Low

I Could Live In Hope

1994 (Vernon Yard) | slo-core

Nativo di Duluth, Minnesota, negli anni 60 con una serie di opere eccezionali diviene il più importante cantautore della storia del rock... No, questa è un'altra storia, ma non del tutto. Concittadini dell'indomabile accusatore-aizzatore, i Low condividono con Bob Dylan la capacità di scrivere canzoni. L'affermazione può apparire semplicistica e l'accostamento irriverente, oltre che musicalmente fuorviante, ma proviamo a spiegare. I Low posseggono il carattere archetipico che è insito nei geni dei più grandi songwriter americani, quello di riuscire a penetrare e colpire l'animo umano con semplici canzoni di musica rock. L'universo dei Low è quello di un tempo che ha partorito superbi esempi di solipsismo musicale (Smog, Palace Music, Magnetic Fields); la canzone, quindi, come esteriorizzazione della propria soggettività, del proprio modo di vivere gli eventi, delle proprie sensibilità a volte violentate dalla superficialità del sentire altrui, resa nel loro caso sì dai testi, ma ancor più da un umore generale costantemente depresso e depressivo, figlio dei salmi dei grandi sacerdoti dell'umana desolazione in musica (Neil Young, Nick Drake, Joy Division, Swans).

I Low sono i poeti dell'infinita tristezza, della prostrazione acuta e irreversibile. La contestualizzazione della loro opera all'interno di un microcosmo, quello dello slo-core e della psichedelia anni Novanta, dove l'ostinazione nella ricerca di un sound atmosferico ha spesso penalizzato l'attitudine a scrivere grandi canzoni (ove ve ne fosse la capacità), rende esplicita la grandezza di un gruppo che ha saputo coniugare entrambe le istanze. L'arte dei Low può essere goduta sia dagli amanti dei cantautori più depressi e dimessi, sia dai cultori delle forme psichedeliche più allungate e oniriche. I Low hanno quasi sempre scritto canzoni, per quanto dilatate, grandi canzoni, per quanto a volta complesse, ma con quegli elementi di reiterazione caratteristici delle forme musicali pop-olari.

"I Could Live in Hope" rappresenta il tassello più affascinante della loro liturgia della sofferenza, perché possiede la capacità di non essere innocuo nella sua semplicità, ma anche l'urgenza espressiva di un "Goodbye and Hello" (Tim Buckley) o di un "Five Leaves Left" (Nick Drake). Un'eruzione di lava sonora pura e inviolata, all'interno di un universo musicale dove l'indie rock americano, dopo aver trovato affermazione commerciale nel grunge, stava iniziando (o forse continuando) a tramutarsi in forme più oltranziste, avant, sperimentali(iste, a volte) e post(rock, pop), contaminando se stesso con elettronica, kraut-rock, progressive, free jazz.

Ogni canzone di "I Could Live in Hope" è un rituale funebre; vocalizzi, giri di basso e riverberi chitarristici, per quanto minimali, si combinano in strutture armoniche fluide e relativamente facili da metabolizzare. La lentezza, ereditata dai Codeine, è il codice che rende queste composizioni di un'intensità sconvolgente. Siamo, infatti, a un altro livello rispetto a Galaxie 500, Idaho o anche semplicemente Cowboy Junkies. Laddove le languide melodie di questi conducono in paesaggi attraversati da fiumi di nostalgia, le canzoni dei Low ipnotizzano l'ascoltatore e ne violentano l'anima a sua insaputa; è una musica che fa male, capace sì di evocare la volta celeste, ma anche di far sanguinare il cuore. La musica dei Low è Tim Buckley e Neil Young contemporaneamente, sono i Joy Division che straziano le atmosfere dei Mazzy Star, è il cielo che avviluppa la terra; è la musica subsonica più assordante che ci sia.

Descrivere nel particolare le canzoni di "I Could Live in Hope" è esercizio arduo, perché solo dall'ascolto è possibile carpirne l'essenza e la potenza taumaturgica. Il disco è un capolavoro nella sua interezza, praticamente perfetto nella sua imperfezione da opera prima. Una linea di basso minacciosa, ma tenue allo stesso tempo introduce la prima "poesia"; "Words" si trascina per oltre 5 minuti, sorretta da un'abulica melodia alla Galaxie 500 e dalla voce evocativa di Sparhawk, che pur non essendo particolarmente dotato, riesce a conferire al flusso sonoro una carica emozionale rilevante. In "Fear" il canto congiunto, quasi corale, di Sparhawk e della Parker va a costruire un'atmosfera sognante alla Mazzy Star, che si interrompe però bruscamente, squarciata da un ritornello declamato con l'austerità degli Swans. "Slide" è il capolavoro vocale di Mimi Parker; il suo canto delicato e avvolgente è capace di ipnotizzare l'ascoltatore, guidandolo verso destinazioni ultraterrene. Lo stile vocale della Parker è un incrocio molto suggestivo tra Tim Buckley e Hope Sandoval, Grace Slick e Margo Timmins; ciò che ne risulta è una sorta di sussurro etereo che ha la stessa qualità evocativa del vagito celestiale di Elizabeth Fraser. "Lullaby" è una dolorosa ballata di circa dieci minuti che inizia lentamente, ma che aumenta il proprio ritmo non tanto per effetto della batteria o del basso, ma delle chitarre, che sembrano rincorrersi tra loro, disegnando, contemporaneamente, un intreccio melodico alla "Picture of You" (The Cure).

I Low hanno continuato a realizzare album eccezionali, anche più sperimentali, ma il pugno di canzoni contenute in "I Could Live in Hope" continua a emanare un afflato poetico capace di commuovere, tanto intenso da non poter essere più replicato. Lasciatevi cullare dalle ninnananne dei Low, e potreste scoprire stanze nascoste della vostra anima e sensibilità che non sapevate di possedere. Che bella cosa la musica rock...

(01/11/2006)

  • Tracklist
  1. Words
  2. Fear
  3. Cut
  4. Slide
  5. Lazy
  6. Lullaby
  7. Sea
  8. Down
  9. Drag
  10. Rope
  11. Sunshine
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