Mansun

Attack Of The Grey Lantern

1997 (Parlophone) | britpop

Quando si va a scorrere le classifiche di vendita degli anni Novanta ci si stupisce di come quello che allora sembrava un periodo di decadenza, almeno per la musica in grado di parlare al grande pubblico, fosse in realtà ricco di proposte di qualità. Il paragone con un’epoca dal mainstream anestetizzato come la attuale è addirittura impietoso.
La Gran Bretagna in particolare viveva un periodo più che mai florido dal punto di vista musicale, con una serie artisti trasversali ai generi – dal rock più tradizionale alla sperimentazione elettronica – capaci di vendere grandi quantità di dischi e di farlo con prodotti assai ricercati. Capitava così che per due memorabili settimane a cavallo fra il febbraio e il marzo del 1997 si avvicendassero sul trono delle vendite d’Albione l’album omonimo dei Blur e il debutto dei Mansun. Nel giro di qualche mese sarebbe toccato a nomi come Chemical Brothers, Charlatans, Radiohead e Verve. Certo la band più venduta dell’anno furono le Spice Girls, tuttavia l’impressionante serie di nomi citati mostra un paesaggio particolarmente ricettivo verso il pop-rock d’avanscoperta.
L’osservazione di quelle classifiche spiega meglio di qualsiasi analisi sociologica cosa dovesse significare la Gran Bretagna dell’epoca. E spiega come sia possibile che un disco tanto particolare si sia arrampicato fino alla vetta.

Anche se venne anticipato da una serie di singoli, nessuno si aspettava un album come “Attack Of The Grey Lantern”. Perché le varie canzoni che ne diedero assaggio, da sole non riuscivano a rendere l’effetto del disco, in cui tutte le tracce collegate formavano una sorta di suite capace di portare il pop britannico in una nuova era. Un trionfo di architetture barocche e geometrie futuristiche, una sorta di equivalente musicale della fantascienza vittoriana. La critica accolse bene il disco e diversi colleghi si dichiararono ammirati. “A real musical achievement” furono le parole di Ed O’Brien dei Radiohead.
Si tratta, senza mezzi termini, di uno dei vertici del britpop. Si potrebbero tirare in ballo tutti e nessuno per descriverlo. L’amore dichiarato del cantante Paul Draper per Prince ha spinto spesso paragoni col genietto di Minneapolis, che tuttavia si esauriscono in qualche falsetto e nel perfezionismo in sala d’incisione. Il carattere orchestrale e la spinta ballabile di alcuni pezzi ha fatto ipotizzare gli Abc di “The Lexicon of Love”, mentre il tema che lega i vari brani, la storia dell’eroe fittizio The Grey Lantern, profuma di anni Settanta, durante i quali sia il glam, sia il rock progressivo tentarono operazioni simili a livello concettuale. Tuttavia è impossibile trovare un preciso precedente sonoro all’opera.
Ogni canzone è un dedalo di arrangiamenti strumentali e vocali, l’ascolto genera un senso di sospensione che non si ritrova spesso nella musica del periodo, né dopo visto che quasi nessuno ha tentato di seguirne la strada (a meno di non andare a ripescare i Gay Dad del dimenticato “Leisure Noise”, gemma giunta nel 1999, a britpop ormai in fase di decomposizione).

La scaletta si apre con “The Chad Who Loved Me”, che lascia dipanare uno zuccheroso tema orchestrale e mette subito in mostra il lato nerd di Draper: prima che entri la sezione ritmica viene infatti spontaneo – non solo a causa del titolo – il paragone con la colonna sonora di “The Spy Who Loved Me”, decimo film della serie di James Bond. Dal testo emerge invece un’altra ossessione del cantante, la religione, che presenzierà in maniera ancor più evidente nel successivo album, “Six”. Le parole non descrivono una situazione precisa, me evocano sensazioni sgradevoli e le collegano alla figura di Cristo: “And you can't deny, that your shit just tastes as sweet as mine, sweet Jesus”. La voce si contorce sommersa da orchestra e chitarre spaziali, introducendo una delle costanti del disco: il sommarsi di più linee di canto, una deformata da appositi filtri, l’altra in falsetto, nessuna delle quali mai completamente nitida. Il mimetismo della voce nell’impalcatura circostante la rende quasi uno strumento aggiunto e spiega bene la diversità timbrica che la produzione cerca di attribuirle nel corso dell’opera.
“Mansun’s Only Love Song” è un altro tripudio di archi e falsetti, su una base che questa volta non disprezza scratching, tastiere, sibili e beat elettronici. È però nella successiva “Taxloss” che emerge tutta la complessità del disegno di Draper. Sin dal testo, manifesto sullo sfruttamento dei musicisti da parte delle major, che mette in scena un teatrino decadente fatto di marionette e personaggi ruffiani (“We think you are stupid, we give you money […] We'll sell you down the river, just remember that we said we'd deliver you”). La musica è un balletto psichedelico che inizia citando alcuni degli stereotipi della pop-rock britannico (il battito di “Tomorrow Never Knows” dei Beatles, i cori lisergici di “Dandelion” degli Stones), prima di partire per la tangente in un affastellarsi di distorsioni, programmazioni e disturbi elettronici, culminando in una coda dance degna di un rave. Il memorabile video legato al brano vedeva i membri della band lanciare in aria venticinquemila sterline all’interno della stazione di Liverpool Street e registrare le reazioni dei passanti. Erano i soldi che la casa discografica aveva concesso loro per le riprese.

Dopo la breve “You… Who Do You Hate?”, arriva il brano più famoso dei Mansun, “Wide Open Space”. È il primo pezzo in cui la voce di Draper appare nitida e può mostrare in pieno tutto il suo dinamismo, un inno space-pop introdotto da un arpeggio acustico, che si gonfia in seguito all’ingresso di dense armonie vocali (verso il finale spunta anche un “la la la” di stampo lirico) e labirinti elettrici. Il lavoro del chitarrista Dominic Chad è impressionante, fra muscolose progressioni ritmiche, rifrazioni di suono che rimbalzano da una cassa all’altra e una serie di riff dalle tonalità acute che sarebbero divenuti in breve suo marchio di fabbrica. Il testo, commovente metafora sulla solitudine, vede il protagonista smarrirsi in uno spazio gelido e sconosciuto.
“Stripper Vicar”, feroce vignetta di humor britannico, narra la storia di un prete segretamente innamorato del travestitismo e la sfrutta per attaccare l’ipocrisia di certe istituzioni (“I was worried so I went to see the vicar, but before I could confess he first confessed to be a stripper”). Se parte della musica asseconda l’aggressività delle parole, con il chiassoso pattern di batteria dal sapore danzereccio e le chitarre roboanti, parte sembra allontanarsi, a causa dei cori malinconici e del tono tragico di Draper nel ritornello. Un tale contrasto di emozioni all’interno di un solo brano spiega bene le capacità evocative dei Mansun.
“Disgusting” porta questo gioco di opposti all’estremo. Se strutturalmente è una ballata acustica segnata da voci sognanti e delicate, il testo è costituito da una serie di insulti contro un personaggio ignoto. All’ascoltatore non è dato sapere il motivo di tanto livore, Draper vomita in maniera del tutto gratuita (“You've been disgraceful, it's so regretful, you're disgusting”) e il pezzo assume un contorno da commedia grottesca visto il contesto musicale, quasi idilliaco.

Nell’ibrido dance-rock di “She Makes My Nose Bleed” affiorano gli Happy Mondays, ma anche se non è il brano più originale del disco, è sicuramente uno di quelli di maggior impatto, sia per la melodia vincente, sia per il titolo e l’abbinamento con la cocaina che venne naturale a molti ascoltatori. Benché Draper abbia sempre negato questa interpretazione, anche una frase come “Bring her on down from heaven” sembra spingere in quella direzione.
“Naked Twister” è un crescendo lento e sofferto, mentre “Egg Shaped Fred” è uno dei momenti più contagiosi, con il suo coretto incessante e il canto di Draper mai così sguaiato. Non sono però che un antipasto verso la mastodontica “Dark Mavis”, otto minuti di barocchismi e prelibatezze in accumulo, fra chitarre, pianoforte, hand clapping, orchestra e cori da spiritual.
Il disco sembrerebbe terminare qui, ma se si lascia scorrere il lettore spunta una ghost track, “An Open Letter To The Lyrical Trainspotter”, che è peraltro fra i momenti migliori dei Mansun. Draper inizia descrivendo un ragazzo androgino che si trova a disagio nell’ambiente scolastico, poi all’improvviso devia verso un ritornello metatestuale in cui dichiara che le sue parole non hanno pretese e non vanno prese sul serio, ponendo così un grosso interrogativo sull’intero album. “The lyrics aren't supposed to mean that much, they're just a vehicle for a lovely voice”. Dopodiché entrano una serie di assoli bislacchi e dissonanti, che proseguono fino a che il brano non si spegne.

“Attack Of The Grey Lantern” non è di certo un disco che ha cambiato le sorti della musica. Se non fosse stato pubblicato, il rock avrebbe avuto lo stesso identico andamento. Ma avrebbe anche un capolavoro in meno, perché non sono molte le volte in cui è riuscito a coniugare così bene musica al contempo intricata e orecchiabile a testi tanto significativi.
Per approfondire le vicissitudini della band e il seguito della loro storia – altrettanto meritevole di interesse – rimandiamo alla scheda presente nel sito.

(01/03/2015)

  • Tracklist

1. The Chad Who Loved Me
2. Mansun's Only Love Song
3. Taxloss
4. You, Who Do You Hate?
5. Wide Open Space
6. Stripper Vicar
7. Disgusting
8. She Makes My Nose Bleed
9. Naked Twister
10. Egg Shaped Fred
11. Dark Mavis
12. An Open Letter To The Lyrical Trainspotter (ghost track)



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