Matt Elliott

Drinking Songs

2005 (Ici d'Ailleurs) | sad-folk, alt-folk

Stavo cercando di parlarvi ma non mi sentivate, stavo cercando di spiegarvi ma non mi ascoltavate, allora ho scritto ma nessuno capiva quello che avevo scritto
Matt Elliott è il chitarrista e fondatore dei Third Eye Foundation, band che nella Bristol degli anni Novanta si è contraddistinta per le sue sperimentazioni tra l’acustico, l’industrial e l’elettronica. Dopo essersi trasferito in Francia, in una sorta di volontario isolamento, ha iniziato una magnifica carriera solista che lo ha visto trasformarsi in colto autore di un “sad-folk” ispiratissimo, pessimista, malinconico, attentissimo alle emozioni e alle atmosfere che la sua musica è in grado di creare. Se c’è stato un musicista degli anni Zero che ha saputo ridare nuova vita a un genere che ha attraversato i decenni, da Bob Dylan in poi, talvolta rinnovandosi ma molto spesso ripetendosi, questo è probabilmente Matt Elliott, che proprio con “Drinking Songs” raggiunge il suo vertice e realizza uno dei lavori più  significativi degli anni Zero.

La sua è la poetica degli sconfitti e degli emarginati, di coloro che non riescono a “trasformare in merce” le proprie qualità e aspirazioni e, proprio per questo, vengono considerati scarti dalla contemporanea società che basa sul profitto e sulla produzione il suo metro di giudizio. Proprio come Gregor Samsa, l’uomo scarafaggio protagonista del racconto di Kafka “La metamorfosi”, gli antieroi di Elliott sono destinati a essere ignorati o addirittura disprezzati dalla società sino a soccombere. Da qui nasce la trilogia delle songs, iniziata col suo secondo album solista – “Drinking Songs” (2005) – a cui seguono “Failing Songs” (2006) e “Howling Songs” (2008). La grandezza di Elliott sta nell’aver saputo descrivere – con una musica semplice e scarna – una visione personale della contemporaneità molto cruda e realista che avvicina, in un unico mood ripetitivo/ossessivo, cantautorato e ambient acustico.

Chitarra acustica, brevi note di piano, violoncelli, canto alienato e testi ridotti al minimo sono gli strumenti perfetti per la creazione del mondo parallelo di Elliott che guarda in modo fatalista e rassegnato al suo presente e all’alienazione dei suoi abitatori, diffidente verso un futuro che si preannuncia ineluttabilmente fosco. Le sue non sono urla di rabbia, non visioni di mondi alternativi, ma canzoni da osteria per alcolisti lucidi, per emarginati consapevoli ma impotenti; il sad-folk di Elliott diventa il perfetto requiem della società contemporanea alla ricerca frenetica di profitto e prevaricazione sul prossimo. Ma l’emarginazione dell’artista è - in questo caso - l’arma per comprendere meglio la realtà, rispetto ai tanti “integrati” nel sistema capaci di comprendere solo il proprio tornaconto.

La chitarra acustica, il piano e il violoncello ci immergono nel clima dell’album fin dall’iniziale “C.F. Bundy”. E’ un’atmosfera che persiste in ognuno dei brani successivi. Le visioni dettate da elevati livelli di alcolemia sono ben più lucide di certi “cantautori astemi” che sguazzano felici nelle regole della moderna industria musicale. Il sad-folk minimale di Elliott ipnotizza dopo pochi secondi di ascolto. “Trying To Explain” riprende, stavolta con la chitarra, le note di piano del precedente brano e descrive. Una voce volutamente incomprensibile simboleggia l’alienazione e l’incomunicabilità dell’uomo contemporaneo: “Stavo cercando di parlarvi ma non mi sentivate, stavo cercando di spiegarvi ma non mi ascoltavate, allora ho scritto ma nessuno capiva quello che avevo scritto”. Le due tipologie umane, l'emarginato “lucido” e l'integrato nel sistema, non possono capirsi, tanto è diverso il loro linguaggio.

In “The Guilty Party” sembra davvero di essere in un’osteria fumosa dove pochi commensali ascoltano - incantati da tanta lucida malinconia - le parole e i cori disperati di Elliott. Il lungo finale sembra cantato più da fantasmi che da uomini, più da morti che da vivi. “What’s Wrong” è un folk relativamente più classico, che parla della morte e della follia della violenza umana: “Fiori per voi ancora una volta, occhio per occhio lascia solo ciechi”. La tragica storia del sottomarino russo “Kursk“, inabissatosi nel 2000 a seguito di due esplosioni dovute a un guasto, con la conseguente morte dei 118 tra marinai e ufficiali, viene descritta nell’omonimo brano di undici minuti. Gran parte dei 118 uomini morì dopo pochi minuti dall’esplosione, ma almeno 24 di loro sopravvisse e morì lentamente negli abissi, impossibilitati sia a riemergere sia a comunicare in qualsiasi modo con l’esterno. Questa triste storia, per Elliott, è emblematica della follia umana; la continua costruzione di macchine atte alla guerra, la tecnologia che costringe uomini a trovarsi in situazioni che vanno ben oltre la natura umana, Putin che rifiuta ogni aiuto da qualsiasi paese straniero e la conseguente lenta morte degli sfortunati superstiti nei freddi abissi del Mar Glaciale Artico. Elliott prova a immaginare i loro ultimi pensieri: “Fa freddo, l’acqua è in aumento e lentamente stiamo morendo. Non vedremo mai più la luce“.

Arrivano le tastiere, ma il mood è sempre lo stesso, l’inutilità della guerra del folk apocalittico di “What The Fuck Am I Doing On This Battlefield” (cosa cazzo ci faccio in questa battaglia?). “A Waste Of Blood” usa la manipolazione delle voci per omaggiare le vittime di tutte le guerre, anche se il riferimento sembra chiaramente alle vittime innocenti delle moderne guerre statunitensi (o potremmo dire le guerre del capitalismo che si esporta con la violenza) ordinate da lobby e industriali che con queste fanno la loro fortuna: “Il nostro unico crimine era di trovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato, per questo siamo morti. Le decisioni sono state fatte da alcuni industriali che mettono un prezzo sulla vita di tutti, per questo siamo morti“.
Il finale strumentale dei venti minuti di “The Maid We Messed” riprende l’album precedente di Elliott – “The Mess We Made” (2003) – e aggiunge elettronica e percussioni ossessive, ma senza cambiare l’atmosfera. Anzi, i ritmi rapidi e ripetuti fungono quasi da trip ipnotico verso la catarsi finale.

(27/01/2019)



  • Tracklist
  1. C. F. Bundy 
  2. Trying To Explain
  3. The Guilty Party 
  4. Whats Wrong 
  5. The Kursk 
  6. What The Fuck Am I Doing On This Battlefield? 
  7. A Waste Of Blood 
  8. The Maid We Messed
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