Mott The Hoople

Mott

1973 (Columbia) | glam-rock

È aneddoto relativamente noto agli amanti del rock d’annata che i Mott The Hoople fossero sull’orlo dello scioglimento quando David Bowie – da sempre loro ammiratore – li convinse a registrare un ultimo album, producendolo e regalandogli il brano inedito “All The Young Dudes”, nel 1972.
Meno risaputo è invece che il conseguente successo non stabilizzò affatto gli equilibri della band, costretta a giostrarsi sul filo del rasoio fino a implodere, questa volta senza alcun intervento salvifico, nel 1976, dopo aver rimescolato più volte la formazione e accorciato il nome in Mott.
La forte personalità di Ian Hunter rappresentava croce e delizia della band. Autore e cantante maiuscolo, tendeva però a lasciare poco spazio ai suoi compagni. All’inizio del 1973, appena prima di entrare nuovamente in studio, il tastierista Verden Allen mollò gli ormeggi, a causa del poco spazio che Hunter lasciava alle sue canzoni.
Poco dopo fu la volta del manager Tony Defries, che decise di concentrarsi su Bowie, ormai a tutti gli effetti fulcro del rock britannico. E il neonato divo non era dal canto suo disposto a supportarli di nuovo, soprattutto dopo essersi visto rifiutare “Drive-In Saturday”, ritenuta da Hunter troppo sofisticata (il pezzo non era invero più sofisticato di quanto avrebbe registrato con la band di lì a breve, l’ipotesi più probabile è quindi che Hunter volesse smarcarsi dall’ombra bowiana).
A ogni modo, il contratto con la Columbia non era in discussione, dato il riscontro di “All The Young Dudes”, e anche se ridotta a quartetto, la band riuscì a registrare il disco senza pressioni esterne, dirigendo per la prima volta i lavori di persona e firmando tutto il materiale.
Il chitarrista, Mick Ralphs, aumentò il proprio peso nell’economia sonora della band, sostituendo Allen alle tastiere, tuttavia le redini rimanevano in mano ad Hunter, non solo voce e pianoforte, ma curatore di gran parte degli arrangiamenti e firma più ricorrente del disco. A completarli, la solida sezione ritmica composta di Dale Griffin (batteria) e Overend Watts (basso).

Il singolo di lancio fu “Honaloochie Boogie”: guidato dal piano martellante di Hunter e dalla chitarrra muscolosa di Ralphs, il pezzo si fa notare in particolare per i sibili del Moog, suonato da Bill Price, per il rimbrottare del sassofono, cortese concessione di Andy Mackay dei Roxy Music, e per i cori acuti e chiassosi, cantati dalla band all’unisono come nella migliore tradizione del glam-rock. La voce di Hunter appariva filtrata e sepolta nel mix nel momento in cui narrava la conversione di un ragazzino al verbo di rock e pailettes per mano di un amico più smaliziato, probabilmente a voler sottolineare la portata sovversiva della svolta.
Anche meglio fece il secondo 45 giri, “All The Way From Memphis”, uno dei brani più coverizzati dell’epopea glam. Gli ingredienti di base sono gli stessi: un pianoforte incessante, una chitarra che da una parte trasfigura il boogie e il blues e dall’altra anticipa il punk (benché Ralphs fosse foriero di vistosi assoli e tecnicamente ben più abile dei suoi nipotini), e di nuovo Mackay al sassofono, in un assolo finale che sfida per intensità quelli che stava registrando nel frattempo per la propria band.

Le canzoni esclusiva del 33 giri non sono altrettanto famose, ma la band è in stato di grazia e la scaletta non ha punti morti.
“Whizz Kid” sembra portare i Kinks nell’era dell’eccesso, rimpinzandoli con chitarre e voci trattate con l’eco e con un suggestivo accenno di Moogotron (sic), per mano di Ralphs. Non si capisce se si tratti di Mellotron e Moog sovrapposti, o più semplicemente se il primo provi a imitare il suono del secondo.
È in questo brano che si nota, ancor più che in altri, l’influenza di Ray Davies su Ian Hunter, che arriva in qualche tratto a fargli il verso. Non che l’originalità dei Mott sia in discussione: del resto, pur avendolo sfiorato in più tratti (“Lola” su tutti), i Kinks non hanno mai davvero abbracciato il glam.
Forse il pezzo più allucinato dell’album, “Violence” è un hard-rock teatrale e multiforme, con un assurdo lavoro del turnista Graham Preskett al violino, sia in veste di ostinato mirati a dettare il ritmo, sia come solista pronto a guidare la band nella scorribanda finale. Fra urla e schiamazzi, Hunter canta l’indolenza degli sbandati nei più oscuri meandri suburbani, indicando nella violenza l’unico espediente capace di fornire qualche emozione.
Dopo l’assalto al profumo di Rolling Stones di “Drivin’ Sister”, “Ballad Of Mott The Hoople” è un’autocelebrazione in chiave decadente, in cui la band passa in rassegna i propri membri e i cambiamenti che la vita da rockstar ha impresso su di loro, fino al drammatico finale, di un’intensità quasi operistica: “Il rock’n’roll è un gioco per perdenti, ma affascina, e non so spiegare i motivi delle visioni e dei suoni. Il trucco è ancora attaccato alla mia faccia, e che diavolo, non posso cancellare il senso del rock’n’roll dalla mia mente”.
Ralphs firma in proprio il brano più lungo, la mini-suite “I’m A Cadillac / El camino dolo roso”, di quasi otto minuti. Per l’occasione ruba anche il microfono a Hunter, che si accontenta del pianoforte. Decisamente meno istrionico del compagno, Ralphs vanta una voce esile e pulita, che si prodiga in un’interpretazione impeccabile durante i tre minuti di cavalcata glam riassunti nella prima parte del titolo. La seconda indica invece una lunga coda strumentale, uno splendido crescendo dall’atmosfera fantascientifica, con Ralphs alla chitarra acustica e Watts al basso con effetto fuzz. Già nella precedente prova in studio Ralphs aveva proposto una composizione in due parti, “Ready For Love / After Lights”, a dimostrazione di un’indole tendente all’hard-rock più raffinato e progressivo.

In chiusura c’è “I Wish I Was Your Mother”, senza chitarra elettrica ma col basso bene in vista, il suono sferragliante dell’armonica a bocca, e un superbo Ralphs al mandolino, struggente nell’introduzione e tripudio di vitalità nel ritornello.
Il brano dimostra come Bob Dylan rappresenti una delle influenze al contempo più ricorrenti e sotterranee del glam-rock: nessuno ce lo avvicinerebbe mai di impatto, eppure uno sguardo più attento non potrà che confermare la sua ingerenza sul lato più folk, intimista e cantautoriale della corrente. Leggere “I Wish I Was Your Mother” soltanto come un Dylan deformato dallo specchio glam sarebbe tuttavia limitante. Coi suoi saliscendi emotivi, i contrasti fra malinconia e danza liberatoria, il suo misto di psicanalisi freudiana e romanticismo nostalgico, gridato senza interesse per il senso della misura, è probabilmente la canzone più commovente mai firmata da Hunter. È il pezzo che dimostra come, per raggiungere una cifra stilistica propria, non si debba necessariamente aver paura di mostrare l’impronta dei propri maestri.
“Vorrei essere stato tua madre, vorrei essere stato tuo padre, e allora ti avrei visto, sarei stato te da bambino, avrei giocato con le tue sorelle e lottato coi tuoi fratelli, e allora chi lo sa, avrei potuto sentirmi in una famiglia, per una volta”.

Lo status mitologico dei Mott The Hoople viene sigillato da questo disco, che sale al numero 7 in Gran Bretagna e raggiunge la top 40 persino nello scettico mercato statunitense. La favola non sarebbe durata a lungo, come accennato all’inizio: un altro gran disco, “The Hoople” (1974), verrà registrato senza Ralphs, andatosene a formare i Bad Company (band di enorme successo commerciale, nonostante un’immeritata antipatia da parte dei giornalisti). Hunter lancerà la carriera in proprio poco dopo.
Mai particolarmente rimarcata, la loro influenza è invece vasta e profonda, arrivando a lambire zone del rock in apparenza antitetiche: si espande da band venute subito dopo come New York Dolls, Queen e Kiss, per la loro attitudine sopra le righe, a quelle di fine decennio come i Cheap Trick e le compagini punk londinesi, che ne ammiravano il miscuglio di aggressività e orecchiabilità. Negli anni Ottanta i Def Leppard avrebbero mostrato di conoscere bene i loro dischi, con una simile attenzione maniacale nell'utilizzo dello studio, mentre nei Novanta l’intero movimento britpop ne ha subito il fascino dandistico.
Watts e Griffin sono purtroppo morti a distanza di un anno l’uno dall’altro, fra l’inizio del 2016 e quello del 2017, rendendo i concerti del 2009 l’ultima reunion della formazione storica.

(28/01/2018)

  • Tracklist
  1. All The Way From Memphis
  2. Whizz Kid
  3. Hymn For The Dudes
  4. Honaloochie Boogie
  5. Violence
  6. Drivin' Sister
  7. Ballad Of Mott The Hoople (26th March 1972, Zürich)
  8. I’m A Cadillac / El camino dolo roso
  9. I Wish I Was Your Mother






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