Marianne Faithfull

Broken English

1979 (Island) | songwriter, new wave

Londra, 1979: i tempi della Swinging London erano ormai passati da un pezzo, il punk aveva già spazzato via molte certezze e la lunga ombra del decennio thatcheriano stava per stendersi su tutto il Regno Unito. Per le strade e i sobborghi della capitale si aggira una figura solitaria: in pochi azzarderebbero di potersene ricordare, ma quel volto un tempo aveva conosciuto grande fama. La dolce, sbarazzina Marianne, il dramma di un'infanzia difficile serbato nel profondo del cuore.... Con la chitarra in spalla e quella voce di seta, da fare invidia a Shirley Collins e Vashti Bunyan, aveva stregato una nazione intera. Come biasimare Mick Jagger, se la volle al suo fianco come musa e compagna? Come d'altronde, se da quella magica intesa sortì fuori “As Tears Go By”, uno tra i più indelebili anthem di quella straordinaria stagione?
Già, quella stagione, ormai appartenente a un passato quasi mitico, a una favola spazzata via come la più irreale delle menzogne. Altre preoccupazioni avevano preso il posto di quella strepitosa ondata d'ottimismo, nuovi eroi avevano rimpiazzato senza grossi complimenti i simulacri sbiaditi di un'epoca ormai dissoltasi nella polvere. L'oblio, forse pena anche peggiore di una voluta damnatio memoriae, coprì con la sua cappa opprimente gran parte delle facce, delle voci simbolo di un grande periodo.

La dolce, sbarazzina Marianne.... Proprio lei, a diventare una delle vittime più illustri. Un eclissarsi dalle scene che ha il sapore della tragedia greca: continue traversie, un figlio cui ha dovuto rinunciare presto, una dipendenza da eroina fuori ogni controllo, i vicoli di Soho come suo unico rifugio. Un sipario calato troppo all'improvviso, a un passo dal più nefasto dei capolinea: linea costantemente flirtata, rievocata, forse pure desiderata, nell'intimo di un'esistenza a cui mancava un senso, una direzione da seguire.
Ma in fondo quella tenacia, quella benedetta, non aveva smesso di ardere. Sotto quelle braci, spazzando via la cenere, bruciava ancora il fuoco pulsante di un'anima bramosa di far sentire la propria voce, strappata troppo presto al suo contesto più naturale. Se una pregevole, quanto interlocutoria, raccolta di cover a metà anni 70, “Dreamin' My Dreams” (che nella vicina Irlanda arriverà inaspettatamente al successo), lasciava intravedere i primi segnali di rinascita, la vita aveva in serbo per lei un riscatto insperato, eccezionale. A voler divertirsi con i segnali e le simbologie, non si stenta a credere che con quel cognome il tutto assuma dei contorni alquanto illuminanti.

Ed ecco lo strattone improvviso, il colpo di scena che ribalta un pronostico atteso: nuovi ambienti, nuove frequentazioni (David Wilkie dei Fleetwood Mac tra gli altri, ma soprattutto Barry Reynolds e Steve Winwood: la penna e la chitarra del primo, e le tastiere del secondo, si riveleranno fondamentali collaboratori) e per ultima una rivoluzione in procinto di scoppiare, scuotono dal torpore una coscienza annebbiata, instillano passione là dove pure insensati programmi di riabilitazione avevano fallito. Ben avrà da dirne Marianne, nelle sue celebri memorie, che il punk l'ha salvata, sottratta alla propria miseria. Ne vive infatti la stagione con grande intensità e trasporto: pregustato già assieme a protagonisti assoluti dell'epoca (Ben Brierley dei Vibrators al suo fianco), ingerito come la più salvifica delle medicine, sarà proprio esso a catapultarla nuovamente nei discorsi artistici di rilievo, a spostarla di peso dai trafiletti commemorativi delle star che furono.
Un palcoscenico-polveriera, insomma, uno scandaloso e affascinante pandemonio che si rinnovava a velocità mai viste, a proporre nuovi modelli di riferimento ogni settimana: il quadro più stimolante per rimettersi in gioco, con un contratto nuovo di zecca con la Island Records per archiviare in soffitta polverose interpretazioni d'antan e gettarsi nella mischia con entusiasmo rafforzato. Ma soprattutto con un inglese appena masticato, sputato a fatica, coraggiosamente spezzato: pare proprio la sua stessa prosopopea, condividere le sue stesse sofferenze, il titolo del disco che sancì la definitiva artistica rinascita della Faithfull. Da lì in poi, niente sarebbe stato più lo stesso.

Già quella copertina, quella sigaretta accesa a prendersi tutto lo spazio a disposizione, lo sguardo rintanato dietro il braccio, quel blu elettrico, a schiarire il profilo del volto in un violento gioco di contrasti, appartiene di diritto alla categoria dei classici. Non servirebbe altro: rispetto all'eleganza barocca dei tardi Sessanta, Marianne si propone in vesti tangibilmente diverse. D'altronde, quegli schiaffi in faccia, quel tormentato autolesionismo non potevano passare senza lasciare traccia. E quale sorpresa, a chi se l'è ritrovata anni dopo le sue fulminanti apparizioni giovanili, ascoltare quella voce.
Esatto, quella voce: inizio e fine di ogni tormento, parabola di una vita votata all'autodistruzione, lascito di dipendenze e abusi che squarciarono senza scrupoli quell'incantevole velo di seta. Ma che se ne fa della seta chi è abituato al freddo lastricato? Che se ne fa chi, alla religione del lusso contrappone invece un secco e indiavolato “What are you fighting for?” in un'iconica, aggressiva title track (difficile dimenticarsi quel tiro di chitarra, courtesy of Barry Reynolds), scagliandosi contro l'ondata di terroristi che perseguitò per anni l'Europa intera? Niente, la rigetta come carta straccia: le sue macerie, le rovine di un passato che fu, parlano ormai una lingua totalmente diversa. Il dramma è suo amico per la pelle, e gli scatti isterici di chitarra, basso e synth nuove frecce al suo arco. Che ci pensino altri, ai castelli in aria.

Qui si cavalca con indomito coraggio sopra la nuova onda, se ne respira l'ebbrezza a pieni polmoni. E poco male, se questa stessa si dirige spasmodicamente alla ricerca di un'altra dose, volge tutte le sue attenzioni all'eterno rituale dell'oblio. A nulla serve rammentarsi che sì, non c'è alcuna fretta: “You want the power, you need the glory”, gracchi tra te e te, questo è quello di cui hai bisogno. La pura e cruda realtà, uno scarno ed efficacissimo arrangiamento punk ad avvalorare il tutto: quante “Heroine” erano già state scritte, passate con indifferenza sotto i ponti della memoria. Ma qua tutto è diverso, con quella voce rugosa, aspra, pungente, a dare un tocco di femminea visceralità alla tematica dell'abuso.
Una donna, sì: non c'era però l'aura sacerdotale di una Patti Smith, non la sacralità fuori dal tempo di una Nico, a poterla riscattare dal marciume circostante, a rendere più appetibili i suoi attacchi alla società, le sue scandalose esperienze personali. Ma è quell'acume a rendere, tra le altre cose, irripetibili tirate contro la religione (“I feel guilt, I feel guilt, though I ain't done nothing wrong I feel guilt”, dichiara con spassionata semplicità in “Guilt”, il sodalizio con Reynolds a produrre un altro gioiello di grande classe wave), a sublimare la voglia di evasione di una Lucy Jordan qualunque, facendola coincidere con il suo passato, l'avversione a un mondo a cui sembra non esserci fuga.

E sarà proprio questo brano qui, questa commossa e commovente “Ballad Of Lucy Jordan” (rilettura di un pezzo all'origine interpretato dai Dr. Hook), a spianare la strada al culto di “Broken English”. Rilasciato in contemporanea all'uscita dell'album, con un modernissimo e fascinoso arrangiamento synth-folk a introdurla (e a ricordare a Kate Bush che i semi della sua “Heads We're Dancing” erano già stati piantati dieci anni prima), la canzone fu destinata entro breve a continui rimaneggiamenti e cover. Curioso, essa stessa nuova interpretazione dell'originale dei Dr. Hook, e destinata poi a figurare pure in una pellicola cult quale “Thelma & Louise”. Ma in fondo, la stazza da interprete non aveva mai smesso di brillare.
Con quella voce splendidamente sciupata, ad aver perso un'ottava ma ad aver guadagnato nuove sfumature, la caratura della fu “North Country Maid”, dell'eterna sognatrice, acquisiva anzi un vigore insolito, diverso, che la rendeva quasi una maleducata riot-grrrl ante litteram. I particolari emotivi assumono nuova valenza, i pieni e i vuoti un'importanza accresciuta, a sottolineare le stesse tematiche dei testi. Lo standard lennoniano “Working Class Hero” nelle mani della Faithfull diventa ben più che un “semplice” inno di protesta alle differenze di classe. Quella chitarra che cresce di secondo in secondo, la voce di Marianne ora a sparire tra le sue maglie e un istante dopo ad annichilirla con i suoi fulminei scatti d'impeto, una tensione che si sfalda e si ricompone in continuazione: non soltanto un tributo a quei ruggenti anni Sessanta vissuti in prima linea, ma un'epoca che rivive, parla da pari a pari con il presente, sfidandone convenzioni e approcci. La migliore vendetta a chi voleva dare per morte le vecchie glorie.

Glorie che il tempo ha reso anzi più insolenti, più sfacciate che mai: convinto con successo il poeta Heatchote Williams a non affidare il suo testo a una Tina Turner che non avrebbe mai accettato di esporsi versi di simile portata, la Faithfull lascia come ciliegina della torta la più scandalosa, libidinosa delle confessioni. Sì, una “Why'd Ya Do It?” il cui effetto fu, manco a dirlo, immediato: lo stacco reggae del pezzo ad ammorbidire le asperità hard-rock della chitarra, le tastiere a ricamare una vaga psichedelia di contorno, non erano altro che il veicolo, il tramite di una scabrosità che fece indignare d'un colpo tutte le responsabili del settore produzione della Island.
Vaglielo a spiegare, come sia possibile parlare di fellatio e infedeltà maschile con così tanta facilità, ribaltando tutto d'un tratto ogni prospettiva comunemente accettata; vaglielo a spiegare, che certi modelli non avevano più alcun senso, per chi al finto perbenismo da brava ragazza non aveva mai dato neanche una chance. Ma tanto bastò per sollevare un polverone immane: non si era mai sentita tanta tracotanza verbale, tante esplicite dichiarazioni sessuali da quel gentil sesso che nella testa di molti doveva attenersi a ben altre tematiche: in Australia, addirittura se ne vietò a stampa su disco. Ben prima delle provocazioni di Veronica Ciccone, già altre signore avevano provveduto a destabilizzare criticamente il sentir comune.

E qui si fonda il successo artistico di “Broken English”. Ancor prima che eccellente raccolta di canzoni, ancor prima che esempio di formidabile conversione al nuovo verbo wave, il disco è manifesto di un diverso modello di artista e interprete, di donna fiera e combattiva che nei suoi problemi, nelle sue angosce, scorge un'opportunità, piuttosto che uno scoglio. L'opportunità di presentarsi senza filtri, di esporre il proprio vissuto nella maniera più diretta e verace possibile, di rendere palese un approccio più passionale, più conturbante, alla femminilità. Pace se i benpensanti si voltarono sdegnati. C'è vita in questo disco, prima di tutto. Il resto è sua naturale conseguenza.

P.S. Si ringrazia Alessandro Liccardo per i preziosi suggerimenti.

(22/12/2013)

  • Tracklist
  1. Broken English
  2. Witches' Song
  3. Brain Drain
  4. Guilt
  5. The Ballad Of Lucy Jordan
  6. What's The Hurry?
  7. Working Class Hero
  8. Why'd Ya Do It?


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