Mercury Rev

Deserter's Songs

1998 (V2) | psychedelic-rock

Le fiabe rivestono da sempre un valore archetipico nella memoria collettiva; spesso coincidono con il mito e con il suo valore culturale. "Deserter’s songs" dei Mercury Rev incanta con il suo cantilenare melodie antiche come il mondo e rimodellate secondo una forma nuova, ammaliante come la Circe omerica. Un album straniante, con la sua orchestrazione magniloquente, i suoi fruscii da belle epoque, il suo pop perfetto nella struttura, il canto così aggraziato e d'altri tempi. Eppure, nonostante ciò, colpisce la straordinaria attualità di un’opera che si incastra perfettamente nell'era postmoderna, mettendone in atto una parodia (il recupero di brandelli del passato ricontestualizzati) e denunciandone quindi l’assenza di genuina originalità. La formazione proveniente da Buffalo, New York, ne è da sempre ben cosciente, sin da quello stupefacente esordio che era stato "Yerself is Steam", magnifico incontro di psichedelica velvettiana e intuizione pop. Se allora, però, era l’elemento delirante, decentrato, ad avere la meglio attraverso complesse destrutturazioni sonore operate sottobanco – narcolettiche distorsioni di chitarra, stratificazione quasi farraginosa di livelli sonori – in "Deserter’s Songs" la virata iniziata già nei lavori successivi al primo ("Boces" e "See You On The Other Side") avviene in modo completo e definitivo, spostando il baricentro verso una forma-canzone più classicheggiante, ma in cui paradossalmente acquista ancor più valenza il messaggio decostruzionista (l’assenza di un unico fondamento del reale) lanciato in precedenza.

In un'era che ha conosciuto la morte di Dio, l’arte dei Mercury Rev si rivela sopraffina espressione di policentrismo, quasi una ripresa della speranza in un mondo privato del centro gravitazionale attorno a cui aveva ruotato ogni singola esistenza per millenni. La loro musica, e questo album in particolare, è ripresa sapiente e mai fine a se stessa del passato: il pop più genuino (Beatles) e la psichedelia meno irruente (Velvet Underground), certo manierismo tipico del progressive rock e l’ansia apocalittica della new wave, il tutto ricreato sapientemente, a testimoniare come la copia, antiplatonicamente, possa essere persino superiore all’originale. Per scoprire tutto ciò, è sufficiente calarsi nel magico mondo creato dalle dodici tracce (undici "ufficiali più una ghost track) di questo disco, zenit della loro creatività in quanto perfettamente bilanciante le due anime del gruppo, quella eversiva, rumorosa, e quella cultrice della forma e della perfezione.

L’apertura, fiabesca e sognatrice (non a caso uno dei loro album si intitola "All is Dream") è affidata alla splendida "Holes", in cui il tempo sembra svanire in un’eternità dorata, fatta di fiumi di fantasia e sghembi personaggi (talpe, mosche) accompagnati da visioni olimpiche. Procedendo all’interno dell’opera, la sensazione di straniamento cresce e si sublima in immagini sempre più argute e puramente fantastiche (la parola "dream" ricorre spesso nei testi), poggiate su un tessuto musicale cangiante, ora lirico e trasognato ("Endlessly"), ora straordinariamente soppesato nella melodia (l’imperiosa "Opus 40" e "Goddess On A Highway", fantastico catalizzatore di placide visioni cristalline), ora inquietante e goticheggiante ("Pick Up If You’re There", che ci insegna come in ogni buona fiaba ci debba essere anche il lupo), infine persino dance ("Delta Sun Bottleneck Stomp").

L’apparato strumentale è a dir poco grandioso: alla conformazione classica del rock (chitarra, basso, batteria, tastiere) si aggiungono infatti numerosi elementi importati da altri generi (la classica, il jazz). Basti notare la maestosità della già citata "Holes", che si apre con un impianto di archi tanto solare quanto grandioso e autocompiaciuto (con l’ausilio dell’elegiaco flauto pastorale di Thorpe), lo xilofono infantile di "Tonite it shows", l’atmosfera da jazz d’inizio secolo della strumentale "I Collect Coins", con quella sua produzione così sporca e anticata, il tappeto d’archi di "Opus 40", su cui si muove un dolcissimo Jonathan Donahue, il sassofono unito alla chitarra reediana della suadente "Hudson Line", l’organetto sixties di "Pick Up If You’re There".

Ogni pezzo presenta poi una straordinaria progressione per accumulazione, per cui a pochi strumenti iniziali presenti (gli archi, un flauto, un basso) se ne aggiungono numerosi altri, grazie a stupende aperture di suono (come se al termine di uno stretto vicolo si scorgesse un’immensa radura), che avvolgono con la loro magia baroccheggiante. Notevoli sono le differenze negli arrangiamenti, mirati a richiamare il passato (fruscio e sporcizia) collocandolo nel presente (un tessuto sonoro cristallino) e a dilatare lo spazio (una messe di ingredienti collocati in uno scenario epico e cinematico), testimonianza di una musica senza tempo né confini.

La polivocità della loro arte non impedisce comunque ai Mercury Rev di mantenere una forte coesione e omogeneità all’interno dei propri lavori, quasi che il farraginoso campo di forze messo in atto converga centripetamente verso l’atto creativo stesso, autoriflessivo e per questo unitario. Il titolo dell’opera richiama inoltre l’ascetismo di scuola anacoretica, ricordando il gesto con cui, nell’alto Medioevo, i monaci si ritiravano in solitudine nel deserto, conducendo una vita appartata, guidati da un misantropico amore per Dio. Nella fattispecie, tale immagine si adatta perfettamente al rapimento cui è soggetto l’ascoltatore di "Deserter’s Songs": una fuga immaginaria (e per questo, oggi, più vera che mai) attraverso le galassie del sogno. Non a caso un disco di appena pochi anni fa è quasi unanimemente considerato un classico.

(02/11/2006)

  • Tracklist
  1. Holes
  2. Tonite It Shows
  3. Endlessly
  4. I Collect Coins
  5. Opus 40
  6. Hudson Line
  7. The Happy End (The Drunk Room)
  8. Goddess On A Highway
  9. The Funny Bird
  10. Pick Up If You're There
  11. Delta Sam Bottleneck Stomp
  12. Track 12
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