la voce ricopre un ruolo da comparsa, sussurrata con estremo rispetto, incuneata nei pochi spazi lasciati liberi. Dopo cinque minuti una vera e propria pausa di qualche secondo simula un finale inesistente prima di un nuovo inizio con suoni agghiaccianti che si dilatano finché il basso torna a dettare la linea con precisione. Rintocchi di campana scuotono ancora l’ascoltatore, ma i due minuti finali sono regalati completamente alla voce che, come partorita da un sogno, si prende finalmente la rivincita sugli strumenti.

Il resto dell’album è un viaggio multicolore nella ricca tradizione musicale anglosassone.
“I Found Out”, il singolo posto in apertura, è indicativo della doppia natura giullaresca e colta dei ragazzi (tutti tra i 24 ed i 28 anni). L’introduzione in sospensione fa pensare a una registrazione rubata ai Byrds in stato di ubriachezza, ma al primo solo di chitarra si capisce che i nostri fanno sul serio e, a mano a mano, il tessuto sonoro si arricchisce come un tappeto persiano ricamato dalle mani di artigiani sapienti.
“Greenwood Sidee”, dopo l’intro militaresca con rulli di tamburo e voce recitante che richiama i Pearls Before Swine di “Balaklava”, si adagia in un’atmosfera bucolica ove brucano i Fairport Convention; terreno in cui trova spazio anche uno strumento inusuale per il rock come la cornamusa. La voce profonda di Feldthouse conferisce toni epici alla composizione, che rievoca plumbei cieli d’Irlanda e dimore rurali incastonate tra verdi colline.

Il ritornello a più voci di “Life Will Pass You By” sembra cantato da Crosby Stills Nash & Young sulla West Coast, ma a stupire maggiormente è il luminoso assolo di mandolino; e siamo in anticipo di trent’anni rispetto ai Rem di “Losing My Religion”!
Dopo la  colta “Taxim”, in scaletta non può che esserci spazio per una fase di completo relax. Ecco allora susseguirsi due divertissement comeBaldheaded End Of A Broom” e “Louisiana Man”. La prima ha struttura blues, con l’armonica a dettare la linea, ma anche una buffa atmosfera country caratterizzata da un finale accelerato a mo’ di Speedy Gonzalez della 6 corde; la seconda è una sorta di cantilenante scioglilingua contrassegnata da un limpido violino folk. Entrambi i brani sono accomunati da una speziata impronta sudista.
Il gran finale con la title track è riscaldato dal possente rock-blues elettrico di “You Don’t Love Me”, in cui è ancora l’armonica a mettersi in evidenza insieme alle usuali esibizioni virtuose di Lindley.

Dopo le vette artistiche raggiunte con “A Beacon From Mars”, nulla sarà più come prima nella famiglia dei Kaleidoscope. Troppo complessa e articolata la loro proposta per un pubblico che all’epoca privilegia lo sballo lisergico e/o la denuncia sociale.
Lontana da entrambi gli estremi, l’originalità dall’ampio respiro multietnico dei nostri eroi non avrà epigoni all’altezza, né nell’immediato né nei decenni successivi in ambito rock (tranne episodi sporadici limitati a singole tradizioni musicali). Al limite, è possibile rintracciare una linea di sviluppo di tale approccio nell’ambito elitario di stampo jazzistico-avanguardistico-new age, con l’apertura verso frontiere musicali “estreme”, sempre più lontane nel tempo e nello spazio (dai canti tradizionali dei nativi americani alle musiche aborigene dell’ultimo continente).
Con la presa di coscienza, da parte di Lindley e soci, della chiusura in termini commerciali, crescono le turbolenze interne e le acque in cui naviga il gruppo si fanno sempre più increspate.

Primi segnali di instabilità sono le fuoriuscite di Darrow (per la Nitty Gritty Dirt Band) e Vidican (sostituiti da Stuart Brotman e Paul Lagos) alla fine del 1968. Il terzo album “Incredible! Kaleidoscope” (Epic, 1969) risulta più prevedibile, nel senso che concretizza in una forma più accessibile le idee sviluppate nei primi tempi. La sezione ritmica si fa più incisiva e preponderante (come in “Lie To Me”) e le sei corde di Lindley diventano il marchio di fabbrica del gruppo (significativi i virtuosismi raga country di “Banjo”). Scompaginano le carte i consueti ritmi dispari: la ballata in tre quarti “Petite Fleur” (cantata da Feldthouse in francese) e, soprattutto, la conclusiva strumentale (ininfluente il breve cantato) in 7/8 “Seven-Ate Sweet”, osannata come un "giro del mondo in 11 minuti e mezzo".
A sorpresa i Kaleidoscope entrano finalmente nella classifica di Bilboard (ma solo in 139° posizione). Tuttavia, la defezione di Feldthouse durante le sedute di registrazione del successivo album e gli ulteriori inserimenti del cantante/chitarrista Jeff Kaplan e del bassista Ron Johnston (in luogo di Brotman) segnano, irrimediabilmente, il declino dell’ispirazione verso l’inutile country blues elettrico di “Bernice” (Epic, 1970) e portano all’immancabile scioglimento della band.

I Kaleidoscope si riuniranno altre due volte, con esiti alterni, rispettivamente per gli album “When Scopes Collide” (Pacific Arts, 1976) e “Greetings From Kartoonistan” (Gifthorse, 1991). Nel primo Darrow, Crill, Feldthouse, Lagos e Brotman (con la partecipazione di Lindley sotto lo pseudonimo di De Paris Letante) propongono con classe la loro usuale miscela di stili. Il secondo disco, invece, risente della definitiva defezione di Lindley e, privo di guida, degenera in un’accozzaglia di sonorità eterogenee, senza un minimo legame musicale.
Del destino di richiestissimo session-man di Lindley si è già detto in precedenza. Poca gloria, invece, per il resto della band. Feldthouse tornerà agli antichi amori del flamenco e delle atmosfere mediorientali, Darrow formerà i Corvettes prima di dedicarsi anch’egli alla carriera di session-man, mentre Crill troverà un po’ di successo solo grazie ai fumetti underground.

Nell’attuale deserto discografico sui Kaleidoscope si può fortunatamente far riferimento a “Pulsating Dreams: The Epic Recordings”, box set che raggruppa i primi quattro album classici del gruppo integrati dai singoli e altre rarità. Una decina di euro mai spesi così bene.

(13/10/2013)

  • Tracklist
  1. I Found Out
  2. Greenwood Sidee
  3. Life Will Pass You By
  4. Taxim
  5. Baldheaded End Of A Broom
  6. Louisiana Man
  7. You Don’t Love Me
  8. Beacon From Mars


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