Tra il '91 e il '92 non si fa altro che
parlare di Seattle e del grunge. Ed
è nel calderone del grunge che vanno a finire pure i Pearl Jam, assieme ad altri storici
nomi come Nirvana, Alice In Chains, Soundgarden, Mudhoney, Screaming Trees e pure Smashing Pumpkins.
Che
cos'hanno in comune questi gruppi? Ben poco, a conti fatti. Grunge vuol dire
tutto e niente. Il grunge è una tendenza, un atteggiamento, un movimento
culturale, più che musicale, che prende piede a Seattle appunto, all'inizio dei
90.
I Pearl Jam sorgono dalle ceneri dei Green River e dei Mother Love Bone:
in entrambi i gruppi militavano il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff
Ament.
Fondamentale è l'incontro nel '90 con Eddie Vedder, surfista
californiano, che diventerà il carismatico vocalist della band (che nel
frattempo conta tra i propri membri anche un altro chitarrista, Mike McReady;
alla batteria, invece, si daranno il cambio diversi talenti, anche se durante le
registrazioni di "Ten" sarà Dave Krusen a sedersi ai tamburi).
L'arrivo dei
Pearl Jam sulla scena musicale è salutato dagli amanti del rock come l'avvento
del messia. Commercialmente parlando, "Ten" è un successo clamoroso, che nel
giro di due anni arriverà a vendere oltre dodici milioni di copie solo negli
States, superando addirittura "Nevermind" dei Nirvana.
Ma che cos'ha di così speciale il gruppo di Gossard e Ament? Perché "Ten" è
considerato una pietra miliare nella storia del rock?
La forza dell'album è il suo essere (ancora oggi) così
incredibilmente anacronistico. Niente contaminazioni tra punk e hard-rock come la band di Kurt
Cobain. Nessuna incursione nel metal
come gli Alice In Chains.
I Pearl Jam riportano in vita, anche nel modo di
atteggiarsi sul palco, l'hard-rock degli '70. Ascoltando i loro pezzi tornano in
mente gli Who (non a caso Pete
Townshend è l'idolo di Vedder), i Led Zeppelin, gli Aerosmith, Neil Young, i Lynyrd Skynyrd. Nessuna
sperimentazione: le canzoni di "Ten" sono perfette nella loro semplicità. Molto
spesso costruite attorno a un unico riff di chitarra, estremamente melodiche e
mainstream, sembrano fatte apposta per riempire le arene, rimpiazzando (o
muovendosi accanto) gli U2 nel cuore
del pubblico mondiale.
I Pearl Jam sono la tanto attesa risposta alle
preghiere di milioni di rocker, che in tutto il mondo si lamentavano di gruppi
tutto glamour e niente sostanza à-la Bon Jovi.
Con il grunge, il pubblico
riscopre la necessità e il piacere di identificarsi con i propri idoli. I Pearl
Jam se ne fregano del proprio look, si interessano dei loro fan, regalano sempre
show passionali ed energici, per anni combatteranno (anche se alla fine saranno
sconfitti) contro la Ticketmaster per abbassare il prezzo dei biglietti per i
loro concerti, non vorranno più (o quasi) rilasciare videoclip promozionali da
"Ten" in poi.
I Pearl Jam paiono uscire da un'altra epoca, ed è questo ad
affascinare fan e critica. La loro indiscussa moralità e tenacia gli fa
guadagnare il rispetto anche da chi inizialmente criticava la loro musica.
Il sound di "Ten" è granitico e lontano mille miglia da ogni
moda: col tempo la band maturerà, cambierà coraggiosamente strada (non vendendo
più milioni di copie), ma non raggiungerà più le vette di passionalità e potenza
dell'esordio.
A colpire le giovani generazioni è la sincerità dell'opera,
che pesca a piene mani nel passato dei membri della band, ma soprattutto in
quello del cantante Eddie Vedder, principale autore dei testi.
"Alive",
forse il brano più famoso dell'Lp, è una lunga ed epica cavalcata rock, che
ruota attorno a un immortale giro di chitarra per poi lanciarsi nel finale in
una jam che pare non finire mai, comandata da un bellissimo assolo di Mike
McReady, che riporta alla mente "Free Bird" dei Lynyrd Skynyrd.
Il testo
riguarda il passato di Eddie Vedder, e la traumatica scoperta della morte del
padre naturale: per anni la madre del cantante gli aveva tenuta nascosta la vera
identità del padre.
Ogni traccia dell'album è lo spaccato, spesso tragico e amaro,
delle vite di diversi personaggi. Lo spleen di Vedder, il suo cantato doloroso,
la sua voce cavernosa e potente, a metà via tra Jim Morrison e Rod Stewart, si fa eco
del disagio di una moltitudine di giovani che si rispecchiano nei personaggi
descritti in "Ten", decretandone da subito il successo.
"Why Go", graffiante
blues, tra le cose migliori del gruppo, racconta di una ragazza rinchiusa in una
clinica dai genitori perché scoperta mentre fumava uno spinello. "Once", feroce
incipit dell'album, è il flusso di coscienza di un serial killer; "Even Flow" è
un trascinante rock, che si concede una parentesi psichedelica nella parte
centrale, dove Vedder si fa cantore delle dure condizioni di vita di un
senzatetto.
"Jeremy", l'altro singolo che ha dato fama internazionale al
gruppo, grazie anche al bel videoclip di Mark Pellington, è una ballata dolente
ispirata a un vero fatto di cronaca: un adolescente americano che, armato di
pistola, aveva fatto strage dei suoi compagni di classe, per poi togliersi la
vita.
"Porch" e "Deep" (su una ragazza che ha subito violenza sessuale) sono
i brani che si staccano più dal tipico suono del gruppo: se la prima si avvicina
al punk, anche se poi nel ritornello torna a essere melodica ed epica in stile
Pearl Jam, la seconda invece tenta un'incursione nel territorio metal, più
consono, forse, agli Alice In Chains.
Non mancano, infine, momenti più intimisti. "Black" è una
splendida ballata, la storia di un amore finito, "sfumato in nero", che si
lascia andare a un lungo, psichedelico finale, in cui emerge anche un
pianoforte. "Oceans", contraddistinta da fragorose chitarre acustiche e da un
ritmo animalesco, ricorda molto gli Zeppelin del terzo album, anche se nella
parte finale Vedder si concede un falsetto nello stile di Bono.
Molto
psichedelica anche "Garden", ricca di riferimenti religiosi, ma comunque
distante dalle vette del disco (e c'è da dire che, in definitiva, tutta la
seconda parte di "Ten" non è ai livelli delle prime sei, straordinarie,
canzoni), mentre "Release", un lento brano d'atmosfera, quasi mistico, che si
trasforma poi in un'epica cavalcata alla U2, conclude alla grande il disco, con
una struggente preghiera di Vedder al padre scomparso.
Durante le sessions di "Ten" sono registrati anche altri brani,
tutti ugualmente interessanti, ma non inclusi nell'album. "Yellow Ledbetter",
dal testo enigmatico in cui ricorrono immagini di guerra (nel '91 siamo in piena
guerra del Golfo), è tra le prove più emozionanti del gruppo, così come
"Footsteps", solo chitarra e armonica, in cui il vocalist della band si mette di
nuovo a nudo.
"State Of Love And Trust", forse il pezzo più tirato e
divertente della band, e "Breathe" entreranno invece a far parte della colonna
Sonora del film "Singles" di Cameron Crowe, commedia romantica ambientata a
Seattle durante il periodo d'oro del grunge.
Paradossalmente, "Ten" è uno degli album di cui il gruppo si
dice meno soddisfatto: la produzione di Rick Parashar conferisce, in effetti, a
ogni traccia un suono perfetto e brillante, che in un certo senso non rispecchia
l'essenzialità violenta che la band dimostra di possedere in versione live.
Jeff Ament parlò di "uso smodato dell'eco", di una "patina metal"
appiccicata a ogni brano, e più volte sia lui che Vedder espressero il desiderio
di voler rimixare, in un futuro, l'intero album (e in effetti, nel doppio best
of del gruppo, tutti i brani presi da "Ten" sono rimixati dal loro produttore di
fiducia, Brendan O'Brien).
Dichiarazioni della band a parte, sarebbe
impossibile immaginare "Ten" in modo diverso. A suo modo è un album unico nella
discografia dei Pearl Jam. Nessun loro lavoro futuro suonerà così "commerciale"
e allo stesso tempo così sentito e maestoso (anche se "Vitalogy" ci andrà
vicino).
"Ten" è uno degli album più amati e importanti dell'intera scena
grunge, e ha aperto le porte del circuito mainstream a decine di altri gruppi.
I Pearl Jam, al contrario di tanti loro colleghi, sono ancora in
circolazione, e con spirito cavalleresco degno d'altri tempi, continuano a
raccontare (un po' come Bruce
Springsteen) le loro storie di comuni tragedie americane, forse senza
l'urgenza degli esordi, ma sempre con invidiabile passione.
