Laurie Spiegel

The Expanding Universe

1980 (Philo) | pc-music, progressive electronic

L’espansione dell’Universo dedotta da Hubble resta una delle pietre angolari della scienza moderna. Con la sua legge, l’astrofisico statunitense confermò anche la coerenza della teoria di Einstein, suffragando così la visione di uno spazio-tempo omogeneo isotropo e in espansione. Le galassie lontane, considerate fino a quel momento come nebulose, costituirono i mattoni di una nuova ricerca. Il superamento possibile di ogni orizzonte. Un confine tuttavia oggi insuperato, con diverse supposizioni in contrasto tra loro nel tentativo di fornire un’ulteriore spiegazione a quello che sembra un allontanamento quasi fisiologico degli ammassi stellari, destinati a disperdersi nel buio infinito.
Ebbene, se l’invenzione del telescopio ha portato l’uomo verso gli angoli più remoti dell’universo, quella del computer ha dato una scossa simile alla composizione sonora nella sua accezione più ampia. Resta pertanto doveroso raccogliere le esperienze dei pionieri di quello strano amplesso tra musica e macchine. Dalle prime intuizioni rilevate nei corsi estivi di Darmstadt, passando per Pauline Oliveros, Wendy Carlos e Delia Derbyshire, fino ai primi 70 con le progressioni mistiche del sempre poco citato duo Beaver and Krause, l’evoluzione della musica elettronica ha attraversato diverse fasi cruciali. E in quel delicato processo di arricchimento delle singole componenti, elaborato in maniera fattiva da geni come Don Buchla e Robert Moog, si sono susseguiti nel corso del tempo contributi alla causa fondamentali, come quello di Laurie Spiegel, compositrice al vertice delle ricerca sperimentale in quel periodo denso di esplorazioni.

Nata a Chicago nel 1945, Laurie Spiegel ha imparato fin da giovane a suonare chitarra, banjo e mandolino, prima di conseguire brillantemente una laurea in Scienze sociali. Rientrata praticamente all’istante nel mondo musicale, la giovane Spiegel ha spostato quasi subito la sua attenzione verso la composizione vera e propria, studiando per diverso tempo a Londra con John W. Duarte, fino a specializzarsi in liuto barocco e rinascimentale alla Julliard School di New York. Nei primi anni della sua carriera, la Spiegel ha avuto il privilegio di lavorare con Jacob Druckman - premio Pulitzer per il lavoro orchestrale "Windows" - in qualità di assistente e ha seguito i consigli di illuminati come Michael Czajkowski, Hall Overton, Max Mathews ed Emmanuel Ghent.
Il 1969 è l'anno della svolta. La musicista americana resta affascinata dai sintetizzatori analogici e decide di dirottare ulteriormente le proprie attenzioni verso l’ignoto mondo dei computer digitali. Le sue sono fascinazioni concrete, sublimate con la scrittura di un software di composizione interattiva durata sei lunghi anni - dal 1973 al 1979 - presso i laboratori Bell e la fondazione del Computer Music Studio della New York University. Laurie Spiegel è famosa anche nei circoli di musica rock per alcuni software musicali per pc, tra i quali spicca senz’altro il MusicMouse, considerato tra i più importanti della storia.

Composto nel biennio '74-’76 usando un computer in grado di riprodurre melodie attraverso apparecchiature di sintesi analogica con il sistema ibrido GROOVE - Generating Realtime Operations On Voltage-controlled Equipment - sviluppato da Max Matthews e F.R. Moore nei sopracitati laboratori Bell, “The Expanding Universe” è un’opera assolutamente unica nel firmamento elettronico. Basterebbero i nomi di John Fahey e Johann Sebastian Bach - citati come principali influenze nelle note originali della copertina - per intendere la vastità della sua proposta. L'interazione con il computer tramite tastiera, tavoletta grafica, bottoni e manopole è sostenuta da complessi algoritmi scritti in Fortran, uno dei primi linguaggi di programmazione.
Quattro speciali movimenti segnano così quella che resta una delle esperienze più singolari e affascinanti della musica.
Se la brillante Suzanne Ciani ha intuito la possibile armonia tra canoni contrapposti, fondendo elegantemente composizione classica e modulari, Laurie Spiegel ha ulteriormente alzato l’asticella, concentrandosi sull’amplesso possibile tra immaginazione e circuitazione, contribuendo dunque al graduale processo di espansione di un nuovo universo sonoro. L’open track “Patchwork”, con l’irraggiungibile Steve Reich nel mirino, segue gli insegnamenti di Hans Elder e dei Cluster, in dieci minuti scarsi di svolazzi sintetici atti a generare un climax paradossalmente conciliante.

La Spiegel adotta i processi di codifica come una rondine in perenne migrazione; vola alto, libera e felice, persa così com’è dentro la propria tavolozza di elementi apparentemente infiniti e all’epoca ancora poco sondati. Insomma, se oggi ascoltiamo sfarfallii come quelli di Daniel Lopatin, è anche merito dell’inventiva di giganti nascosti come Laurie Spiegel.
La successiva “Old Wave” alterna proto-droni e scie cosmiche, spingendo l’ascoltatore in un mondo inesplorato, con atmosfere proprie di pellicole sci-fi dai consueti risvolti surreali. Ritmiche vagamente esotiche prendono il sopravvento nel bagliore di “Pentachrome”, quasi a voler ricreare, tra una sintesi e l’altra, il bollore del brodo primordiale. Capitolo a parte meritano ovviamente i ventuno minuti della title track: con essa la pioniera statunitense getta un ponte tra new age e musica cosmica. E la quiete siderale di “Jenseits” - maestosa suite degli Ash Ra Tempel - è l’unico rimando possibile per espletare una pratica altrimenti impossibile. Nella sua dolce compostezza, Laurie Spiegel determina flussi anestetici di insondabile bellezza.

Massicciamente espanso in una versione di ben quindici tracce in più - quasi tutte inedite e risalenti allo stesso periodo - tra le quali spicca la maestosa “Appalachian Grove” (divisa in tre capitoli), “The Expanding Universe” è un vero e proprio cult nel mondo dell’elettronica sperimentale. Nel 1991, seguirà l’ottimo “Unseen Worlds”, prima di un ulteriore stop decennale, terminato con il nostalgico “Obsolete Systems”.
La traccia "Kepler's Harmony Of The Worlds" contenuta nella nuova edizione dell’album - pubblicata il 18 gennaio 2018 - fu magicamente inclusa nel Golden Record messo a bordo della Voyager 1, la sonda spaziale lanciata dalla Nasa il 5 settembre 1977 con lo scopo di esplorare il sistema solare esterno.
Magari un giorno anche gli alieni scopriranno la musica di Laurie Spiegel. Un bene eterno e dell’umanità tutta.

(31/03/2019)

  • Tracklist
  1. Patchwork
  2. Old Wave
  3. Pentachrome
  4. The Expanding Universe             


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