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Real Life

1978 (Virgin) | post-punk, new wave

Shot by both sides. Si sentiva così, stretto tra due fuochi, Howard Trafford “Devoto” nell’Inghilterra del 1978, ancora divorata dalla febbre punk, ma già preda di nuove suggestioni e fascinazioni. Certo l’aveva fatta grossa: mollare i Buzzcocks al culmine del successo abiurando i dettami del punk. Preveggente – visto come sarebbe finita – opportunista o semplicemente curioso? Facile dirlo oggi, col senno del poi, all’epoca fu (quasi) per tutti un tradimento. “Non mi piacciono i movimenti, sono un tipo capriccioso”, aveva confidato all’Nme. E con la stampa inglese si era spinto più in là, definendo “sciocco” l’atteggiamento vandalistico dei punk e facendo sapere di essere “stanco del rumore e a corto di fiato”. Quel marasma di chitarre distorte e ultraveloci annebbiava le sue parole. E le parole – si sa – sono importanti. Tanto più se sei un ex-studente di filosofia e letteratura appassionato di Dostoevskij, che si diletta a scrivere testi un po' più cervellotici della media del periodo. Mettere d’accordo accademia e punk non è impossibile, come in quello stesso anno avrebbero dimostrato anche i Wire dell’immane “Chairs Missing”. Specie se il tutto avviene per il tramite di scienziati dell’ibridazione come Brian Eno e David Bowie. Da loro, oltre che dalle liturgie dissacranti dei primi Stooges, Devoto coglie la scintilla. Il ’77 berlinese di “Low” e “Heroes” non poteva lasciare indifferente uno come lui, irrequieto e annoiato per definizione, sempre a caccia di nuovi stimoli e traguardi. “Gli album di Bowie e Iggy ebbero un impatto enorme su di me”, confesserà l’ex-leader dei Buzzcocks. Ma non c’è discontinuità, il motore è sempre “l’energia negativa”, quella che aveva partorito la rivoluzione del “no future” e che, come racconta Simon Reynolds, per Devoto si traduceva in una “cultura del cambiamento costante”.

Il vizietto, del resto, stava contagiando anche altri antesignani del punk come Stranglers e Ultravox!, decisi a sbarazzarsi della formuletta mandata a memoria per aprire a tastiere e arrangiamenti sofisticati: proprio quei feticci prog che Sex Pistols e compagnia avevano messo al bando. Devoto la pensa come loro e sogna una nuova frontiera, in grado di trasformare il nichilismo in poesia decadente e di centrifugare la spigolosità del punk con l’eccentricità glam di marca Bowie-Roxy Music, ma anche con le paranoie del kraut-rock e il lato più "glaciale" del funk e del soul. Così, mentre "God Save The Queen" deve ancora sconquassare Buckingham Palace, a Manchester Devoto è già uscito dal gruppo. Quello nuovo, i Magazine, nasce da un annuncio affisso nel negozio Virgin di Manchester: “Cercasi musicisti per eseguire e registrare musica veloce e lenta. Mentalità punk non essenziale”. Il prefisso post- era già in quelle righe, ai critici non restava che apporlo.
Nasce così un quintetto: al fianco di Devoto, lo scozzese John McGeoch (chitarra e sassofono), Barry Adamson, futuro Bad Seed, al basso, Martin Jackson alla batteria e Bob Dickinson alle tastiere, presto sostituito con Dave Formula. Proprio quest'ultimo, musicista navigato con trascorsi all’hotel Ritz in un trio di cabaret, è l'elemento-chiave, destinato a formare con Devoto un tandem affiatatissimo anche dal punto di vista compositivo. Formula può vantare il copyright su buona parte del sound del decennio successivo: i suoi vertiginosi, labirintici giri di tastiere diverranno infatti un riferimento costante per waver come Simple Minds, Ultravox e Japan.

“Shot By Both Sides” non può non essere l’inno di questo esordio. Fuoco incrociato, sì, perché se da un lato si rischiava di incappare in epiteti tipo “Punk Floyd” – amichevolmente affibbiato ai Wire dalla stampa integralista dell’epoca - dall’altro c’era anche il rischio di apparire velleitari alle orecchie degli aficionados di quell’art-prog-rock al quale i Buzzcocks avevano fatto lo scalpo e al quale invece i Magazine avrebbero ammiccato senza riserve, soprattutto nel successivo Lp “Secondhand Daylight”. Paradossalmente, proprio “Shot By Both Sides” resta a metà del guado: ancora punk nello spirito – non a caso è firmata da Devoto con Pete Shelley, suo ex-compagno di Buzzcocks – con quell’irresistibile refrain pop immerso in un clima paranoico, tra riff chitarristici da ko, cambi di ritmo e un canto sempre più nevrastenico, fino all'assolo liberatorio di McGeoch, una delle chitarre-simbolo della new wave, con le sue sfumature colorate e stratificate che avrebbero fatto la fortuna anche di Siouxsie & The Banshees. Lo spunto del titolo nasce in realtà da una banale discussione politica tra Devoto e la fidanzata ("Oh, you'll end up shot by both sides", sbottò lei) ma, secondo l’interessante interpretazione di Reynolds, si riallaccia al “principio art-rock secondo cui ciò che davvero conta è lo sforzo individuale di distinguersi”. Proposito coraggioso, in tempi di ideologismo spinto e di polarizzazione dello scontro politico. “Shot By Both Sides” è il rompighiaccio dei Magazine: sale al n. 41 della Uk Chart e si conquista anche le simpatie di John Peel, che lo inserirà tra i suoi singoli preferiti di sempre. Guasterà la festa solo la sconcertante esibizione di Devoto a Top Of The Pops (vedi video a fianco): ricoperto di cerone in viso, resterà praticamente immobile al centro del palco in segno di protesta contro il playback, per la disperazione della Virgin, che vedrà vanificata la storica occasione.

Sull’onda di quel fulminante abbrivio nasce “Real Life”, manifesto di una nuova stagione, quella della synth-wave che spopolerà per quasi tutto il decennio successivo sulle due sponde dell'Oceano.
Canzoni da 4-5 minuti rimpiazzano le schegge del punk, gli arrangiamenti si gonfiano, con piano, synth e sax a dar man forte a una chitarra che – udite udite – si produce anche in assoli. Le prime note dell'iniziale "Definitive Gaze" sono una sintesi precoce di tutto ciò che verrà: basso funk, organo e tastiere sci-fi allestiscono una lambiccata danza per vampiri, in cui pare quasi impercettibile il suono della chitarra, fino al crescendo finale, con i synth modulati a velocità sempre maggiore e la melodia che svanisce. Aleggia l'ombra del pioniere Eno, ma è soprattutto un numero d'alta scuola di Formula, ora novello Mike Garson, col suo pianismo da lounge surreale, ora organista celestiale, ora man-machine con i suoi riff sintetici da androide. "My Tulpa" riporta le chitarre in primo piano, con un lead distorto a sfregiare una partitura d'organo dagli afrori funky, prima di un fulminante assolo di sax alla Mackay; Devoto ci infila un testo delirante dei suoi, dove "Tulpa" è l'amico immaginario dei bambini, invocato sull'orlo di un collasso nervoso ("I want to see you, dont you want to see me?... I've lost my way in my feelings").

L’ex-teppista dei Buzzcocks completa la trasformazione in dandy - seppur surreale, con quel suo volto spigoloso e stempiato, un folletto spiritato e impiastricciato di eyeliner – dando vita a brani che non si vergognano di suonare pomposi, come "Burst", languidamente bowiana, o il tour de force di "Motorcade", quasi sei minuti divisi tra piogge gelide di tastiere, frenetici cambi di ritmo e un assolo di chitarra quasi glam-metal (con un testo che sembra alludere all’assassinio di John F. Kennedy). Anche il suo canto, pur non sorretto da particolari doti tecniche, si fa sempre più incisivo, deviato, paranoide.
C’è però sempre un’ironia tipicamente British a sorreggere l’operazione, come nel balletto meccanico per basso, organo e synth della splendida "The Great Beautician In The Sky", tanto sontuosa nei suoni quanto sardonica nel testo, con Devoto che declama versi come “I don't care to dance/ I don't want to dance/ I'm not going to dance” o “roses are red, violets are blue”.
E se "The Light Pours Out Of Me" esalta soprattutto McGeoch, nei panni di un Manzanera in acido, la conclusiva "Parade" fa scivolare un sax bluesy su fitte muraglie di tastiere e soffici linee di piano, rivelandosi la cosa più vicina a una ballata, con il suo hook "Sometimes I forget that we're supposed to be in love". Non resta molto ad ancorarli al punk, oltre al singolo, forse solo "Recoil": due minuti a nervi tesi, tra ronzii, ritornelli ipercinetici e versi irriverenti ("You scratch my back and I grow claws, falling in love awkwardly").

“Real Life” è il ground zero del post-punk. È il passaggio di testimone dai maestri dell'art(glam)-rock (Bowie, Eno, Roxy Music) a una nuova generazione di musicisti, altrettanto geniali e narcisisti, vogliosi di svecchiare il rock usando il know-how più avanzato a disposizione. La parabola dei Magazine si esaurirà nel corso di pochi anni, salvo poi conoscere la più imprevedibile delle reunion nel 2011, con l’ottimo “No Thyself”. Ma anche quando il fuoco incrociato si fermerà, sarà troppo tardi per i giusti riconoscimenti, sebbene in tanti - da Morrissey a Jarvis Cocker e Thom Yorke - rivolgeranno sentiti omaggi. Come ricorderà il compianto McGeoch, prima di lasciarci nel 2004, “con i Magazine abbiamo aperto una nuova frontiera, abbiamo impostato il tono dei successivi 20-30 anni, ma non abbiamo mai fatto molti soldi”. Il destino crudele dei pionieri.

(18/01/2015)



  • Tracklist
  1. Definitive Gaze
  2. My Tulpa
  3. Shot By Both Sides
  4. Recoil
  5. Burst
  6. Motorcade
  7. The Great Beautician In The Sky
  8. The Light Pours Out Of Me
  9. Parade


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