Le fiabe rivestono da sempre un valore
archetipico nella memoria collettiva; spesso coincidono con il mito e con il suo
valore culturale. "Deserter’s songs" dei Mercury Rev incanta con il suo
cantilenare melodie antiche come il mondo e rimodellate secondo una forma nuova,
ammaliante come la Circe omerica. Un album straniante, con la sua orchestrazione
magniloquente, i suoi fruscii da belle epoque, il suo pop perfetto nella
struttura, il canto così aggraziato e d'altri tempi. Eppure, nonostante ciò,
colpisce la straordinaria attualità di un’opera che si incastra perfettamente
nell'era postmoderna, mettendone in atto una parodia (il recupero di brandelli
del passato ricontestualizzati) e denunciandone quindi l’assenza di genuina
originalità. La formazione proveniente da Buffalo, New York, ne è da sempre ben
cosciente, sin da quello stupefacente esordio che era stato "Yerself is Steam",
magnifico incontro di psichedelica velvettiana e intuizione pop. Se allora,
però, era l’elemento delirante, decentrato, ad avere la meglio attraverso
complesse destrutturazioni sonore operate sottobanco – narcolettiche distorsioni
di chitarra, stratificazione quasi farraginosa di livelli sonori – in
"Deserter’s Songs" la virata iniziata già nei lavori successivi al primo
("Boces" e "See You On The Other Side") avviene in modo completo e definitivo,
spostando il baricentro verso una forma-canzone più classicheggiante, ma in cui
paradossalmente acquista ancor più valenza il messaggio decostruzionista
(l’assenza di un unico fondamento del reale) lanciato in precedenza.
In un'era che ha conosciuto la morte di Dio, l’arte dei Mercury Rev si rivela sopraffina espressione di
policentrismo, quasi una ripresa della speranza in un mondo privato del centro
gravitazionale attorno a cui aveva ruotato ogni singola esistenza per millenni.
La loro musica, e questo album in particolare, è ripresa sapiente e mai fine a
se stessa del passato: il pop più genuino (Beatles) e la psichedelia meno irruente
(Velvet Underground),
certo manierismo tipico del progressive rock e l’ansia apocalittica della new
wave, il tutto ricreato sapientemente, a testimoniare come la copia,
antiplatonicamente, possa essere persino superiore all’originale. Per scoprire
tutto ciò, è sufficiente calarsi nel magico mondo creato dalle dodici tracce
(undici "ufficiali più una ghost track) di questo disco, zenit della loro
creatività in quanto perfettamente bilanciante le due anime del gruppo, quella
eversiva, rumorosa, e quella cultrice della forma e della perfezione.
L’apertura, fiabesca e sognatrice (non a caso uno dei loro album
si intitola "All is Dream") è affidata alla splendida "Holes", in cui il tempo
sembra svanire in un’eternità dorata, fatta di fiumi di fantasia e sghembi
personaggi (talpe, mosche) accompagnati da visioni olimpiche. Procedendo
all’interno dell’opera, la sensazione di straniamento cresce e si sublima in
immagini sempre più argute e puramente fantastiche (la parola "dream" ricorre
spesso nei testi), poggiate su un tessuto musicale cangiante, ora lirico e
trasognato ("Endlessly"), ora straordinariamente soppesato nella melodia
(l’imperiosa "Opus 40" e "Goddess On A Highway", fantastico catalizzatore di
placide visioni cristalline), ora inquietante e goticheggiante ("Pick Up If
You’re There", che ci insegna come in ogni buona fiaba ci debba essere anche il
lupo), infine persino dance ("Delta Sun Bottleneck Stomp").
L’apparato strumentale è a dir poco grandioso: alla
conformazione classica del rock (chitarra, basso, batteria, tastiere) si
aggiungono infatti numerosi elementi importati da altri generi (la classica, il
jazz). Basti notare la maestosità della già citata "Holes", che si apre con un
impianto di archi tanto solare quanto grandioso e autocompiaciuto (con l’ausilio
dell’elegiaco flauto pastorale di Thorpe), lo xilofono infantile di "Tonite it
shows", l’atmosfera da jazz d’inizio secolo della strumentale "I Collect Coins",
con quella sua produzione così sporca e anticata, il tappeto d’archi di "Opus
40", su cui si muove un dolcissimo Jonathan Donahue, il sassofono unito alla
chitarra reediana della suadente "Hudson Line", l’organetto sixties di "Pick Up
If You’re There".
Ogni pezzo presenta poi una straordinaria progressione per
accumulazione, per cui a pochi strumenti iniziali presenti (gli archi, un
flauto, un basso) se ne aggiungono numerosi altri, grazie a stupende aperture di
suono (come se al termine di uno stretto vicolo si scorgesse un’immensa radura),
che avvolgono con la loro magia baroccheggiante. Notevoli sono le differenze
negli arrangiamenti, mirati a richiamare il passato (fruscio e sporcizia)
collocandolo nel presente (un tessuto sonoro cristallino) e a dilatare lo spazio
(una messe di ingredienti collocati in uno scenario epico e cinematico),
testimonianza di una musica senza tempo né confini.
La polivocità della loro arte non impedisce comunque ai Mercury
Rev di mantenere una forte coesione e omogeneità all’interno dei propri lavori,
quasi che il farraginoso campo di forze messo in atto converga centripetamente
verso l’atto creativo stesso, autoriflessivo e per questo unitario. Il titolo
dell’opera richiama inoltre l’ascetismo di scuola anacoretica, ricordando il
gesto con cui, nell’alto Medioevo, i monaci si ritiravano in solitudine nel
deserto, conducendo una vita appartata, guidati da un misantropico amore per
Dio. Nella fattispecie, tale immagine si adatta perfettamente al rapimento cui è
soggetto l’ascoltatore di "Deserter’s Songs": una fuga immaginaria (e per
questo, oggi, più vera che mai) attraverso le galassie del sogno. Non a caso un
disco di appena pochi anni fa è quasi unanimemente considerato un classico.


