Quaranta minuti scarsi per demolire
decenni di futuri luoghi comuni sul progressive. "Red" è anzitutto
questo: il compendio di un'intera stagione ormai al crepuscolo, ma anche un
vademecum imprescindibile per il rock del futuro. L'ibrido fertile che
ridicolizza in un colpo solo tutte le panzane sulla presunta artificiosità del
prog opposta alla genuinità del rock'n'roll "stradaiolo". Niente onanismi, muffe
e licheni, dunque: "Red" è rock moderno e abrasivo, in cui persino il sinfonismo
si fa lancinante deflagrazione.
Quasi sapesse di dover ormai abdicare a una
nuova generazione di musicisti - è il 1974, la rivoluzione punk-wave è alle porte - il Re
Cremisi lancia il suo urlo, ancor più terrificante di quello dell'uomo schizoide
dell'esordio. Un
canto del cigno, forse, ma anche una lezione ai posteri. Potranno piacere o meno
i Nirvana, ma la definizione di
"più grande album di tutti i tempi" firmata Kurt Cobain suona per "Red" come un
suggello d'immortalità.
Il quartetto magico Robert Fripp-John Wetton-Bill Bruford-David
Cross giunge qui al suo ultimo atto. Di fatto, però, si tratta già di un trio,
con Cross solo in veste di session-man , insieme agli
ex-crimsoniani Ian McDonald, Mel Collins, Robin Miller e Marc Charig.
Tanto "monolitico" quanto il leggendario debutto, "Red" corona in realtà una
rivoluzione annunciata dai dischi che lo hanno preceduto. "Lark's Tongues In
Aspic" (1973) e "Starless And Bible Black" (1974) avevano infatti testimoniato
la volontà di Fripp di scardinare i dogmi del prog, inseguendo un chitarrismo
sempre più squadrato e ossessivo, che diverrà poi oggetto di maniacale
vivisezione nel decennio 80.
Senza disperdere l'afflato romantico e solenne
che aveva fatto la fortuna dei primi King Crimson, dunque, il leader supremo ne
opera l'ennesima palingenesi, inventandosi una sorta di heavy-prog che -
a rischio di incappare nell'ossimoro - verrebbe da definire asciutto, tanto è
aspro e affilato. Fripp si conferma genio bifronte: da un lato il colto
avanguardista che insegue una prospettiva "artistica", dall'altro il musicista
rock che sa come colpire allo stomaco l'ascoltatore. Ecco allora i ferri del
mestiere del prog - violino, tastiere, oboe, mellotron - convivere con gli
assalti chitarristici di un ensemble mai così aggressivo, in un disco che suona
come una liturgia nera, con la sua inquietante simbologia ("red nightmare",
"fallen angel", "bible black"...).
L'iniziale title track , suite strumentale nel solco di
"Larks' Tongues In Aspic Part II", è subito un saggio di questo sound vorticoso
e sovraccarico d'energia. Unico brano suonato solo dal trio, si dipana tra le
distorsioni e le progressioni della chitarra, supportate da una ritmica
impetuosa: puro prog-metal ante litteram. L'altro pezzo tiratissimo è "One More
Red Nightmare": il riff di "Red" viene leggermente variato e avvolto in spirali
tenebrose, dove la chitarra frippiana più volte s'incrocia con i sax di
McDonald e Collins; ma il vero protagonista è Bruford, autentica piovra del
drumming con le sue evoluzioni spaventose. Sonorità dure, che si fanno quasi
noise nell'altro deliquio strumentale di "Providence", dove la band si lancia in
un'improvvisazione a briglie sciolte: il dialogo tra il violino di Cross e i
power-chord del basso di Wetton prepara il terreno alla nuova pioggia di
dissonanze di Fripp, mentre Bruford s'avventura in tortuosi cambi di
pattern .
L'anima romantica del Re Cremisi si specchia nella ballata
jazz-rock di "Fallen Angel", intonata da Wetton nel suo tipico registro caldo e
morbido: l'acustica di Fripp e l'oboe di Robin Miller inventano una melodia, che
presto si tinge di umori psych nel refrain, tra gli inserti di sax e
chitarra elettrica e le incursioni di Charig al corno.
Ma è solo un
antipasto dell'apoteosi conclusiva di "Starless", capolavoro del disco e suite
definitiva dell'intero prog-rock: dodici minuti al calor bianco, tra quiete
cosmica e tensione parossistica, in uno spettacolare avvicendarsi di interventi
strumentali e spiazzanti cambi di ritmo. Si parte con l'incanto antico degli
archi e del mellotron, l'evocativa frase di Fripp e il lamento amaro di Wetton
disegnano la stupenda melodia, intercalati dal sax di Collins; quindi la pausa
del bridge , che si gonfia di tensione con la Gibson di Fripp a reiterare
un accordo minimale e spingere la suspence allo spasimo, salendo
vorticosamente di tono, fino all'esplosivo crescendo, cui prende parte tutto il
gruppo, e alla ripresa del motivo iniziale del mellotron, stavolta a cura del
sax, con il basso di Wetton a menare fendenti sullo sfondo.
Il cielo è senza stelle, gli angeli cadono e il Re sta per
congedarsi dalla sua corte. Forse per questo Fripp e compagni si mostrano per la
prima volta (e sarà anche l'ultima) in copertina: tre volti scavati nel sobrio
fondale nero. Il testamento dell'evo prog? Può darsi. Più probabilmente è il suo
definitivo traghettamento in una nuova era. Quando "Red" uscirà nei negozi, la
band sarà già sciolta; si ricomporrà negli anni 80, in un assetto profondamente
rinnovato, agli ordini del suo despota illuminato, Robert Fripp, ormai
perfettamente inserito nella nuova scena musicale, anzi quasi nume tutelare
della wave generation, grazie alle sue oblique sperimentazioni. Ma questa - è
proprio il caso di dire - è un'altra storia.
