Aggiungere qualcosa di inedito su un
complesso fin troppo osannato e divenuto una ferma icona del nostro tempo non è
facile. Cercherò, quindi, di proporre solo alcune considerazioni su di un
fenomeno musicale che ancora oggi fa discutere, anche se solo per colossali
vendite commerciali, e non più per meriti artistici. Fatta questa premessa, è
venuta l'ora di imbattersi nel loro capolavoro piu' criticato, celebrato,
mitizzato e stroncato allo stesso tempo: "The Dark Side of the Moon".
E' risaputo che i Pink Floyd hanno prodotto album
migliori di "The Dark Side of the Moon", almeno per ciò che concerne l'aspetto
strettamente compositivo. L'argomento-principe su cui ogni critica-rock che si
rispetti, quando si ha come "vittima" il combo del periodo di Roger Waters,
dovrebbe erigere il suo "epicentro" è la disputa su quale sia stata in realtà la
missione musicale intrapresa (e poi egregiamente portata a termine) dai Pink
Floyd: verranno ricordati e apprezzati più per le straordinarie innovazioni ed
evoluzioni apportate al suono, tanto da meritarsi il titolo di "produttori di
cibo per le menti" o per aver saputo coniugare suono, hype, possenti
wall-of-sound saturi di colori e distorsioni neo-psichedeliche con
superbe melodie, a tutt'oggi considerate archetipi-rock a cui fare riferimento?
"The Dark Side of the Moon", insuperato marchio sonico-musicale dei Pink Floyd
targati Waters, non scioglie il dubbio.
"The Dark Side of the Moon" si pone, nel
contesto della musica popolare del XX° secolo, come un ricco laboratorio di
esperimenti post-lisergici, ai confini del più spregiudicato art-rock della
prima metà degli anni 70. Padrone incontrastato di questa "rivoluzione del
suono" è Roger Waters, che, in qualità di alchimista floydiano, rileva già dal
1968 Syd Barrett alla guida della
band, auto-erigendosi a folle, incontrollabile setacciatore di nuove sonorità
che renderanno il "Floyd-sound" universale e istantaneamente riconoscibile in
ogni parte del globo. Ma non si può fare a meno di stendere elogi e contro-elogi
sull'elaboratissimo, maniacale sistema audio-fonico impresso sui solchi del
disco, grazie al lavoro di un ingegnere del suono del calibro di Alan Parsons, che
costituisce l'autentica perla ed epicentro musicale-ideologico di tutta
l'operazione.
Waters, Gilmour, Mason e Wright, orfani del
genio anarchico e stralunatissimo di Syd Barrett, proseguono il cammino, dando
avvio a un percorso (a partire dal celebre doppio - metà live metà in studio -
"Ummagumma") capace di toccare vette di sublime, spesso piacevolmente criptata
cerebralità, dando in pasto a un ancora acerbo pubblico le loro ricerche e i
loro inusuali connubi di rumori vivisezionati dall'"ingordo" Waters e
sapientemente tradotti in accattivanti squarci di quotidianità. Una
quotidianita' in apparente quanto bizzarro contrasto con la complessità, spesso
ingovernabile e astrusa, di una mente come quella di Waters, devastata da
paranoie e macabre visioni, in eterna oscillazione tra sogno e realtà,
schizofrenia e solenni momenti di lucidità.
"The Dark Side of the Moon" viene pubblicato
il 24 marzo 1973 e verrà considerato da gran parte della critica come
l'insuperato capolavoro musicale dei Pink Floyd. Cio e' vero solo in parte: il
fatto che in esso vengano riunite, impareggiabilmente, tutte le contraddizioni
ideologiche e simboliche di Waters non giustifica appieno tale titolo. Volendo
staccare i piedi dalla Luna e riposandoli sulla Terra, l'album è e verrà sempre
considerato un superbo, inarrivabile rivoluzionario prodotto (nel caso lo
intendessimo da un punto di vista strettamente "cerebral-onirico",
"sonico/concettuale"), ma al contempo appena discreto nel caso lo riducessimo
allo "scheletro", annientandone, cioè, il corpo sonoro e portando alla ribalta
le non del tutto ispirate tracce, a cominciare dall'insipida "Money", per poi
passare attraverso i trucchi (talvolta ruffiani, talvolta "streganti' le nostre
menti, in perenne cerca di .... "cibo lisergico") di "Speak To Me" e "On The
Run", perfette comunque nel rendere lo stato di ansia del nostro protagonista,
riuscendo a fondere, tra rumori e soluzioni sonore d'avanguardia, momenti di
alto contenuto sonico-spaziale, ponendo le coordinate su cui si poggia il
pensiero pessimista di un Waters alquanto disorientato, autentico ambasciatore
del tema dell'incomunicabilità, di cui "The Dark Side" risulta un compiuto,
drammatico spaccato.
Non mancano, per la verità, momenti di
intenso, assoluto lirismo, come dimostrano "Time", trascinante nella sua
felicissima fusione tra testo e musica, un passo in avanti per un non ancora del
tutto sviluppato concetto filosofico all'interno dei parametri-rock, superba
prova di lucidità mentale e intellettiva da parte del quartetto; il brano si
avvale anche di un debordante (inteso in senso strettamente lirico/evocativo),
spiazzante assolo di Gilmour alla chitarra: si ha la sensazione che esso voglia
accompagnare il viaggio attraverso il tempo di un coraggioso, anarchico
esploratore, in continuo stato di ansiosa curiosità. In definitiva: il trionfo
della suggestione e uno degli squarci più intensi di tutta la discografia
floydiana.
La prima parte del disco si completa con una
elegia della pazzia, ma anche, allo stesso tempo, della libertà dell'uomo,
schiavo di una società che tende a opprimerlo: "The Great Gig in the Sky",
dominata da vocalizzi femminili di derivazione soul-gospel, in grado di fondere
fiammante liricità e drammaturgia quasi cinematografica. In questo coinvolgente,
straziante frammento della sua vita, l'uomo sembra librarsi verso il cielo, onde
aprirsi un varco, grazie al quale potrà regnare indisturbato e solenne, lontano
dai rumori e ingiustizie della realtà terrena.
"Us and Them" vorrebbe
rievocare "Breathe In the Air", ma la melodia, sebbene pinkfloydiana al 100%,
risulta convincente solo se nel contesto dell'album, non certamente come tema
isolato. Un discorso che vale un po' per tutto "The Dark Side of the Moon": ciò
che rende immortale quest'opera è il suo inconsueto approccio con l'art-system
dell'epoca, qui fotografato in tutte le sue direzioni possibili. Per il rock si
tratto' di un prodigioso balzo verso un'era futuristica prossima a venire,
mentre per quel che concerneva il songwriting i Pink Floyd hanno certamente
scritto pagine di ben piu' elevata caratura artistica.
Per "The Dark Side" vale lo stesso parametro
adottato per "Sgt. Pepper" dei
Beatles: "Sgt. Pepper" non si potra'
mai considerare come il capitolo più felice, musicalmente parlando, dei Beatles:
esso comportò una rivoluzione, forse la piu' significativa e rilevante della
storia della musica pop, ma questo non può giustificare appieno alcune
"debolezze" compositive insite nel capolavoro di Lennon e soci. Lo stesso dicasi
per "The Dark Side of the Moon": come per "Sgt. Pepper", esso costituì, per i
Pink Floyd, la definitiva acquisizione di status di "semidei del rock", ma
questo grazie più al magniloquente manto sonoro e policromatico, che alla
qualità delle canzoni presenti nell'album. E nessuno potrà negare l'importanza
avuta nel contesto storico degli anni 70 (un periodo fortemente contraddistinto
dalle incessanti, maniacali ricerche di nuove avanguardistiche tecniche
all'interno degli studi di registrazione) del "lato oscuro della luna", sinonimo
ora piu' che mai accertato di "studio recording" superiore al "songwriting". In
fondo, rock = hype, non vi pare? Ascoltare per credere, in proposito, il buon
vecchio Sergente Pepe, con tanto di solco concentrico finale...


