Pink Floyd

Atom Heart Mother

1970 (Emi) | psych-rock, prog

Una folla di curiosi si accalca davanti all'opera, intenta forse a coglierne l'ineffabile e celeberrima espressione... Nossignori, non si tratta della Gioconda nelle sale del Louvre, bensì di una mostra dedicata al rock e alle sue icone o forse proprio di una mostra interamente dedicata alle meraviglie dei Pink Floyd nella cittadella della musica, proprio a Parigi. E la star che tutti ammirano non è la Monna Lisa, bensì la mucca di "Atom Heart Mother" che vanta, tanto per cominciare, una memorabile copertina, certamente una delle immagini più potenti dell'intera storia della musica rock.

Quello che è noto universalmente come "il disco della mucca" esce nell'ottobre 1970, al termine di un periodo di febbrile attività della band. I quattro Pink Floyd sembrano preda di una smania creativa incontrollabile che li porta talora a imbarcarsi in progetti ambiziosi con esiti altalenanti e mai completamente convincenti. Tra quelli mai portati a termine, va segnalata la colonna sonora di un film di animazione a cui lavorarono per qualche tempo a metà del 1970. Tra quelli almeno parzialmente gratificanti, spicca la colonna sonora di "Zabriskie Point", cui lavorarono per un paio di settimane all'inizio dell'anno a Roma, sotto la direzione di Michelangelo Antonioni; un periodo di lavoro durissimo per la band, frustrata dal regista mai pienamente soddisfatto del risultato, tanto da utilizzare, al termine dell'estenuante lavorazione, solo tre canzoni - una delle quali, utilizzata per la celebre scena dell'esplosione della villa, altro non è che un riadattamento del classico "Careful With That Axe, Eugene". Per chiudere la panoramica sull'attività discografica della band in quel 1970, va ricordato come Gilmour lavorò alla produzione di entrambi gli album dell'ex-Floyd Syd Barrett: il primo, "The Madcap Laughs", uscito all'inizio dell'anno, che vede alla co-produzione anche il bassista Roger Waters; il secondo, "Barrett", uscito nel mese di dicembre, al quale partecipò anche il tastierista Rick Wright.

L'attività live dei Pink Floyd fu altrettanto intensa. Qui val la pena ricordare la data del 23 gennaio del 1970 quando, per la prima volta, venne presentata in concerto a Parigi una forma embrionale del brano che si sarebbe trasformato nel corso dei mesi nella suite "Atom Heart Mother" che dà appunto il titolo al disco. Presentata inizialmente con il nome di "The Amazing Pudding", la canzone trova il titolo definitivo casualmente, in occasione della sua presentazione alla famosa trasmissione di John Peel. Lo spunto lo fornirono i giornali di quei giorni che riferivano di una signora incinta tenuta in vita da uno stimolatore cardiaco atomico.
Inizialmente la canzone non prevedeva una sezione con orchestra e cori. L'idea di dare una forma sinfonica alla suite fu anch'essa abbastanza casuale e venne al gruppo prima della partenza per la tournée negli Stati Uniti, intrapresa ad aprile. A lavorare sulle orchestrazioni venne chiamato il compositore irlandese Ron Geesin, al quale il gruppo consegnò un demo con base ritmica e linee base di tastiere e chitarra. Ma fino al ritorno della band a Londra, a fine maggio, il lavoro di Geesin rimase pressoché fermo, poiché il compositore non aveva ricevuto alcuna precisa indicazione sulla direzione sonora da dare al brano. I lavori di registrazione del disco, iniziati in tarda primavera presso gli studi di Abbey Road, furono molto sofferti, sia per le pressioni della Emi (che aveva previsto l'uscita del disco prima dell'estate) sia per la difficoltà oggettiva della band a lavorare con un'orchestra e un coro per un totale di un centinaio di elementi. Solo Wright, all'interno del gruppo, era in grado di leggere uno spartito, ma la sua indole pigra non lo aiutava a sbrogliare l'empasse.
Ron Geesin rivelò negli anni seguenti di aver lavorato in quasi totale autonomia a tutte le orchestrazioni e di aver avuto lui stesso, di impostazione jazzistica, serie difficoltà a guidare gli orchestrali, tutti professionisti di spicco, scelti tra i migliori d'Inghilterra. Pare che, per sfinimento, lo stesso direttore del coro classico, John Aldiss, prese in mano la situazione per portare a termine la registrazione.

Sul piano stilistico, "Atom Heart Mother" viene talora etichettato come disco di svolta verso una matrice progressive. Se è vero che la forma della suite e l'uso di orchestrazioni sinfoniche rientrano tra i principi caratteristici del progressive, è altrettanto vero che le affinità tra i Pink Floyd e questo genere, così come siamo abituati a codificarlo attraverso band storiche come King Crimson, Genesis, Yes ecc., finiscono qui. Intanto, per voce degli stessi elementi della band, circondati in quegli anni da un'aura talora quasi insostenibile di innovatori a tutti costi, "Atom Heart Mother" rappresentò una parentesi, inizio e fine insieme di un esperimento con forti dosi di casualità. Inoltre, l'abitudine dei Pink Floyd alla dilatazione dei tempi delle canzoni è molto antecedente al disco, e risale addirittura alle mitiche esibizioni all'Ufo club, allorché la band, guidata da Barrett, utilizzava alcuni classici del rock-blues come pretesto per divagare verso lunghe sperimentazioni "psichedeliche".

Le stesse canzoni di "Atom Heart Mother", che dovevano rappresentare per la band un sospirato rinnovo sostanziale delle scalette live, si persero presto per strada. Solo la suite omonima, con tutte le difficoltà che la sua riproposizione dal vivo con coro e orchestra comportava, e "Fat Old Sun", presentata in bellissime versioni live con ampie code strumentali, restarono per qualche tempo nelle scalette dei concerti. Sorte ben più fortunata ebbero ad esempio i brani "Echoes" e "One Of These Days" (dal successivo album "Meddle" del 1971), che riallacciandosi idealmente al percorso intrapreso con "A Saucerful Of Secrets" del 1968 apparvero, insieme ai classici del live di "Ummagumma", nel 1972 all'interno del film-concerto "Pink Floyd At Pompei", sorta di summa o compendio della fase post-barrettiana del gruppo.
Nessuna canzone di "Atom Heart Mother" fu invece suonata nel concerti di Pompei, e allo stesso modo è interessante sottolineare come nessuna canzone del disco compare nella doppia raccolta "Echoes" del 2001, che presenta la bellezza di ventisette canzoni accuratamente selezionate dai quattro membri storici della band tra tutta la discografia.

Disco dunque atipico nel percorso della band, ma non per questo minore, "Atom Heart Mother" destò enorme impressione alla sua uscita e risulta in prospettiva come forse il più ambizioso tentativo di coniugare musica rock e musica classica. In questo senso, le esibizioni dal vivo con orchestra e cori - la prima risalente al 27 giugno al festival di Bath - furono applauditissime e contribuirono a incrementare ulteriormente l'interesse delle arti colte verso il gruppo (si pensi, ad esempio, al progetto che da lì a poco coinvolse la band in un balletto con la partecipazione di Rudolf Nureyev e coreografie di Roland Petit). Anche Leonard Bernstein, incuriosito dall'eco che ebbe il disco della mucca in America, andò ad ascoltare la band dal vivo ma, ironia della sorte, pare che si annoiò moltissimo all'ascolto della suite, rimanendo invece entusiasta del resto del concerto.
L'album, facendo riferimento al supporto in vinile per cui fu pensato all'epoca, è strutturato in una facciata dedicata interamente alla suite composta collettivamente dalla band supportata da Ron Geesin e in una facciata dove troviamo tre canzoni scritte rispettivamente da Waters, Wright e Gilmour e un'ultima lunga traccia collettiva, "Alan's Psychedelic Breakfast". Questa impostazione "democratica" ricorda il disco in studio di "Ummagumma", in cui i quattro elementi, compreso il batterista Mason, poterono dare sfogo a una composizione sbilanciandosi sul proprio strumento. La struttura con suite su una facciata e canzoni più brevi sull'altra venne invece ripresa nel successivo "Meddle".

Atom Heart Mother

(Father's Shout) Fiato alle trombe (e gas ai motori, possiamo ben dire!) si parte; la semplice ed epica ouverture della suite, a quanto pare di totale paternità di Ron Geesin, è impostata sulle sezione degli ottoni su cui si inseriscono persino rombi di motociclette.

(Breast Milky). È uno dei movimenti più belli della suite, caratterizzato dal celeberrimo dialogo tra l'organo arpeggiato e il violoncello, un semplice ma bellissimo motivo che sarà utilizzato in Italia per lo storico spot dell'acqua Fiuggi negli anni 70. Su questo tessuto delicato si inserisce infine la chitarra di Gilmour. Il chitarrista appare in tutto il disco particolarmente ispirato e molto calibrato nelle parti. Dopo un crescendo orchestrale, torna la quiete.

(Mother Fore). Entrano in scena i cori, dei quali si apprezza subito la notevole qualità. In questo movimento si alternano momenti di altissima drammaticità e alcuni passaggi effettivamente un po' pesanti. La sensazione in certi frangenti è quella di una staticità armonica che impedisce lo sviluppo dinamico del pezzo, ma il risultato complessivo è comunque di grande fascino. L'intro impetuosa della batteria di Mason sui cori polifonici resta un bellissimo momento di dialogo tra suono moderno e classico.

(Funky Dung). È probabilmente la parte più riuscita dell'intera suite. Basso e organo lavorano in contrappunto e su questi, dopo qualche giro, si innesta efficacemente la chitarra di Gilmour, che si esibisce in uno dei migliori soli della sua carriera. Ma la tensione cresce ulteriormente con l'aggiunta delle voci onomatopeiche del coro, che dialogano vibranti e possenti con l'organo di Wright. Siamo qui a uno degli zenith della storia rock. La tensione si dissolve coi fiati che, liberatori, ripropongono il tema d'apertura.

(Mind Your Throats Please). È il momento della caratteristica variazione floydiana di stampo rumoristico-psichedelico. Su un tessuto melmoso di tastiera si confondono suoni, evocazioni, voci, secondo la tradizione della band, che riporta in particolare alle divagazioni umoristiche di "A Saucerful Of Secrets" ed "Echoes".

(Remergence). Dalla destrutturazione e dal caos ecco riemergere, prima confusi e sovrapposti, poi distinti, i temi prima dell'ouverture e poi del duetto tra violoncello e organo. Il finale è imponente, con una chitarra sempre incisiva e con l'orchestra e i cori che scandiscono il crescendo musicale.

If

Un semplice arpeggio di chitarra, la voce soffusa che sussurra parole intrise di malinconica poesia, una chitarra sognante nei brevi intermezzi musicali. Questa è "If", giustamente considerata come una delle più dolci canzoni della produzione floydiana. Waters non smentisce quest'anima delicata che lo aveva giù portato a far vibrare le corde dell'anima con gioielli quali "Julia Dream" e "Crying Song".

Summer '68

È il contributo di un Wright all'apice della sua, altre volte modesta, creatività. Se è vero che certi passaggi sembrano fin troppo pomposi per l'intervento dell'orchestra, lo stato di grazia di un Wright particolarmente di buon umore ce li fa perdonare.
"Summer '68" è semplicemente un riuscito inno alla gioia di vivere, la rievocazione di una storia d'amore, un flashback sugli istanti irripetibili e le emozioni che un fugace incontro estivo può lasciarci. E l'estate non è una qualunque, ma quella del '68.

Fat Old Sun

Semplicemente un classico della produzione floydiana. La calda e sottile voce di Gilmour e l'atmosfera sognante, quasi bucolica, della canzone riportano ad altri episodi felici della produzione di quegli anni (ad esempio "Green Is The Colour" dalla colonna sonora "More" del 1969). La chitarra, sempre composta ma inesorabile, chiude con un solo la canzone che troverà più ampio respiro nelle esibizioni live della band.

Alan's Psychedelic Breakfast

È a tutti gli effetti un esperimento poco riuscito. Registrata in tutta fretta, la canzone non rappresenta per la band una novità in assoluto, in quanto l'idea di fondo era già compresa nella suite "The Man". Eseguita spesso dai Floyd dal vivo, la lunga suite aveva l'ambizione di rappresentare la giornata di un uomo comune, a partire dalla prima colazione fino a sera. In "Alan's Psychedelic Breakfast", dal nome di un roadie già immortalato nel retrocopertina di "Ummagumma", gli effetti in presa diretta di una colazione all'inglese, con tanto di uova che friggono e richieste di marmellata, si alternano a tre momenti musicali. Il primo, centrato sull'organo, e il secondo, sulle chitarre, non possono che definirsi che commenti musicali senza inizio e senza coda. Il terzo momento è quello di maggiore sostanza musicale e in alcuni frangenti sembra di cogliere uno stile prossimo a quello che sarà dei Genesis negli anni a venire.

I Pink Floyd di quegli anni sembrano così capaci di portare avanti due percorsi compositivi paralleli. Il primo di maggiore sperimentazione, qui rappresentato da "Alan's Psychedelic Breakfast" e "Atom Heart Mother" (due episodi atipici nell'atipicità del percorso sperimentale), dove la forma-canzone viene destrutturata, allungata, ribaltata, trattata con invenzioni sonore nuove, talora rivoluzionarie. Un secondo percorso, qui ben rappresentato dalle tre canzoni, rispettivamente di Waters, Wright e Gilmour, che riporta invece a una forma-canzone più tradizionale, ma sempre immersa in un'atmosfera sognante, rallentata, in altre parole "floydiana". Sorge spontaneo il dubbio se sia il primo percorso, quello più scosceso, ardito a caratterizzare un'epoca o piuttosto il secondo, certamente più levigato, edulcorato, ma altrettanto carico di pathos e carica evocativa. Da lì a un paio di dischi, con "The Dark Side Of The Moon" la band, abbandonato ogni sperimentalismo, virerà decisamente verso il secondo percorso, raccogliendo un successo senza precedenti. Ma questa è un'altra storia.

(09/06/2013)

  • Tracklist
  1. Atom Heart Mother: Father's Shout / Breast Milky / Mother Fore / Funky Dung / Mind Your Throats Please / Remergence
  2. If
  3. Summer '68
  4. Fat Old Sun
  5. Alan's Psychedelic Breakfast: Rise And Shine / Sunny Side Up / Morning Glory
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