Linda Perhacs

Parallelograms

1970 (Kapp) | folksinger

Il firmamento folk dei benemeriti anni Settanta è stato costellato da un ragguardevole e imprecisato numero di meteore al femminile, il cui rapido passaggio ha segnato, per i motivi più disparati, l'evolversi di uno stile cantautorale ancora oggi di grande richiamo. Verso la fine del sogno hippie si sono susseguite, attraverso le etichette più misconosciute (e improvvisate), tantissime folksinger. Vere e proprie ancelle poste al servizio di uno dei "movimenti" artistici meno esplorati della musica popular. A tal riguardo, la storia della californiana Linda Perhacs è sicuramente tra le più singolari del periodo, e rientra in quel grosso calderone di cantautrici cadute, in un modo o nell'altro, nella grossa zona d'ombra del folclore "americano". La lista è davvero lunghissima, e raccoglie fenomeni del calibro di Collie Ryan e Sibylle Baier, Judee Sill ed Erica Pomerance. Il trait d'union di questa schiera di suadenti poetesse del folk d'annata è la mancata e spesso inspiegabile affermazione popolare, la quale tende il più delle volte a incrociarsi con un destino infame e crudele.

È il 1970 e Linda Perhacs è una giovane igienista dentale presso uno degli studi odontoiatrici più in voga di Beverly Hills. Tra una celebrità e l'altra, la ventisettenne di Mill Valley entra in contatto con il compositore Leonard Rosenman (solo qualche anno dopo vincitore di ben due premi Oscar), al quale confessa la propria passione per la musica e in particolare per il folk intimista che tanto imperversava proprio in quegli anni lungo le coste assolate degli States, capeggiato dalle varie Joni Mitchell e Joan Baez. Una confessione che non sfugge all'attento autore delle musiche di "Gioventù bruciata" e "La valle dell'Eden", il quale, una volta ascoltate le prime note della magnifica "Chimacum Rain", resta letteralmente a bocca aperta e decide di concedere un'occasione alla Perhacs e al suo innato talento. Nasce così "Parallelograms", edito per la Kapp Records (rimasterizzato nel 1998 da Michael Piper per la sua The Wild Places), a racchiudere undici incantevoli perle dal sapore antico, ma allo stesso tempo prossime alle deviazioni psicotiche dell'acid-folk dell'epoca.

L'approccio compositivo della giovane Linda incarna senza mezzi termini i tratti più serafici della femminilità di quel particolare ciclo storico, fondendo al meglio terra e aria in un abbraccio definitivo. Parimenti, a un tessuto acustico propriamente bucolico, il cui intento è quello di sorreggere l'ascoltatore con estrema delicatezza trascinandolo lentamente verso un Eden figurato, in sostanza una terra di mezzo tra le caratteristiche della stessa Mitchell e l'arcano candone di Anne Briggs (la già citata opening track e l'ammaliante "Dolphin"), si sovrappone la volontà di sciogliersi attraverso un rituale percussivo puntualmente composto, come nel caso dell'ipnotica "Sandy Toes", con i suoi carezzevoli bonghi e la dodici corde a stuzzicare l'anima. Tale dispersione esoterica raggiunge il suo punto più alto nei quattro minuti e mezzo della title track. A un inizio docile e aggraziato si contrappone un improvviso cambio di rotta, attuato verso la fine del primo minuto. È una caduta brusca verso l'ignoto alla stregua di un'Alice che precipita incredula nel buco del bianconiglio, prima di imbattersi nel paese delle meraviglie.

Il mood intimista e arcadico prosegue nel migliore dei modi nelle tante ballad sparse nell'album: dall'amorevole "Hey, Who Really Cares?", l'unica traccia del lotto scritta con il compositore e sassofonista Oliver Nelson, passando alla deliziosa "Morning Colors", di certo il momento più mitchelliano dell'opera, cui segue "Porcelain Baked Cast Iron Wedding", sorta di omaggio incondizionato al Tim Buckley degli esordi, fino a "Delicious" che chiude i battenti riprendendo lo spirito vagamente fatato della prima parte del disco, in un giro acustico che richiama il lento e focoso battito d'ali di un angelo giunto per qualche istante sulla terra solo per apprezzarne i tratti più nobili.

"Parallelograms" riceverà pochissimi e sparuti elogi, e la Perhacs tornerà a lavorare come igienista dentale per i quarantaquattro anni successivi, prima di tornare sulle scene con "The Soul Of All Natural Things" nel 2014, su acclamazione e richiesta di mezzo universo indie (la produzione Asthmatic Kitty targata Sufjan Stevens ne è la dimostrazione). Nel mezzo di questo lunghissimo e assordante silenzio spunteranno solo una cover di "Hey, Who Really Cares?" ad opera dei mitici Whispers e un sample di "Chimacum Rain" estrapolato da Scott Herren, aka Prefuse 73, nel bellissimo "Surrounded By Silence".
Troppo poco per un'opera da scoprire e riscoprire. Del resto, non è mai troppo tardi per abbassare il velo e contemplare la bellezza nelle sue forme più alte.

(14/08/2016)

  • Tracklist
  1. Chimacum Rain
  2. Paper Mountain Man
  3. Dolphin
  4. Call of the River
  5. Sandy Toes
  6. Parallelograms
  7. Hey, Who Really Cares?
  8. Moons and Cattails
  9. Morning Colors
  10. Porcelain Baked Cast Iron Wedding
  11. Delicious
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