Orbital

Orbital 2 (Brown Album)

1993 (Internal / FFRR) | techno

Chissà se qualche ignaro acquirente, magari un raver esageratamente purista o un audiofilo per cui la musica suona bene soltanto su vinile, sia mai caduto vittima dei piccoli tranelli che i fratelli Hartnoll hanno piazzato lungo la scaletta del loro secondo album. Viene da chiederselo, se qualcuno si sia diretto nel suo negozio di fiducia a richiedere la sostituzione della sua copia, a causa degli sfrigolii opportunamente inseriti dagli Orbital all'apertura di “Planet Of The Shapes”, a dileggio dei patiti del 33 giri. Per caso qualcuno è rimasto disorientato nel ritrovarsi ad apertura dell'album lo stesso campionamento preso da Star Trek che introduceva, per quanto senza l'utilizzo del phaser, il brano d'apertura del loro album precedente? Non ci è dato sapere se i due fratelli di Sevenoaks pensassero realmente di fregare qualcuno, quel che è certo però è che anche sotto la forma di scherzo c'era l'assoluta necessità di testimoniare un cambiamento, una presa di posizione rispetto a un paradigma ormai troppo limitante, da ripensare e ricalibrare con opportuna rapidità.

Il secondo album, intitolato “Orbital 2”, già da subito identificato però con la dicitura “Brown Album”, dal colore predominante della copertina (tale da distinguerlo dalle cromie verde-acido di quella del disco d'esordio), arriva insomma e presenta una coppia dall'assetto totalmente modificato, che fornisce soltanto una lieve impressione di ciò che era stata. Non che nel quadriennio intercorso dall'uscita di “Chime”, uno dei classici della acid-house (dal riscontro tale da portarli a calcare, in maniera del tutto peculiare, il palcoscenico di Top Of The Pops) i due fratelli fossero rimasti statici agli intenti iniziali, fermi a ripetere ad libitum la stessa formula. D'altronde la stessa scena rave, di cui gli Orbital sono stati protagonisti grosso modo sin dall'inizio, era incorsa nel tempo a grandi trasformazioni, sentendo l'esigenza di distaccarsi dal monolitismo espressivo iniziale, a favore di una maggiore ampiezza di richiami e un ventaglio compositivo più variegato. Riproporre insomma la ricetta più lineare e massimalista del primo album, comunque perfettamente al passo con l'attitudine narcotica e bombastica dei primi anni della scena, si sarebbe rivelato un errore fatale, di quelli capaci di compromettere una carriera intera. I due però da tempo erano preparati a raccogliere la sfida.

Oltre la cultura acida dei rave-party sparsi in giro per l'Inghilterra (ben presto però diffusisi a macchia d'olio nel resto d'Europa), all'inizio degli anni Novanta lo scenario elettronico, nazionale e non, aveva già volto il suo sguardo verso altri orizzonti, confrontandosi con altri immaginari e prospettive rinnovate. Da un lato l'universo sonoro coniato a Bristol, che avrebbe portato di lì a poco all'esplosione del fenomeno trip-hop, dall'altro le fondamentali pubblicazioni ambient-techno di Biosphere, Irresistible Force e soprattutto Aphex Twin mettono in luce l'esigenza di nuovi linguaggi, di una ricerca espressiva che pone sotto i riflettori concetti quali complessità, dinamica, atmosfera, tutte questioni che di lì a poco il movimento “intelligente” avrebbe fatto proprie.
È uno scenario composito, del tutto impossibile da ricondurre a un minimo denominatore comune, proprio per questo però strabordante di potenzialità, di un'impressionante duttilità creativa. Immersi in un ambiente così pieno di stimoli, i fratelli Hartnoll rispondono prontamente all'invito e cominciano a distaccarsi dal taglio granitico delle loro prime produzioni, sposando un immaginario più elastico, le cui direttrici tengono sì conto delle origini del duo, nel complesso però di un'impalcatura più sfuggente e suggestiva, dalle molteplici diramazioni. La “rivoluzione”, insomma, parte con largo anticipo.

È in particolare un brano a rappresentare l'effettivo punto di svolta per i due fratelli: dedicata alla madre, per anni dipendente dal quasi omonimo tranquillante, “Halcyon” diventa la chiave attraverso cui la coppia schiude nuove porte percettive, scopre il potere della sfumatura, di una maggiore gradualità nella gestione della composizione e delle scansioni ritmiche. Ancora di più, è il viatico che li porta a lasciarsi sedurre dal potere della voce umana (non importa quanto campionata o trattata), così come dalle possibilità di ibridazione offerte da un assetto strumentale più fluido e organico.
La linea vocale di “It's A Fine Day”, a cura di Kirsty Hawkshaw, la suadente interprete degli Opus III, viene quindi mandata in reverse e rafforzata nelle sue qualità oniriche, rappresentando il centro di una traccia in continua evoluzione, nella quale si alternano sfumati accenni di chitarra classica, striscianti costruzioni trance, eterei tappeti vocali (stavolta ricavati da “Leave It” degli Yes) che supportano la dimensione fluttuante del pezzo. Era difficile immaginarsi qualcosa di simile, un senso della progressione così espanso e aperto, specialmente da chi aveva deciso di assumere un moniker tale da ricordare il raccordo anulare attorno a Londra, importante perché sede primaria dei primi rave.

L'entusiasmo comunque non manca di farsi sentire e il singolo, malgrado la lunghezza significativa (oltre undici minuti) centra l'ingresso in top 40, fornendo agli Orbital l'occasione di spingersi ulteriormente oltre, di gettare le fondamenta per un linguaggio ancora più elaborato, con cui approfondire il crescente interesse per texture ardite e combinazioni più insolite. Il tempo di qualche rapido Ep, destinato comunque a un pubblico di settore, e nel maggio del 1993 l'album marrone della ditta Hartnoll raggiunge finalmente gli scaffali dei negozi, facendo letteralmente piazza pulita attorno a sé, per l'ambizione dimostrata e per un profilo artistico rivoltato nel profondo, forte di una versatilità senza grossi eguali.
Vero è che la concorrenza (con le dovute eccezioni) non era ancora agguerritissima sulla lunga durata, tuttavia “Brown Album” si è posto sin da subito come paradigma, nel modo di strutturare i brani ma soprattutto nell'organizzarli all'interno della scaletta, in un flusso che trasporta la dimensione del club nel formato-album, e rivela, con qualche azzardo, un'attitudine progressiva. Nel cercare l'unione tra i due poli opposti della loro proposta, tra la sofisticata alchimia del post-”Green album” e l'impatto più verticale delle prime prove, i due hanno trovato la quadratura ideale del loro percorso.

Fatte salve l'apertura e la chiusura, affidate per l'appunto a campioni vocali sdoppiati attraverso la tecnica del phasing, i restanti brani sono una delle più alte ed efficaci commistioni di mente e corpo, un'ora abbondante di viaggi interstellari e ambientazioni evocative esplorate a passo di danza, rese ancora più vivide dagli elaborati tratteggi ritmici. Gli otto pezzi diventano materia plastica, l'alveo entro cui sfogare un'impeccabile sintesi compositiva, un tangram che ogni volta assume una forma diversa, pur partendo da presupposti comuni. Lo rende palese “Planet Of The Shapes” (rinominata “Planet Of The Tapes” per l'edizione in cassetta), che al di là del tiro mancino lanciato agli ascoltatori più esigenti, si rivela una sfavillante mini-epopea di nove minuti e mezzo, che si snoda tra fugaci campionamenti cinematografici, più concitate sezioni breakbeat, distensioni esoteriche dal sapore indiano, riprese dalla grana ambient-techno, il tutto sopra un pulsare di bassi che a conti fatti è l'effettivo fil-rouge della traccia. È questo uno stratagemma che diventa ancora più evidente nella successiva quaterna di brani, tutti legati da un simile andamento ritmico, sul quale si innestano composizioni volta per volta difformi, per mood e per intenti: il loro susseguirsi senza alcuna interruzione, in maniera analoga a un dj-set, ne valorizza in maniera decisa le potenzialità narrative.

Suddivisa in due parti, “Lush” tiene fede al significato del suo titolo, mostrando il lato più lussureggiante, seducente, dell'Orbital-sound. Dapprima il discorso si snoda attraverso raffinati orditi sintetici, in un brulicare di effetti electro vecchia maniera che supportano una delicata melodia strumentale, inframezzata da più scarne propulsioni technoidi e peculiari raccordi atmosferici. Nella seconda parte, gli elementi ambient si trasferiscono invece dal comparto sintetico a quello vocale, affidando a vaporosi campionamenti femminili il compito di ammansire le decise striature acide della base. È un'acidità comunque tenuta a bada fino a un certo punto, che i due fratelli non desiderano nascondere, dacché rimane parte costitutiva della loro complessa alchimia sonora. “Impact (The Earth Is Burning)” riporta infatti al centro del discorso la maggiore compattezza sonica degli esordi, trasfigurandone però la carica narcotica in un caleidoscopio che abbraccia sinuosità jazz, di fatto anticipando alcune delle soluzioni del successivo big-beat.
Nel concludersi della sequenza, “Remind” (riadattamento del remix “Mind The Bend The Mind”, realizzato per “Mindstream” dei Meat Beat Manifesto) stempera le ingerenze esterne ma non per questo semplifica le cose, stagliandosi anzi come uno dei momenti più suggestivi dell'intero disco, che sfrutta la forza ricorsiva dei sintetizzatori per costruire eleganti scenografie emozionali.

Pur non essendo parte integrante della progressione sopra menzionata, i restanti tre brani non allentano la presa, anzi espandono ancora di più la palette sonica del lavoro, contribuendo anche in larga misura anche alla sua effettiva legacy. “Walk Now....”, tra didgeridoo e campionamenti dei suoni dei semafori australiani (usati come efficace ripartenza nel mezzo della traccia), spinge verso lidi globalisti il convulso intrico sintetico architettato dai Hartnoll, in una fusione che riassume al meglio la duplice natura del loro sound. “Monday” piroetta attorno a un loop pianistico dall'anima soulful, con il fitto dinamismo dell'elettronica circostante a esserne irrimediabilmente influenzato, tanto da risultare ammansito, finanche melodico nello sfruttare spiritate scale discendenti.

Con il rimaneggiamento di “Halcyon”, già dal titolo provvista di un “+ On + On” per rimarcare la differenza, gli Orbital, oltre a concludere un ottetto delle meraviglie, cementano così le proprie posizioni estetico-stilistiche in uno dei loro massimi capolavori, un'esplorazione che ne ha ascritto il nome tra i pesi assoluti dell'elettronica mondiale. Accorciando di quasi due minuti rispetto alla versione originale, con un parco strumenti più sostanzioso e definito (specialmente nei bassi e nelle tastiere), i cesellati tratteggi vocali di Kirsty Hawkshaw quasi vengono amplificati nel loro trasporto comunicativo, grazie a un disegno ritmico pianificato con precisione estrema e linee tastieristiche che accentuano la dimensione atmosferica della composizione. È forse un rimaneggiamento nemmeno troppo drastico, ma più che sufficiente perché questa suadente avventura techno viaggi lontano, approdando in territori impensati (la colonna sonora di “Mean Girls”, per citare il caso più illustre) e schiudendo loro porte fino ad allora inaccessibili.

La gloriosa apparizione al festival di Glastonbury nel giugno del 1994, trasmessa in diretta televisiva, avrebbe poi consentito ai due di compiere il fantomatico balzo di qualità, portando il loro mélange techno nelle case di un pubblico smisurato e permettendo anche all'intera scena rave di uscire allo scoperto, per appetire a palcoscenici ben più significativi.
Sarebbero poi arrivati premi importanti, album dal grande successo commerciale e apparizioni nelle più disparate colonne sonore. Niente sarebbe stato però possibile senza il “Brown Album”, le sue sofisticate commistioni stilistiche, la profondità delle sue tessiture sonore. Oltre le limitazioni e le ortodossie, un'opera di ammaliante (finanche ironica) complessità.

(04/11/2018)

  • Tracklist
  1. Time Becomes
  2. Planet Of The Shapes
  3. Lush 3-1
  4. Lush 3-2
  5. Impact (The Earth Is Burning)
  6. Remind
  7. Walk Now....
  8. Monday
  9. Halcyon + On + On
  10. Input Out




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