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Home / Pietre Miliari / Syd Barrett - The Madcap Laughs


Tracklist

1. Terrapin

2. No Good Trying

3. Love You

4. No Man's Land

5. Dark Globe

6. Here I Go

7. Octopus

8. Golden Hair

9. Long Gone

10. She Took A Long Cold Look

11. Feel

12. If It's In You

13. Late Night

 Autore:SYD BARRETT
Titolo:The Madcap Laughs
Anno: 1970
Genere:psychedelic-rock
Etichetta:Harvest
 
 

"C'è sempre un po' di follia nell'amore, ma c'è sempre un po' di ragione, nella follia"

(F.W. Nietzsche)

"The Madcap Laughs", il primo lavoro solista di Syd Barrett, è un disco folle e vivo, una fusione fredda di colori e svolazzi di genio, un'inquieta serenata al demone dell'imperfezione. Per gli standard di oggi, insomma, una bestemmia insostenibile, un pugno in un occhio anche per il più coraggioso dei discografici. Infatti lo ritroviamo pressoché relegato ai margini del cono di luce, preda di un culto diffusissimo ma poco visibile, a cui i grandi media concedono giusto uno scodinzolio interessato nelle ricorrenze più brucianti (o peggio ancora in occasione di odiosi e improbabili scoop sul cittadino privato Syd Barrett). Un disco apparentemente sconfitto ma in realtà vivissimo, forte di sonorità ora scheletriche ora complesse anche in virtù dell'impressionante parterre di musicisti, dai floydiani Roger Waters, Richard Wright e David Gilmour (anche produttore, assieme a Malcolm Jones), ai canterburiani Robert Wyatt, Hugh Hopper e Mike Ratledge (tutti e tre nei Soft Machine), più Willie Wilson (versatile drummer degli psichedelici Quiver).

C'è dunque incanto e magia sin dall'iniziale "Terrapin", un country folk scivoloso e sornione: morbidi riccioli di chitarra elettrica a circoscrivere gli angoli del sogno, quella acustica a grattare l'indolenza del ritmo, il contorno di un ritornello-filastrocca che s'accende e s'impenna con l' incanto comico e sgraziato di un mulo. Le più eclatanti meraviglie cominciano però subito dopo, con i fuochi d'artificio di "No Good Tryng" (un drumming anarchico, il basso globoso, l'organo spaziale) e l'impeto vaudeville di "Love You" (il far west delle convenzioni, con Syd Barrett svagatissimo e un fenomenale piano da saloon).

Era completamente pazzo, il nostro diamante? Più o meno, ma intanto "No Man's Land" fa incontrare con inesorabile semplicità la sporca controepica urbana dei Velvet Underground e la (stra)visione psichica di Byrds e 13 th Floor Elevator, mentre con un triplo avvitamento carpiato la successiva "Dark Globe" si offre nuda nel proprio fragile splendore acustico, come un amore che non conosce forma e legge, come se un angelo ubriaco cantasse sull'orlo dell'inferno.

"Here I Go" caracolla su una flebile struttura boogie-jazz che non teme di concedersi un chorus dal vibrante afflato beat: un pezzo dalle sembianze innocue, quasi amichevoli, che infine si stampa nell'anima come una malattia perniciosa. A far da spartiacque tra un lato e l'altro (come al solito, si fa per dire) pensa la fantasmagorica "Octopus", il centro tumultuoso del caleidoscopio, la matematica miracolosa del genio, la tracotanza dei versi che si risolvono in ritornelli repentini, prodigiosi, disinvoltamente aggettati sull'imperfezione sistematica della struttura (l'attrito delle timbriche, il timing incerto, l'uso ingenuo e straripante della stereofonia.).

Dopo tutto ciò, il breve madrigale dark di "Golden Hair" stupisce per limpidezza e misura, con il profondo lirismo della voce (solo un po' svagata), la solennità della chitarra acustica, il palpitante svolazzare dei timpani e una presenza quasi inavvertibile ma decisiva dell'organo (come schiacciato al livello del terreno). Lo stesso organo che scava tunnel psichedelici nei padiglioni auricolari in "Long Gone", dove due trame di canto si intrecciano distanziate da un'ottava di scanzonato delirio (che ai Pink Floyd del dopo "Piper", così oniricamente blues, drammaticamente pop e sapientemente cool, sarebbe sempre mancato). Chissà cosa ne penserà invece Bob Dylan di un folk dissanguato come "She Took A Cold Long Look", folk che dimentica - sprezzante e cristallino - la propria fisiologica missione affrancatrice e diventa polpa d'anima esterrefatta, sguardo stupito e disincantato sul mondo dei sogni, come nell'incredibile "Feel", destrutturato e vibrante pastiche country-folk che d'un tratto decolla verso lidi di fantasia toccante, dove batte il cuore stesso delle sensibilità più inafferrabili.

Botti finali a cura della sguaiata "If It's In You" (poco più di un demo, con le sue brave partenze sbagliate e la velleità di arrivare subito sul cocuzzolo dell'emozione) e della conclusiva "Late Night" (slide miagolanti in lontananza, una nervatura acidissima di chitarra e batteria, il canto trattenuto su registri bassi e vellutati, la melodia che rimane sospesa su una ridda di ipotesi indefinibili e prodigiose). Nei miei sogni di irrimediabile adolescente, renitente al richiamo della testa sulle spalle, un ancor magro e capelluto Syd Barrett jamma senza posa con il gemello d'oltreoceano Alexandre "Skip" Spence: idee lancinanti senza padre né madre, voci tarantolate e vaghe, il sorriso dell'intelligenza istintiva, l'ondeggiare ritmico delle folte chiome come una reciproca approvazione... E niente da rimpiangere, nessuno che se ne sia andato (svanito, perduto) e che vorrei fosse ancora qui.


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