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"C'è sempre un po' di follia nell'amore, ma
c'è sempre un po' di ragione, nella follia" (F.W.
Nietzsche) "The Madcap Laughs", il primo
lavoro solista di Syd Barrett, è un disco
folle e vivo, una fusione fredda di colori e svolazzi di genio, un'inquieta serenata
al demone dell'imperfezione. Per gli standard di oggi, insomma, una bestemmia
insostenibile, un pugno in un occhio anche per il più coraggioso dei discografici.
Infatti lo ritroviamo pressoché relegato ai margini del cono di luce, preda
di un culto diffusissimo ma poco visibile, a cui i grandi media concedono giusto
uno scodinzolio interessato nelle ricorrenze più brucianti (o peggio ancora
in occasione di odiosi e improbabili scoop sul cittadino privato Syd
Barrett). Un disco apparentemente sconfitto ma in realtà vivissimo,
forte di sonorità ora scheletriche ora complesse anche in virtù
dell'impressionante parterre di musicisti, dai floydiani
Roger Waters, Richard Wright e David Gilmour (anche produttore, assieme a Malcolm
Jones), ai canterburiani Robert Wyatt, Hugh Hopper
e Mike Ratledge (tutti e tre nei Soft Machine), più Willie Wilson (versatile
drummer degli psichedelici Quiver). C'è dunque incanto
e magia sin dall'iniziale "Terrapin", un country folk scivoloso e sornione:
morbidi riccioli di chitarra elettrica a circoscrivere gli angoli del sogno, quella
acustica a grattare l'indolenza del ritmo, il contorno di un ritornello-filastrocca
che s'accende e s'impenna con l' incanto comico e sgraziato di un mulo. Le più
eclatanti meraviglie cominciano però subito dopo, con i fuochi d'artificio
di "No Good Tryng" (un drumming anarchico, il basso globoso, l'organo
spaziale) e l'impeto vaudeville di "Love You" (il far west delle convenzioni,
con Syd Barrett svagatissimo e un fenomenale piano
da saloon). Era completamente pazzo, il nostro diamante?
Più o meno, ma intanto "No Man's Land" fa incontrare con inesorabile
semplicità la sporca controepica urbana dei Velvet
Underground e la (stra)visione psichica di Byrds
e 13 th Floor Elevator, mentre con un triplo avvitamento carpiato la successiva
"Dark Globe" si offre nuda nel proprio fragile splendore acustico, come
un amore che non conosce forma e legge, come se un angelo ubriaco cantasse sull'orlo
dell'inferno. "Here I Go" caracolla su una flebile
struttura boogie-jazz che non teme di concedersi un chorus dal vibrante afflato
beat: un pezzo dalle sembianze innocue, quasi amichevoli, che infine si stampa
nell'anima come una malattia perniciosa. A far da spartiacque tra un lato e l'altro
(come al solito, si fa per dire) pensa la fantasmagorica "Octopus",
il centro tumultuoso del caleidoscopio, la matematica miracolosa del genio, la
tracotanza dei versi che si risolvono in ritornelli repentini, prodigiosi, disinvoltamente
aggettati sull'imperfezione sistematica della struttura (l'attrito delle timbriche,
il timing incerto, l'uso ingenuo e straripante della stereofonia.). Dopo
tutto ciò, il breve madrigale dark di "Golden Hair" stupisce
per limpidezza e misura, con il profondo lirismo della voce (solo un po' svagata),
la solennità della chitarra acustica, il palpitante svolazzare dei timpani
e una presenza quasi inavvertibile ma decisiva dell'organo (come schiacciato al
livello del terreno). Lo stesso organo che scava tunnel psichedelici nei padiglioni
auricolari in "Long Gone", dove due trame di canto si intrecciano distanziate
da un'ottava di scanzonato delirio (che ai Pink Floyd
del dopo "Piper",
così oniricamente blues, drammaticamente pop e sapientemente cool, sarebbe
sempre mancato). Chissà cosa ne penserà invece Bob
Dylan di un folk dissanguato come "She Took A Cold Long Look", folk
che dimentica - sprezzante e cristallino - la propria fisiologica missione affrancatrice
e diventa polpa d'anima esterrefatta, sguardo stupito e disincantato sul mondo
dei sogni, come nell'incredibile "Feel", destrutturato e vibrante pastiche
country-folk che d'un tratto decolla verso lidi di fantasia toccante, dove batte
il cuore stesso delle sensibilità più inafferrabili. Botti
finali a cura della sguaiata "If It's In You" (poco più di un
demo, con le sue brave partenze sbagliate e la velleità di arrivare subito
sul cocuzzolo dell'emozione) e della conclusiva "Late Night" (slide
miagolanti in lontananza, una nervatura acidissima di chitarra e batteria, il
canto trattenuto su registri bassi e vellutati, la melodia che rimane sospesa
su una ridda di ipotesi indefinibili e prodigiose). Nei miei sogni di irrimediabile
adolescente, renitente al richiamo della testa sulle spalle, un ancor magro e
capelluto Syd Barrett jamma senza posa con il gemello
d'oltreoceano Alexandre "Skip" Spence: idee lancinanti senza padre né
madre, voci tarantolate e vaghe, il sorriso dell'intelligenza istintiva, l'ondeggiare
ritmico delle folte chiome come una reciproca approvazione... E niente da rimpiangere,
nessuno che se ne sia andato (svanito, perduto) e che vorrei fosse ancora qui.
Recensione di Nello Giovane - IAMR

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