Metro

Metro

1976 (Transatlantic) | pop, glam-rock

"Metro". "Metro?" "Metro!" "Metro... Who are them?"

Mi perdoni Robert Owens se gli frego ancora una volta l'idea del botta e risposta sul suo "presunto anonimato", ma per questo gruppo qui calza come un guanto.
Dunque, immaginiamo per un istante di sbirciare dal buco della serratura un ordinario giorno di lezione all'"Università del Pop" di Fantasilandia. Argomento di oggi: interazioni tra glam-rock e progressive. Il professorino, per tastare il terreno, esordisce con una domanda secca: "Allora, chi mi sa dire qualcosa sui Metro?". Silenzio tombale. "Forza, nessuno alza la mano?", si dispera. "Ah già, quelli di 'Criminal World'!", risponde un gruppetto di appassionati di David Bowie (i saputelli della classe), ancora memori della cover - in realtà tutt'altro che memorabile - dispensata dal Thin White Duke su "Let's Dance". "Giusto, ma cos'altro sapete su di loro?", incalza il docente. Ancora silenzio tombale. Irretito, l'ometto si toglie il monocolo e, porgendo ai pargoli un vinile incellophanato (fatica sprecata: oggi si può "comodamente" trovare su cd, nella ristampa Sanctuary datata 2005), li manda a casa a studiare.

E quante cose imparano i nostri eroi durante il pomeriggio! In primis che il gruppo inglese era guidato da Duncan Browne, raffinato storyteller "barocco" e devoto al Donovan più fiabesco, balzato agli onori della critica per quel suo sillabare acredini rinascimentali poi fatte proprie dell'esordiente Nick Drake. Il gioiellino "Give Me Take You" (1968) mise in bella vista tutto il suo talento, ma vendette cifre talmente ridicole da finire rapidamente - e ingiustamente - nel dimenticatoio. Poi nulla o quasi (una breve collaborazione con i Nice di Keith Emerson, il singolo "Journey" che perlomeno riuscì a entrare nelle charts inglesi, un secondo album omonimo a fotocopia del suo predecessore) fino all'incontro con Peter Godwin e la decisione di formare i Metro: ipotesi futuribile di new romantic, sorta dalle ceneri del glam-rock e impastata di paludi folk, a cui il pubblico del 1977 voltò clamorosamente le spalle.
Fosse stato messo in commercio al tempo del suo concepimento - ossia quasi tre anni prima, nel '74 - ci sarebbe stato quasi da parlare di miracolo, per un esordio come questo. Ma fa niente: è già miracoloso che il disco, nonostante il sonoro insuccesso di vendite, sia riuscito ad anticipare tendenze e sonorità poi divenute à la page nel decennio successivo.

Basta guardarli nella copertina, i due signorotti, per rendersi conto da chi i Japan sono andati (di nascosto) a lezione di stile e portamento. Certo, manca ancora il make-up futuristico, spigoloso che sarà proprio del new romantic: qui, anzi, tutto naviga nelle acque feconde di uno look vagamente elegant-disco, fra morbidezza del tratto, vestiario sapientemente giocato su tre colori base e rose farlocche all'occhiello. Una versione bianca, inglese e arty del Gucci-style dell'accoppiata Nile Rodgers & Bernard Edwards, a conti fatti.

Già sollazzati dalla stilosità dell'artwork, i nostri studentelli posano infine il disco sul piatto e lì arriva, puntuale, la folgorazione di "Criminal World" in versione originale. Giocate al "Piccolo Critico" anche voi a casa: decadenza art-glam, costruzioni armoniche simil-progressive, bassi "funkettosi" (cortesia di John Giblin), chitarre elettriche taglienti ma controllate a vista (quelle di Browne e Sean Lyons), moog assassino (Godwin), ritmica sostenuta (il "mostruoso" Simon Phillips, già con 801 e poi con Roxy Music, Pete Townshend, Mike Oldfield, ecc.) e spesso incredibilmente ammiccanti al binomio "grancassa pompata-pasciuto charleston in levare" della disco. Il tutto compattato da una rara eleganza formale e delicatezza delle armonie, nonché dal candore - quel candore sottilmente diabolico che poteva essere di un Marc Bolan - della voce di Godwin, angelo imberbe buttato in un bidone dell'immondizia e condannato a marcire nel tugurio della società (in)civile.

Ma il bello è che "Criminal World" è soltanto il primo di nove capolavori; capolavori per ricercatezza dell'impianto compositivo, varietà degli accenti, sapienza in fase di produzione. Sentite, a tal proposito, il perdurare dei cori, il sensuale ondeggiare delle corde di nylon e la batteria tirata a lucido della devastante "Flame"; o i synth atonali, alla Tangerine Dream, con cui esordisce la sua "Overture", presto risucchiata in un gorgo di basso ingrassato a suon di wha wha e batteria felina che ricorda da vicino il già citato progetto 801 di Brian Eno e Phil Manzanera (cioè il punto esatto in cui il glam - se ancora così può chiamarsi - trascolora nel prog e adocchia la new wave).

Effettate il giusto per creare oasi di riverberante fissità (il David Sylvian di "Brilliant Trees" anticipato di una decina d'anni nei primi due minuti di "Flame"?) o ammorbidire rari impeti hard ("Mono Messiah"), le chitarre di Browne e Lyons s'incastonano l'una nell'altra con grazia ballerina, manco scivolassero dolcemente sulla seta di una sciarpa da sera. Tanto impudicamente "villane" da prendersi la briga d'eludere il chorus di "Precious" (cremosa e vagamente 10cc) e sostituirlo con scalate soliste e refrain pianistici in ostinato (ma si sa, in casa propria ognuno è padrone...).
Vogliamo poi parlare delle influenze folk? Parliamone, magari tirando in ballo "Black Lace Shoulder" e la sua ingarbugliata tessitura di acustiche, violino tzigano e percussioni in visibilio (ma nel lotto mettiamoci anche "Paris", che nell'intimo pare un pezzo folk della West Coast "rivisitato" alla maniera dei pifferai britannici): ancora una volta, sono piccoli accorgimenti su suono e arrangiamento a fare la differenza e creare contrasto, esasperando le ambiguità di una musica sordidamente luciferina, nonostante l'apparente compostezza "di facciata".

Eh sì, perché quello dei Metro è un microcosmo dominato dalla ferrea legge dell'"homo homini lupus", della sopraffazione come equipollente per "l'equo districarsi delle dinamiche sociali". Un habitat virulento dove ci si gioca la vita in una notte, fra sesso a pagamento in locali dai dubbi requisiti igienici e spuntini di mezzanotte a base di ultraviolenza. "Cabaret delle crudeltà" per principini ghignanti ma dalla lacrima tatuata sulla guancia. Un Bronx "glamouroso" e tutto british ("The sides of London the tourists never see", canterà Mastro-Lydon con i Pil) ove i due "Metro-notte" si muovono con la grazia innata di chi osserva senza sporcarsi le mani, dispensanti altezzosità fiera ma disillusa, drammaticamente reclusi in una realtà ove la moralità è messa alla berlina.
Un disagio che trova la sublimazione ultima in "One Way Night", ballata fra le più struggenti mai messe su nastro. La ricetta qui è semplice: un bel pianoforte a coda, archi tesi ma non intrusivi e una di quelle melodie pop - tutta giocata su accordi minori e diminuiti - che, nel suo straziante procedere per semitoni, trafigge il cuore e porta al pianto con sofisticata nonchalance. E stavolta anche Godwin, diabolico incantatore dalla faccia pulita, quasi si commuove, guardando la preda finita nella sua ragnatela, e allora l'implora di scappare, di non concedersi, che forse non è ancora "pronta per questo tipo d'amore" (e che sarà mai…).

"One Way Night" è forse l'apice emotivo di un disco leggendario. L'incantesimo, già messo a dura prova dal disinteresse generale, dura però poco. Rotto il sodalizio con Godwin, Browne prosegue la carriera solista e scrive le musiche per importanti network televisivi, fino alla tragica morte, per cancro, nel 1993. A Godwin e Lyons resta la titolarità del marchio Metro, sotto cui vengono pubblicati altri due album - "New Love" (1979) e "Future Imperfect" (1980) - abbastanza orrendi.
Eppure nemmeno la pochezza dei due sequel è riuscita a offuscare la magnificenza dell'esordio, quel suo placido galleggiare al di fuori da ogni catalogazione temporale, pericolosamente in bilico su un precipizio stilistico che, in piena epoca punk, venne percepito come formalismo autocelebrativo (cosa quanto mai lontana dalla verità, in questo caso).

"E anche per oggi i compiti sono finiti", pensano gli alunni dell'improbabile "School of Rock", con le magiche note di "Metro" che ancora danzano nei loro cervelli. Parrebbe di sì, almeno fino a quando il solerte maestrino, in piena escandescenza glam-progressive (?), non chiederà loro chi sono i Tubes... Allora si ricomincerà da capo, temo. E si riderà di gusto.

(04/06/2008)

  • Tracklist
  1. Criminal World
  2. Precious
  3. Overture To Flame
  4. Flame
  5. Mono Messiah
  6. Black Lace Shoulder
  7. Paris
  8. One-Way Night
  9. Jade
  10. Criminal World (single)


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