Kinks

Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire

1969 (Pye) | rock opera, music hall, baroque pop

Il grande problema dei Kinks: geniali nell'anticipare le mode, maldestri nel cavalcarle. Certo nel corso della carriera non gli sono mancati i singoli di successo, ma per quanto riguarda il riscontro commerciale sul mercato degli album la band dei fratelli Davies esce a dir poco malconcia dal paragone con Beatles, Rolling Stones, o anche solo Who. Senza stare in questa sede a ripetere le innumerevoli novità introdotte nella musica rock dai Kinks, dato che se ne è trattato ampiamente nella apposita scheda, rimane il fatto che nessuna di quelle novità venne sfruttata nel momento giusto.
"Arthur..." occupa in questo un posto speciale nella discografia dei Kinks: è forse l'unico loro disco degli anni Sessanta, almeno fra i più maturi, in cui emerga la volontà di Ray Davies di inserirsi nel proprio tempo. Non a caso venne pubblicato nel periodo di massimo fulgore del formato rock opera. L'album non era ormai più una semplice raccolta di canzoni, ma un progetto compatto, e se ciò lo si era già intuito grazie ai primi concept, fra i quali il loro stesso "Face To Face" (1966), la rock opera toccava ora il culmine dell'ambizione. Si trattava né più né meno che di un film senza immagini, con una storia, dei protagonisti e uno sviluppo.
A ogni modo, nel caso specifico di "Arthur..." le immagini avrebbero dovuto esserci, come si scopre prestando attenzione alla sua genesi.  

È l'inizio del 1969. Ray è rimasto molto deluso dal fallimento del "Village Green", tuttavia non demorde e in marzo tenta la riscossa con un 45 giri, "Plastic Man". Il brano è orecchiabilissimo, ma purtroppo nel descrivere il suo omino di plastica, senza personalità ma amato da tutti, Ray eccede in zelo. La Bbc opta per la censura a causa dell'espressione "culo di plastica" e il singolo si arena al numero 31, con sommo scorno della band. Peter Quaife decide di lasciare la barca prima che affondi. I Davies reclutano così John Dalton, che aveva suonato il basso per i Kinks nel 1966 mentre Quaife si riposava in seguito a un incidente stradale.

È con questa nuova formazione che i Kinks registrano il nuovo album, dall'interminabile titolo "Arthur or the Decline and Fall of the British Empire" (benché nell'artwork appaia solo la prima parola).
Le sessioni si svolgono in un clima di fiducia, alimentato da un'ottima notizia: in aprile Ray è volato a Los Angeles per produrre un album dei Turtles, "Turtle Soup", e nel mentre è riuscito a porre fine al ban statunitense che da anni vietava alla band di esibirsi in terra americana.
Il ritorno in termini d'immagine è immediato: benché il disco non generi singoli di successo, sfiora la top 100 americana e passa quattro mesi in classifica. Risultato tutto tranne che trionfale, va da sé, ma che lascia ben sperare in una ripresa, dopo un'annata disastrosa quale il 1968.
È piuttosto in GB che qualcuno storce il naso: il disco avrebbe dovuto essere la colonna sonora per uno show della Granada TV, con la speranza di riportare attenzione intorno alla band. Purtroppo, dopo un anno speso a modellarne la sceneggiatura insieme allo scrittore Julian Mitchell, la produzione viene cancellata, ufficialmente a causa della mancanza di fondi, ma più evidentemente, come sottolineato da Ray, a causa dei sotterfugi di una classe politica che non gradisce uno show del genere. Mettere in evidenza il graduale e inarrestabile declino della Gran Bretagna è evidentemente inaccettabile. Ancora una volta, all'apice della loro ispirazione artistica, i Kinks vanno incontro a un boicottaggio. 
Un sunto della sceneggiatura viene comunque allegato nella confezione dell'album: Arthur appartiene alla classe media britannica, è un modesto lavoratore nato durante il regno di Vittoria, ha visto suo fratello morire durante la prima guerra mondiale, i propri figli emigrare in Australia, uno di loro morire durante il secondo grande conflitto, e si ritrova anziano a tirare la cinghia durante la depressione economica appena successiva.

E dire che il disco si apre nella maniera - almeno in apparenza - più festosa possibile, con il blues-rock acrobatico e corale di "Victoria". L'Impero è al suo apice e persino i morti di fame sono felici di appartenere a una nazione tanto potente. I Fall, fra i più piccanti eredi dei Kinks, omaggeranno il brano con un'ottima cover nel 1988.
La guerra fa però irruzione già con "Yes Sir No Sir", la marcia militaresca condita di blues e spaccata a metà da un improvviso cambio di andamento con fanfara fiatistica. C'è ancora la guerra in "Some Mother's Son", che dipinge il dolore dei genitori nel perdere la propria prole in una causa che non li riguarda. I cori che sostengono la ballata per tutto il tempo suonano come il più straziante dei lamenti. La natura barocca del disco, gli arrangiamenti più che mai stratificati, gli ingressi fiammeggianti dell'orchestra diretta da Lew Warburton, gli scatti continui, i rallentamenti e le ardite intersezioni melodiche lo piazzano di fatto a un passo dal neonato rock progressivo
"Brainwashed" è uno scalmanato rhythm & blues fiatistico che dura poco più di due minuti, ma gli sono sufficienti per piazzare un rabbioso riff hard-rock come intermezzo a sorpresa. Non c'è spazio per alcuna metafora, la classe lavoratrice è composta da burattini e i fratelli Davies lo gridano all'unisono: "You look like a real human being, but you don't have a mind of your own". Si respira la stessa negatività che qualche decade più tardi sarebbe stata dei Manic Street Preachers.
Con i suoi 6 minuti e 46 "Australia" è il brano più lungo registrato dai Kinks fino a quel momento, un labirinto di armonie vocali e timbri diversi, ibrido fra pop barocco e blues che sfocia in una jam dalle sfumature jazz, con Avory tempestoso alla batteria e la sezione fiati che rimbrotta dispettosa.

"Shangri-La" apre il secondo lato del vinile in una pozza di depressione: Arthur mortificato osserva la propria vita e si rende conto di non avere alcuno sbocco. "You've reached your top and you just can't get any higher. You're in your place and you know where you are, in your Shangri-La". Anche qui la struttura è tutt'altro che scontata: parte come una ballata acustica, si rigonfia nel ritornello grazie a sezione ritmica e fiati, esplode quindi in un bridge logorroico guidato da uno sferzante riff acustico, prima che un coro riporti tutto alla forma iniziale.
"Mr. Churchill Says", con cui si giunge alla Seconda guerra mondiale, piazza il momento più tragico dell'album. Esattamente a 1'35", quando scattano le sirene a simulare un allarme e, mentre la base muta in una jam frenetica con tanto di vibrafoni, Ray canta di una casa bombardata e di cadaveri da rimuovere dalle strade. Dopo un contorto assolo di Dave Davies a metà fra blues e raga, c'è spazio per una sezione parlata che è l'ennesimo omaggio di Ray alla tradizione music hall britannica, ma che sentita oggi sa tanto di rap ante-litteram.
Passata la guerra, con la Gran Bretagna a pezzi e la popolazione strozzata dalla povertà, va in scena "She's Bought a Hat Like Princess Marina", momento music hall per antonomasia: una deliziosa ballata per clavicembalo che a un certo punto impazzisce in un nevrotico vortice di suoni (kazoo, clacson, fischietti), sottolineando un contrasto di forma simile a quello vissuto dalla popolazione. La gente è ridotta alla fame, ma si preoccupa di rimediare l'ultimo cappello alla moda pur di non mostrare la propria miseria ai vicini di casa.

Si chiude in gloria con "Arthur", che riassume un la vita del protagonista su uno dei primi esempi di country-rock britannico. È un'apoteosi corale, con le alte sfere che si premurano di comunicare ad Arthur - e quindi a tutti gli Arthur del mondo - che lo amano e lo vorrebbero sostenere. "Arthur we read you and understand you, Arthur we like you and want to help you [...] Somebody loves you, don't ya know it?".
Impossibile chiudere in maniera più grottesca, a malapena i Monty Python avrebbero saputo immaginare un finale dalla comicità così amara, una così grande beffa dopo aver tanto subito.

(09/11/2014)

  • Tracklist
  1. Victoria
  2. Yes Sir, No Sir 
  3. Some Mother's Son 
  4. Drivin' 
  5. Brainwashed 
  6. Australia
  7. Shangri-La 
  8. Mr. Churchill Says 
  9. She's Bought a Hat Like Princess Marina 
  10. Young and Innocent Days 
  11. Nothing to Say 
  12. Arthur
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