Monks

Black Monk Time

1966 (Polydor) | garage-rock

“La rivoluzione del ’68 sarebbe potuta accadere due anni prima se soltanto la gente avesse compreso il suono dei Monks”
(Jochen Irmler - Faust)

“I Monks nacquero negli stessi locali maledetti dei Beatles, ma con tre anni di ritardo, e la loro musica sprizza delirio e pazzia da tutti i pori.”
(Julian Cope)


Come avrebbero suonato i Beatles, nel 1966, se fossero stati una banda di teppisti musicali in preda a raptus artistoidi? La risposta la trovate in “Black Monk Time” dei Monks, disco uscito lo stesso anno in cui i Fab Four di Liverpool pubblicavano “Revolver”, lavoro che finiva quel che il predecessore “Rubber Soul” aveva cominciato, e cioè recidere i legami col beat degli esordi e lanciare gli scarafaggi verso il magniloquente pop psichedelico del "Sgt. Pepper’s". Proprio mentre i Beatles imboccavano la strada che li avrebbe consegnato al mito, parallelamente i Monks consumavano la loro leggenda nel giro di un album, “Black Monk Time”, che sarebbe diventato un cult per i musicofili di tutto il mondo.

Nella maggior parte dei casi, un cult non diventa automaticamente una pietra miliare, ma “Black Monk Time” fa storia a sé, perché nessun disco di quell’epoca suona così malato, pur non rinnegando in toto il pop del proprio tempo. Infatti, nella formula sonora ingegnata dai Monks sono rintracciabili scorie di quella che era la moda musicale dei primi anni Sessanta, il beat; solo che si tratta di un beat traviato, ritmicamente tribale e melodicamente insano. In pratica, nel momento in cui il beat, dopo aver raggiunto il suo momento d’oro, stava per essere accantonato dai più, arrivò “Black Monk Time” a coniarne una nuova versione, più visionaria e oscura: ci sono fuzz chitarristici e bassi distorti da pionierismo del noise; ci sono organi da messa nera psichedelica in anticipo su Doors e Pink Floyd (scusate se è poco!); infine, ci sono bizzarrie disarmoniche (fantastica è l’idea di elettrificare un banjo a sei corde, distorcendone il timbro) che saranno sviluppate pienamente nel kraut-rock di Faust e Can.

Ma chi erano i Monks? Dei personaggi non del tutto sani di mente, verrebbe da dire: cinque soldati americani dall’abbigliamento austero (lungo saio nero) e dall’hair-style dogmatico (tonsura monacale), da cui il nome Monks, “monaci”. I cinque marines si erano conosciuti nei presidi militari americani della Germania Occidentale, dove vivevano e dove diedero vita alla prima forma embrionale della band: i Five Torquays. Furono due giovani manager tedeschi, Walther Niemann e Karl-Heinz Remy, in cerca di nuovi fenomeni musicali, a consigliare ai Five Torquays di cambiare ragione sociale e rifarsi il look. Da allora Gary Burger (voce e chitarra), Larry Clark (organo), Roger Johnston (batteria), Eddie Shaw (basso) e Dave Day (banjo) più che una band, divennero, insieme ai loro due manager, una vera e propria comune artistica, che univa all’innovativa proposta musicale  stimolanti riferimenti alle avanguardie artistiche, dalla poesia non-sense dadaista, nei testi delle canzoni, alla pittura suprematista dell’artista russo Kasmir Malevič, nella grafica di copertina dell'album.

Le dodici canzoni che compongono il disco sono il ritratto di un gruppo che alla pulizia sonora dei Beatles, alla rutilanza corale dei Beach Boys, alle provocazioni blues degli Stones e alla ferocia ribelle degli Who, oppone delirio ritmico, linee vocali deraglianti e corde dal suono increspato. E’ uno dei capolavori del garage-rock, "Black Monk Time", anzi, si può affermare che i Monks siano la band caposaldo di tale genere, senza che questo equivalga a fare un torto a Nazz e Deviants.
D’altronde, un pezzo come “Monk Time”, del garage-rock non può che essere un manifesto: tambureggiare selvaggio e chitarre sferraglianti quasi in funzione percussiva, declamazione delirante e giro psicotico d’organo. Altri due inni sono “Complication”, con i suoi contrappunti vocali da surf band ubriaca, e “Blast Off”, un carillon vertiginoso introdotto da overdrive lisergici.

Ci sono, poi, brani di una demenzialità geniale come “Higgle-Dy-Piggle-Dy”, danza grottesca retta da poliritmi brutali, o il cabaret da centro di igiene mentale di “Drunken Maria”. Il canzoniere dei Monks setaccia molti degli stili della musica di massa della prima metà dei sixties e li piega alla sua creatività anarchica: folk-rock claudicante (“I Hate You”), doo-wop demente (“We Do Wie Du”), yodel dozzinali e falsetti inverecondi, tutti elementi, questi, che vengono centrifugati nel vortice assurdo della loro arte.

Disco leggendario, insomma, "Black Monk Time", che ha segnato intere generazioni di musicisti, dagli indemoniati Cramps agli ironici Fall, dagli arrabbiati Jello Biafra e Henry Rollins agli insospettabili Beastie Boys. Rimasto per anni quasi irreperibile, è stato da poco ristampato dalla Universal. Inutile aggiungere che, per chi se lo fosse perso in passato, è l’occasione buona per rimediare: è tornata l’ora dei monaci neri.

(26/04/2009)

  • Tracklist
  1. Monk Time
  2. Shut Up
  3. Boys Are Boys And Girls Are Choice
  4. Higgle-Dy-Piggle-Dy
  5. I Hate You
  6. Oh, How To Do Now
  7. Complication
  8. We Do Wie Du
  9. Drunken Maria
  10. Love Came Tumblin'Down
  11. Blast Off!
  12. That's My Girl
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